EMERGENZA UE/ La soluzione per far ricredere i Paesi del Nord sulle “cicale”

- Alfonso Ruffo

I Paesi del Nord Europa non si fidano di noi. Occorre quindi mettere in campo degli strumenti per fargli cambiare idea sul nostro conto

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LaPresse
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Una cosa è certa: i tedeschi, gli olandesi e gli altri popoli del Nord non si fidano di noi. Sì, perché dietro le posizioni rigide e antipatiche dei Governi c’è un’opinione pubblica che ci giudica inaffidabili. E i giornali di quei Paesi, con scontata ironia, dispensano in abbondanza la storia della formica e della cicala che noi ben conosciamo grazie ai racconti delle nostre nonne.

Il loro ragionamento è molto semplice. Noi vestiamo meglio di loro (in realtà abbiamo più gusto), possediamo più case di proprietà, abbiamo più auto e telefonini pro capite, possiamo contare su un risparmio e una ricchezza privata che non hanno pari in Europa. Perché mai dovremmo fare appello al loro buon cuore prim’ancora di mettere mano ai nostri portafogli?

La solidarietà va bene, ragionano cittadini e governanti dei Paesi partner, ma solo se e quando ne avrete veramente bisogno. Al momento non ci sembra che stiate messi così male e prima di chiedere aiuto agli altri potete cominciare ad aiutarvi da soli. Quanto sia strumentale questa posizione è difficile valutare. Ma va considerata per comprendere il mood.

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Nasce anche per questo la proposta su Repubblica di Paolo Cirino Pomicino, quintessenza della Prima Repubblica sulla cui vivace intelligenza nemmeno i nemici più radicali hanno mai potuto eccepire qualcosa. In sé, l’dea è semplice: mettere mano alla ricchezza nazionale attraverso un patto tra lo Stato e il mondo della produzione largamente inteso.

Si tratterebbe di congegnare una sorte di pace fiscale per i quattro anni a venire in favore di quei soggetti, banche e imprese, che accettano di versare al fisco a titolo volontario una certa cifra legata all’ammontare del fatturato. Per evitare tentazioni malevole l’accordo resta valido solo se il giro di affari di chi coglie l’opportunità cresce di almeno l’1,5 per cento l’anno.

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Questa misura, calcola l’ex ministro, porterebbe nelle casse dello Stato qualcosa valutabile tra i 120 e i 150 miliardi. Non si tratta di un condono fiscale, tiene a precisare, e allontanerebbe il pericolo sempre in agguato di una patrimoniale che non lascerebbe scampo a nessuno in quanto per definizione obbligatoria. Insomma, sembrerebbe il classico uovo di Colombo.

Quanta fortuna avrà questo suggerimento è difficile dire. Ma risponde alla richiesta di mettere sul tavolo della trattativa un nostro chip e si accorda perfettamente con la posizione di Mario Draghi, Confindustria e Giulio Tremonti – per citare i soggetti che più si sono spesi sul tema – di avviare un’azione anti-ciclica basata su nuovo debito da restituire a lunghissimo termine.

Messo mano alla tasca e impegnato il Paese in un programma credibile di tenuta e rilancio dell’economia dovrebbe essere più agevole pretendere che l’Unione europea faccia la sua parte accettando di emettere Coronabond o di affidarsi a strumenti analoghi che abbiano comunque l’obiettivo di ricondurre a fattor comune la richiesta di risorse dal mercato.

Qualche saggio commentatore ha fatto notare che solidarietà fa rima con responsabilità. E che non possiamo invocare la prima se non diamo certezza della seconda. Dobbiamo poi avere e mostrare il coraggio delle nostre azioni dando prova che in occasioni eccezionali siamo capaci di eccezionali risposte che non siano limitate alla resistenza del canto sui balconi.

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