ELEZIONI ISRAELE/ Se le presidenziali Usa decidono i giochi a Geruslemme e Tel Aviv

- Filippo Landi

La battaglia vera i politici israeliani la stanno conducendo oltre Atlantico. Per questo le elezioni israeliane di oggi potrebbero non essere risolutive

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Benjamin Netanyahu parla di coronavirus con il ministro della Salute Yaakov Litzman (a destra) (LaPresse)

Senza nulla togliere al valore del voto degli israeliani, la battaglia vera senza esclusioni di colpi i politici israeliani la stanno conducendo oltre Atlantico. Quando Donald Trump ha presentato il suo piano di pace per un “Accordo del secolo” tra israeliani e palestinesi, il primo ministro israeliano Netanyahu era in piedi, sorridente, accanto al presidente statunitense. Il suo principale avversario politico nelle odierne elezioni politiche israeliane, Benny Gantz, era anche lui alla Casa Bianca, seduto e probabilmente compiaciuto ad ascoltare il presidente Trump.

La vera battaglia, inoltre, si sta svolgendo, sempre negli Stati Uniti, giocando a gamba tesa all’interno del campo democratico. La presenza del candidato Bernie Sanders, senatore, ebreo e, allo stesso tempo, esponente della sinistra liberal americana, sta suscitando l’opposizione, come mai era accaduto, del governo israeliano.

Mentre in Israele era in corso una campagna elettorale dai toni smorzati e dove il problema dei conflitto con i palestinesi era lontano dal dibattito tra i partiti, ben altra cosa accadeva, infatti, negli Stati Uniti. L’occasione dello scontro politico è divenuto la partecipazione o meno all’annuale conferenza dell’Aipac, la più potente associazione lobbistica americana a favore di Israele. Di fronte agli attacchi ricevuti e commentando gli atti del governo Netanyahu, il candidato democratico Bernie Sanders ha deciso di alzare il tiro. Ha detto e scritto con chiarezza che “non parteciperà alla conferenza dell’Aipac”. “Israele – ha scritto Sanders – ha diritto di vivere in pace e sicurezza”. “Ma io rimango sconcertato – ha aggiunto – quando vedo la piattaforma dell’Aipac sostenere leader che si mostrano integralisti e in opposizione ai diritti basilari dei palestinesi”. 

La reazione di Netanyahu e del suo governo ha varcato i limiti istituzionali. L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon si è spinto a dire che “l’Aipac non vuole la partecipazione di Sanders”. Non solo, la lobby ebraica più vicina a Netanyahu ha favorito ed ora sostiene la partecipazione alle primarie democratiche dell’ex sindaco e miliardario Michael Bloomberg.

Il tentativo di sbarrare la strada a Sanders, nel pieno della corsa democratica alle presidenziali, ha avuto un prima vittoria nello stato della Carolina del Sud con la riscossa di Joe Biden e vedrà domani, nel “grande martedì” delle primarie americane, un’ulteriore verifica. Donald Trump rimane, ovviamente, il punto di riferimento sia di Netanyahu che di Gantz, ma i governanti israeliani conoscono bene la fragilità politica dell’Accordo del secolo che si vorrebbe imporre ai palestinesi. Un diverso presidente alla Casa Bianca potrebbe anche riporlo in un cassetto.

Se dunque la partita più importante si gioca oltre Atlantico, in Israele, tra Tel Aviv e Gerusalemme, poco più di sei milioni di elettori, quelli con più di diciotto anni, sono chiamati per la terza volta in un anno ad eleggere il Parlamento. 120 deputati, da eleggere scegliendo una lista di partito, ma senza alcun voto di preferenza. L’affluenza alle urne, lo scorso novembre, era stata del 69 per cento. Il timore è che la sfiducia alimenti l’astensione, favorendo i più accaniti sostenitori del primo ministro uscente Netanyahu.

Un timore forte tra gli oppositori, al punto che il candidato Gantz si è spinto a mettere in guardia dalle false notizie sul coronavirus, che possono spingere ad evitare gli affollamenti e a stare lontano dai seggi elettorali. 

Per due volte il blocco dei partiti di destra, guidato dal Likud di Netanyahu, e quello di centro destra, che si è costituito intorno al nuovo partito “Blu Bianco”, fondato dall’ex generale Gantz, si è equivalso. La conseguenza ha determinato lunghe ma inutili trattative politiche, che non hanno portato né ad un governo, né tantomeno a quel governo di unità nazionale che sembrava per qualcuno l’unica via di uscita dalla situazione di stallo. Troppo forte lo scontro tra i partiti “religiosi” e quelli laici, troppo grandi le rispettive rivendicazioni per il mantenimento o l’abolizione di leggi e privilegi (dall’esenzione alla leva militare, ai sussidi economici, alla perdurante assenza del matrimonio civile). Troppo forte l’ostilità nei confronti dei partiti che rappresentano la minoranza dei palestinesi residenti in Israele, ben il 20 per cento della popolazione. Troppo forte la crisi del partito laburista, che ha smarrito la sua identità nella rincorsa di un elettorato di centro sempre più a destra.

Gli ultimi sondaggi hanno ribadito l’esistenza di un persistente equilibrio tra i due blocchi, che inseguono da un anno la maggioranza di 61 deputati. Anzi, l’incriminazione ed il rinvio a processo per corruzione di Netanyahu non hanno provocato, nei sondaggi, quel crollo di consensi che sembrava inevitabile. Il sostegno di Trump, l’annessione da lui accettata e riconosciuta di Gerusalemme, delle alture del Golan ed ora della Valle del Giordano, hanno ridato smalto alla figura di Netanyahu.

Le urne possono sempre riservare delle sorprese. Tuttavia, molti in Israele pensano che l’esito elettorale potrebbe essere solo la premessa di nuove elezioni. Magari dopo quelle che si svolgeranno, all’inizio di novembre, negli Stati Uniti.

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