SCIENZ&STORIA/ Takashi Paolo Nagai. Nel settantesimo anniversario della bomba atomica su Nagasaki

A settanta anni dallo scoppio della bomba A sul Giappone, la vicenda umana e scientifica di un medico giapponese convertito al Cattolicesimo e coinvolto in quel tragico evento.

06.07.2015 - Filippo Peschiera
Peschiera_57_00_439x302_ok
Bomba A su Nagasaki

A settanta anni dallo scoppio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, l’articolo riporta la vicenda scientifica e umana del medico Giapponese Takashi Paolo Nagai. Coinvolto in quei momenti tragici anche a livello familiare (la moglie morì nello scoppio) è un vero «testimone» del XX secolo.
Cresciuto con una grande passione per la scienza medica, in un contesto in cui il clima era materialista e riduzionista, proprio a partire dalla sue esperienza di scienziato ha progressivamente allargato l’orizzonte della ragione, incontrando nella sua ricerca di verità il Cattolicesimo.

È l’agosto del 1945, un padre si aggira per le rovine fumanti di Nagasaki. Vicina a lui, in lacrime, sua figlia trova un fiore spuntato in quella desolazione: «Non piangere, vedi bene che il buon Dio non ci ha completamente abbandonati» [1] le dice il papà.
A raccogliere delicatamente e a riferire queste parole del dottor Takashi Nagai (1908-1951) è padre Christian de Chergé (1937-1996), priore di Notre Dame de l’Atlas a Tibhirine, nell’omelia per la festa dell’Immacolata Concezione del 1993: il monaco, insieme ad altri sei confratelli, morirà martire nel maggio del 1996 per mano di fondamentalisti islamici in Algeria.
La frase del dottor Nagai sopra riportata è il messaggio di speranza cristiana che ha attraversato tutti gli eventi dolorosi e drammatici del XX secolo ed è attuale anche agli uomini e le donne del nostro secolo nel settantesimo anniversario dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Uno studente nel Giappone all’inizio del XX secolo

Takashi Nagai nasce nel 1908 vicino a Hiroshima da una nobile famiglia che lo alleva nel solco della tradizione shintoista. Approdato come il padre agli studi medici, troverà alla facoltà di Medicina dell’Università di Nagasaki un clima materialista e riduzionista.
Gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento avevano visto l’imperversare dell’ateismo nelle scuole giapponesi: i professori lo ritenevano essenziale per affrontare le nuove sfide scientifiche del nuovo secolo. I docenti di Nagai non deridevano la religione Shinto per rispetto delle tradizioni, ma insinuavano che le credenze religiose, per quanto adatte e perfino utili in passato, sarebbero diventate totalmente superflue via via che le luminose certezze della scienza avessero rischiarato ogni tratto della vita umana.
In questo clima culturale Nagai, al momento del congedo dalla scuola superiore, era un ateo convinto: la scienza, la sola via che portava a una conoscenza certa della realtà, era la strada del futuro.
[A sinistra: La Bomba A su Nagasaki]
Contemporaneamente Takashi, ragazzo da sempre inquieto e curioso di ogni aspetto della realtà che lo circondava, si commuoveva profondamente alle intense note della musica dei Romantici tedeschi come Franz Schubert (1797-1828) e grazie al romanzo «Kokoro» (in italiano «Anima e cuore»), dello scrittore Natsume Soseki (1867-1916), si interrogava spesso sulle contraddizioni che venivano alla luce con la nuova era scientifica: il maestro giapponese raccontato nel testo si suicida, dopo aver scritto al suo allievo: «La solitudine è il prezzo che dobbiamo pagare per essere nati in quest’epoca moderna, così piena di libertà, di indipendenza e di egoistica affermazione individuale» [7].
Nagai era turbato dal contatto con questo moderno senso d’angoscia, ma inizialmente riuscì a dominarlo e si gettò nello studio per prepararsi agli esami fortemente selettivi dell’ammissione all’Università e nel 1928 scelse quella di Nagasaki: attratto dalla precisione e dalla sistematicità della medicina tedesca, Nagai studiava e seguiva metodi scientifici che già si applicavano in Germania.
Mentre la facoltà di Medicina era una selva di edifici di ferro e cemento, a nord dell’Università, distante circa mezzo chilometro, c’era la grande Cattedrale di Urakami in mattoni rossi, che con la sua maestà e le penetranti note delle sue campane, che squillavano per l’Angelus tre volte al giorno, lo stupivano e lo irritavano al tempo stesso: non faceva onore a un giapponese moderno continuare a credere negli antiquati dei della religione Shinto, ma il fatto di sottomettere la propria intelligenza a dei stranieri era assurdo e lo riempiva di rabbia.
In una delle prime lezioni universitarie, un professore mostrò alle matricole di Medicina del suo corso un cadavere steso su un tavolo e disse: «Signori, ecco un uomo; ecco cioè l’oggetto dei nostri studi. Un corpo dotato di proprietà fisiche. Cose che loro stessi possono vedere, pesare, analizzare, misurare. E questo è tutto ciò di cui un uomo consiste» [2].
Nagai non trovò nulla di strano in questa totale negazione dello spirito: «La moda» scriveva «si ispirava alla scienza onnipotente, al positivismo. Se, come i vecchi pretendevano, esistevano delle anime e degli spiriti, che li facessero vedere con i nostri occhi!» [2].

Egli credeva appassionatamente nella scienza, era sicuro che essa possedesse la chiave per aprire qualsiasi porta alla corsa del progresso umano e credeva nell’«Umanità», infatti riteneva che la scienza avesse scacciato le nebbie dei secoli di oscurantismo e che finalmente la razza umana potesse essere se stessa.
Nei primi decenni del XX secolo, la durata della vita media in Giappone era ancora inferiore ai livelli occidentali: i medici giapponesi erano pronti a far uscire la nazione da uno stato di inferiorità e Nagai desiderava essere uno di loro, avere in mano la vita degli altri e, con le sue decisioni, guarire ogni malattia.

 

 

La morte della madre e l’«incontro» con Blaise Pascal

 

Nel marzo del 1930 Nagai ricevette un telegramma da suo padre in cui era scritto solamente: «Vieni a casa» [2]. Durante le sue ultime vacanze aveva visto sua madre muoversi con una certa fatica e temeva che le fosse successo qualcosa di grave; appena giunto fu informato che aveva avuto un collasso, non poteva più parlare, ma era perfettamente cosciente: morì qualche minuto più tardi. Nel ricordare quel giorno che cambiò totalmente la sua visione della realtà, Nagai scrisse: «In quegli occhi guardavo me stesso negatore dell’esistenza dell’anima, e istintivamente sentivo che l’anima di mia madre esisteva realmente: si separava dal suo corpo, ma non sarebbe mai perita» [4].
Takashi si sentì come risvegliato nel suo intimo e riprese a leggere i Pensieri di Blaise Pascal (1623-1662) che già in passato lo avevano interrogato: un grande fisico, uno scienziato universalmente riconosciuto, aveva potuto accettare e ritenere autentiche verità come l’anima, Dio e l’eternità. Nagai si domandava: «Cosa era mai questa fede cattolica che il sapiente Pascal poté accettare senza contraddire la sua scienza?» [4]. Pascal affermava che c’è abbastanza luce per quelli che non desiderano altro che vederci e abbastanza buio per quelli che sono di idea contraria e che la fede si fonda sull’esperienza personale di Dio che si ha dentro il proprio cuore.
[A destra: La Cattedrale di Urakami distrutta]
Nagai mise questa affermazione a confronto con il convincimento da lui sperimentato che lo spirito di sua madre continuasse a vivere oltre la morte fisica. Si trattava di una vera esperienza o era solo frutto di un primordiale istinto di difesa contro quella disperazione che ci coglie alla morte di una persona cara?
Scrisse: «Constatai che il campo che può essere esplorato dai metodi delle scienze naturali e sottomesso alle loro leggi, ha anch’esso le sue frontiere, e che non si risolveranno mai tutti i problemi dell’universo: l’esistenza dell’anima, per esempio, non si rileva con procedimenti scientifici […]. Negavo l’esistenza dell’anima, perché ero prigioniero di questo falso assioma: la scienza è il solo mezzo per scoprire la verità».
I suoi compagni di Università notarono un cambiamento in lui: era totalmente scomparso il suo facile ottimismo e la sua cieca fiducia nella scienza come ancora di salvezza per l’umanità. Il tarlo sul perché della vita e sull’esistenza di Dio continuava a rodergli dentro e durante le sue abituali escursioni in montagna in solitudine il Nostro si portava con sé solo del cibo e la sua copia consunta dei Pensieri di Pascal: in una splendida giornata di aprile del 1931 mentre passeggiava, qualcosa fece capire a Nagai che tutta quella bellezza che lo circondava non era semplicemente lì per caso.
Il Dio Creatore di Pascal non poteva essere un’ipotesi ragionevole? Nagai pensò: «In laboratorio io sono sempre pronto a provare un’ipotesi. Perché dunque non provare quella preghiera su cui Pascal insiste tanto, anche se soltanto come esperimento?» [2]. Non sapeva cosa fosse la preghiera cristiana, ma non voleva rivolgersi a un prete nel timore di incontrare qualche fanatico che lo assillasse, allora decise di cercare una famiglia di cattolici disposta a ospitarlo: questo gli avrebbe offerto la possibilità di conoscere il Cattolicesimo e di vedere come pregavano i cristiani, senza compromettersi troppo. Si decise per una casetta a due piani a meno di due chilometri dall’Università e vicinissima alla Cattedrale: sul cancello era scritto il nome di Sadakichi Moriyama, un commerciante di bestiame che viveva con sua moglie e sua figlia Midori (1908-1945).

 

 

La «nuova» strada della medicina

 

Nel 1932 Nagai si laureò in Medicina a pieni voti e venne scelto per pronunciare il discorso nel giorno della consegna dei diplomi: si concentrò per giorni nella scrittura del testo, ma non poté mai leggerlo davanti ai professori e a tutta l’Università.

A pochi giorni dalla cerimonia, venne colpito da una gravissima infezione che lo lasciò completamente sordo da un orecchio: non avrebbe potuto mai più usare lo stetoscopio e la sua carriera di medico sembrava irrimediabilmente compromessa.
L’amministrazione dell’Università gli propose di diventare assistente di Itsuma Suetsugu (1893-1965), professore arrivato l’anno prima dalla Germania per fondare l’Istituto di Radiologia, ma fortemente avversato dai colleghi per gelosia nei confronti della nuova tecnica diagnostica, ancora sperimentale, che avrebbe potuto soppiantare quelle più antiquate usate fino ad allora.
Nagai ascoltò il professore che gli illustrava le potenzialità e i pericoli dei raggi X: «Il raggio X è l’onda del futuro, ma noi non possiamo ancora controllare bene questi raggi. Guardi questa foto: è il dottor Guido Holzknecht (1872-1931) di Vienna. È stato mio professore in Europa. A causa dell’esposizione ai raggi ha perso il dito di una mano, poi ne ha perso un altro. Alla fine gli hanno dovuto amputare il braccio destro».

Guido Holzknecht (1872-1931), a sinistra nella foto

 

Continuò: «Signor Nagai, io posso prometterle soltanto duro lavoro e totale incomprensione da parte di colleghi e di studenti. Aggiunga a tutto questo un serio rischio per la sua salute! Lei però sarà un pioniere giapponese in un campo scientifico di importanza vitale!» [2].
Questo fu l’inizio di quanto doveva diventare per Takashi il tema di una ricerca appassionata: lo studio degli atomi, delle radiazioni e delle possibilità dell’energia atomica e sarebbe diventato uno specialista nel campo della struttura atomica e della fissione nucleare.

 

 

La «strada» verso la conversione al Cattolicesimo

 

Il dicembre del 1932 fu eccezionalmente freddo e Nagai era solito restare in Istituto dopo la giornata di lavoro, assorto nella ricerca radiologica nonostante il gelo del laboratorio. Quella sera tuttavia sarebbe tornato a casa prima, perché era il 24 dicembre e aveva accettato l’invito dei Moriyama per la cena della vigilia di Natale: Natale non era una festa pubblica in Giappone e il governo ne scoraggiava la celebrazione, perché questa era «non giapponese e straniera». Chiesero a Takashi se volesse andare alla Messa di mezzanotte in Cattedrale. Egli accettò e rimase sconvolto dalle persone in preghiera, dai loro canti, dalla loro fede, dall’omelia in cui il sacerdote esaltava le meraviglie di Dio per aver prescelto un umile falegname e la sua vergine sposa.
Un anno dopo, nel gennaio 1933, Takashi effettuò il servizio militare. Prima di partire per la campagna in Manciuria, gli arrivò un pacco: era Midori che gli offriva dei guanti ed un catechismo cattolico. Durante questo periodo Takashi si occupò dei feriti e del servizio sanitario: rimase molto scosso nella sua credenza nella cultura giapponese quando constatò le atrocità e la brutalità dei militari giapponesi sulle popolazioni civili cinesi.
Al suo ritorno, proseguì le sue letture, il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Bibbia e i Pensieri di Pascal e inoltre incontrò un presbitero, il padre Moriyama, che fu fondamentale per la sua conversione. Il 9 giugno 1934, ricevette il battesimo nella fede cattolica e scelse il nome cristiano «Paolo» in memoria di San Paolo Miki.
Successivamente chiese Midori in matrimonio e la celebrazione avvenne nell’agosto 1934: dalla loro unione nacquero quattro figli dei quali solo due sopravvissero fino all’ età adulta, Makoto (1935-2001) e Kayano (1941-2008).

 

 

La macchina «si rivolta» contro il suo padrone

 

Durante tutta la Seconda Guerra Mondiale, Nagai lavorò incessantemente nell’ospedale di Nagasaki e gli fu ordinato di organizzare stazioni di pronto soccorso in città: eseguiva esami radiologici sui numerosi feriti dei bombardamenti alleati, ma era continuamente esposto alle radiazioni anche nel suo quotidiano lavoro in ospedale e durante le sue lezioni agli studenti.
Superava molto il limite di sicurezza di 0,2 Röntgen al giorno, ma diceva sempre: «Sono responsabile del tirocinio degli studenti e soprattutto dei casi di tubercolosi. Tutti ormai in Giappone viviamo nel pericolo ed io non posso evitarlo se devo fare il mio lavoro» [2].
Con una dose di speranza superiore a quella di prudenza continuò serenamente il suo intenso lavoro con i raggi X: cominciò, però a notare difficoltà nella mobilità e continua spossatezza e quando si sentiva totalmente esausto pregava il Rosario davanti a una statuetta della Madonna sulla sua scrivania e si sentiva in pace.
Nel 1945 un collega lo persuase a sottoporsi lui stesso a un esame radiologico e in un suo libro Nagai narra di quel momento: era presente un’ombra nefasta sopra lo stomaco a destra e la milza era molto aumentata. Davanti ai suoi colleghi, alla diagnosi di leucemia incurabile, disse: «Cari colleghi medici, dobbiamo essere realisti. Ognuno di noi un giorno si ammalerà e sarà un malato in fase terminale» [2].

Guardava l’apparecchio radiologico che aveva causato la sua malattia, ma era sereno e in fondo non temeva la morte: aveva un senso di gratitudine per una vita che era stata così piena e felice.

 

 

Agosto 1945: la bomba atomica sulla città di Nagasaki

 

Il maggiore americano Charles Sweeney (1919-2004) aveva un compito estremamente rischioso quella mattina del 9 agosto 1945: decollare con una bomba A di quattro tonnellate e mezzo, la cosiddetta «Fat Man». Ora si trovava sopra l’obbiettivo primario, Kokura. Aveva fatto tre giri sopra la città totalmente coperta di nubi e stava per terminare il carburante del B-29 «Bockscar»; puntò allora verso sud-ovest per il bersaglio alternativo, Nagasaki.
Il pilota bombardiere Kermit Beahan (1918-1989) lanciò la bomba alle ore 11 e «Fat Man» calò su una città di 200.000 abitanti: più di 70.000 sarebbero morti subito, molti senza nemmeno lasciare una traccia.

Fat Man

 

Nagai, che si trovava nel Reparto di Radiologia dell’Università al momento esatto dello scoppio alle ore 11:02, scrisse: «Una mano possente e invisibile sconquassa la stanza: sedie, armadi, scarpe, vestiti, tutto mi turbina attorno, ricade con spaventoso fragore, mi si fracassa addosso. Scaraventato a terra, soffoco contro una densa polvere che penetra nelle narici, ma mi sforzo di tenere gli occhi aperti per guardare fuori dalla finestra. Tutto è scuro» [3].
Nei giorni successivi Takashi e i colleghi sopravvissuti si prodigarono senza sosta per alleviare le sofferenze dei loro concittadini colpiti dal bombardamento. L’Università bruciò completamente e i professori e gli studenti poterono solo guardare attoniti: «Gli strumenti del mio lavoro, – scrive Takashi – documenti che erano alimento del nostro sapere, campioni e saggi che testimoniavano il progresso della nostra scienza, gli apparecchi che abbiamo amato come le nostre braccia, tutto, tutto sale verso il cielo in una sola colonna di rosse fiamme» [3].
In quei giorni Takashi si intrattenne spesso con alcuni docenti di Fisica per parlare delle radiazioni atomiche e dei passi in avanti compiuti dalla scienza in questo campo. Discuteva animatamente come se non fosse stato vittima dei terribili effetti delle radiazioni, ma fosse unicamente interessato a partecipare a «una preziosa esperienza in campo scientifico».
La collina su cui si trovavano era un vero terreno di sperimentazione dove con gli altri studiosi, poteva scoprire ciò che accadeva agli esseri umani, agli animali e alle piante a causa della fissione atomica e «avvertivano un nuovo dinamismo e nuovi stimoli per la ricerca della verità. Su questo deserto nucleare qualcosa stava già germogliando, i germi vigorosi di nuove scoperte scientifiche» [2].

Nuvola atomica su Nagasaki

 

Dopo due giorni di febbrile attività, finalmente l’11 agosto Takashi poté pensare alla sua famiglia: i suoi figli erano in salvo sulle montagne a sei chilometri di distanza con i nonni, ma di Midori, rimasta a Nagasaki, non aveva nessuna notizia.
A fatica identificò la sua casa e, cosciente che sua moglie era sicuramente morta a causa della bomba, trovò un resto del suo cranio, della spina dorsale e del femore: raccolse un secchio deformato dal calore e s’inginocchiò a raccogliere le sue ossa.

 

 

La «speranza» in una città e in una nazione sfigurate

 

Nagai si accorse che moltissime vittime dell’esplosione si erano rifugiate nel quartiere di Urakami e il piccolo gruppo di superstiti del Reparto di Radiologia lo raggiunse e insieme decisero di costituire un’unità medica nonostante fossero sprovvisti di medicinali, strumenti e attrezzature: si mettevano all’opera la mattina presto, curando la gente, estraendo schegge e disinfettando le ferite infette, mentre per molte vittime delle malattie conseguenti alle radiazioni atomiche non c’era proprio nulla da fare. C’erano troppi malati per le loro forze e ritornavano a casa tardi, completamente esausti.

Nagasaki prima e dopo

L’8 settembre 1945 Takashi manifestò sintomi gravissimi della leucemia passando da momenti di coma a momenti di lucidità, ma il giorno 5 ottobre dello stesso anno avvenne la straordinaria guarigione che il medico attribuì all’intercessione di Massimiliano Kolbe (1894-1941), un francescano polacco arrivato in Giappone nel 1930 e che fondò un convento a Nagasaki.
Nagai ebbe l’occasione di conoscerlo, e una volta lo ebbe come paziente in ospedale dove gli fece delle radiografie ai polmoni, perché era affetto da tubercolosi. Richiamato in Polonia, padre Kolbe morirà nel lager di Auschwitz prendendo il posto di un padre di famiglia: verrà beatificato da Papa Paolo VI (1897-1978) nel 1971 e canonizzato da Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) nel 1982.
Durante la convalescenza di Takashi, il governo aveva potuto organizzare gruppi di assistenza medica e perciò la sua piccola equipe poteva sciogliersi. Dopo la guarigione il medico tornò nel quartiere di Urakami e passò vari mesi di lutto e di preghiera per Midori e per gli amici e i colleghi dell’ospedale.
Cominciò ad affrontare il problema delle radiazioni residue: non aveva attrezzature scientifiche adeguate, ma quando si accorse che nel terreno bruciato dalla bomba erano di nuovo presenti formiche e lombrichi si convinse che le piogge autunnali erano riuscite, almeno in parte, a far dilavare i residui atomici. Fece costruire una piccola capanna, dai pazienti riconoscenti e da suoi allievi, fatta coi pezzi della sua vecchia casa e la chiamò Nyoko-dō, che significa «amate gli altri come voi», secondo le parole di Gesù «amerai il prossimo tuo come tu stesso» (Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27) e qui rimase coi suoi due bambini scampati.
In questo piccolo rifugio, simile ad un eremo, trascorse i suoi ultimi anni in preghiera e contemplazione fino al 1951, anno della sua morte.

 

 

L’ «olocausto» di Nagasaki e l’eredità di Takashi Paolo Nagai

 

Nel discorso che tenne il 23 novembre 1945 in occasione della Santa Messa per le vittime della bomba atomica, Nagai usò la parola hansai, termine che in giapponese significa «olocausto» in senso biblico, cioè offerta interamente consumata dal fuoco, per paragonare le vittime a un’offerta consacrata per ottenere la fine della guerra e la pace nel mondo.
[A sinistra: Takashi Paolo Nagai]
Negli anni successivi Nagai si prodigherà nella scrittura di testi in cui racconta la sua esperienza di medico e di malato con riflessioni su Dio, la guerra, la morte, la medicina e la situazione degli orfani, da lasciare in eredità alle generazioni successive: sono le cronache spirituali dell’esperienza della bomba atomica, che furono apprezzate da tutti i Giapponesi di ogni appartenenza sociale o religiosa, come dimostrano alcune significative testimonianze.
Alcuni giovani di Hiroshima mandarono a Nagai come dono a Nagasaki dei fiori di loto, fiore importante per i buddisti, perché, dato che cresce e fiorisce nel fango, è simbolo del Budda misericordioso che trae la bontà anche dal cuore corrotto degli uomini. Nagai ricambiò il gesto con delle rose bianche, simbolo di Maria, «Rosa mistica».
Il 14 maggio 1949 il Nunzio Vaticano in Giappone, l’Arcivescovo Maximilien Fürstenburg (1908-1988) venne alla capanna Nyoko-dō con un messaggio e una corona del Rosario da parte del Papa Pio XII (1876-1958): Takashi non se ne separò mai finché due anni dopo morì tenendola in mano.
Takashi Paolo Nagai fu esempio di umiltà nella ricerca appassionata della Verità, di abnegazione e di spirito di sacrificio: colui che venne soprannominato il «Santo di Urakami» volle porre come epitaffio sulla sua tomba la frase evangelica che forse sintetizza al meglio il suo atteggiamento nella vita: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare» (Lc 17,10).

 

 

Vai al PDF dell’articolo

 

 

Filippo Peschiera
(Docente di Scienze presso il Centro di Formazione Professionale “Galdus” di Milano, membro della Scuola Internazionale Superiore per la Ricerca Interdisciplinare (SISRI) promossa dal Centro di Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede (DISF) presso la Pontificia Università della Santa Croce a Roma)
 

 

 

Indicazioni bibliografiche

  1. Ferdinando Cancelli, Un fiore nella desolazione, L’Osservatore Romano, Città del Vaticano, 2011.

  2. Paul Glynn, Un canto per Nagasaki, Little Red Apple Publishing, Australia, 1928.

  3. Takashi Paolo Nagai, Le campane di Nagasaki, Luni Editrice, Milano, 2014.

  4. Takashi Paolo Nagai, Nel deserto dell’atomica, Ed. Istituto Saveriano Missioni Estere, Parma, 1953.

  5. Takashi Paolo Nagai, Lasciando questi ragazzi, Editrice Nuova Massimo, Milano, 1952.

  6. Blaise Pascal, Pensieri, I Giganti di Gulliver, Santarcangelo di Romagna (RN), 1996.

  7. Natsume Sōseki, Anima e cuore, Youcanprint Self-Publishing, Tricase (LE), 2013.

  8. AA.VV., La Sacra Bibbia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2014.

 

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 57 di Emmeciquadro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori