SCIENZA&CLASSICI/ La Tradizione nella Scienza [Rilettura]

- Mario Gargantini

Dalla rilettura del testo emerge il desiderio dell’autore per una conoscenza sempre più profonda della natura e una valorizzazione di ogni apporto che chiarisca i fenomeni fisici.

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Dalla copertina del Libro

Werner Heisenberg

La Tradizione nella Scienza

Garzanti, Milano 1982

Pagine 159 – Euro 12,91

È certamente significativo che al suo ultimo libro Werner Heisenberg abbia voluto mettere come titolo La tradizione nella scienza (Tradition in der Wissenschaft): proprio lui che col suo principio di indeterminazione aveva scardinato uno dei capisaldi sui quali si fondava la solida visione scientifica galileiana-newtoniana.
Così almeno sostengono i bene informati. Ma dalla rilettura delle pagine di questa raccolta di saggi del celebre fisico tedesco, più che la volontà di rottura col passato emerge il desiderio di una conoscenza sempre più profonda della natura e una capacità di valorizzare qualsiasi apporto che possa gettare una nuova luce sui fenomeni fisici.
L’autore è convinto che la tradizione incida sullo sviluppo della ricerca in una triplice modalità: nella individuazione dei problemi dai quali parte ogni indagine scientifica; nella scelta dei metodi più adeguati al particolare problema individuato; nella formulazione dei concetti in base ai quali vengono descritti i fenomeni e vengono interpretati i risultati degli esperimenti.
In quest’ultimo punto si rivela la non celata simpatia di Heisenberg per Platone e per il ruolo prioritario giocato dalle idee nello sviluppo delle teorie scientifiche. Simpatia totalmente condivisibile laddove si tratta di opporsi alla ricorrente pretesa empirista di stabilire la validità di una teoria in forza della inoppugnabilità dei crudi «fatti»; e gli sconvolgimenti prodotti nella fisica dalla quantistica dovrebbero scoraggiare ogni ritorno all’empirismo: «questa nuova situazione nella teoria dei quanti non pone in discussione necessariamente i metodi tradizionali della scienza; ciò che pone in discussione è unicamente la supposizione che concetti e nessi matematici possano venir desunti semplicemente dall’esperienza».
Il platonismo diventa meno giustificabile se porta a sottovalutare la necessità di un continuo confronto col reale, con i dati e i riscontri quantitati vi ottenuti sottoponendo la teoria al severo tribunale dell’esperimento.
Ma basta leggere il quarto capitolo, dedicato ai raggi cosmici, e il sesto, che illustra il ruolo della fisica delle particelle nello sviluppo della scienza, per rendersi conto di quanto un grande fisico teorico come Heisenberg fosse attento, soprattutto negli ultimi anni, ai risultati provenienti dai laboratori della Big Science come il Cern o il Fermilab. E le sue perplessità circa l’ipotesi dei quark non appaiono come resistenza di fronte al nuovo ma piuttosto come un richiamo alla correttezza di impostazione dei problemi in fisica.
È oggi quanto mai opportuno ricordare che i risultati sperimentali diventano più interessanti quando «rispondono alle domande critiche poste dalla teoria »; altrimenti si limitano a riempire, magari ampliandola, una tabella di dati ma, senza ipotesi precise (lontane da ogni «pregiudizio pseudofilosofico »), tutto quello che si può leggere nella tabella è ampiamente inferiore alla «ricchezza» di contenuto conoscitivo racchiuso nella tabella stessa.
Tra le altre pagine del volume, mirabile è la ricostruzione storica della teoria dei quanti e della meccanica quantistica, contenuta nel secondo e terzo capitolo: un saggio di alta divulgazione e insieme di riflessione critica sul nuovo approccio al microcosmo inaugurato dai fisici dei primi decenni del secolo appena passato.
La scelta di riservare un capitolo ai colloqui con Einstein è un modo elegante di ribadire la differenza di posizioni tra l’autore e il padre della relatività e di riproporre l’urgenza di un dibattito sul realismo nello studio dei fenomeni naturali. Su questioni di questa portata i fisici devono continuare a discutere.
Heisenberg ricorda quanto abbiano giovato alla scienza i frequenti dialoghi, anche accesi, e gli scambi epistolari tra gli studiosi: parlando di Niels Bohr, punto di riferimento della cosiddetta interpretazione di Copenhagen della meccanica quantistica, Heisenberg arriva ad affermare che il suo enorme influsso «non è da ascrivere in primo luogo ai suoi lavori ma al fatto che egli discuteva continuamente con i colleghi le difficoltà fondamentali della teoria dei quanti».
Una pratica da tenere in seria considerazione anche nell’insegnamento, se si vuole vivere la scienza come educazione al senso critico e al rispetto della verità.

Recensione di Mario Gargantini
(Direttore della Rivista Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 11 di Emmeciquadro



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