IL CASO/ Tarantini (A2A): Edison, nessuna svendita a Sarkozy

- int. Graziano Tarantini

GRAZIANO TARANTINI ci spiega l’importanza e la bontà dell’accordo raggiunto qualche giorno fa tra i soci italiani e i francesi di Edf per l’assetto futuro di Edison ed Edipower

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Graziano Tarantini (Foto Imagoeconomica)

«È stata un’operazione straordinaria. Non ci sono stati vincitori, né vinti. Il vero risultato è stato fare chiarezza». Graziano Tarantini, Presidente del Consiglio di sorveglianza di A2A non ha dubbi quando ci parla dell’accordo raggiunto tra i soci italiani ed Edf per l’assetto futuro di Edison ed Edipower.

Edison passerà però in mani francesi. Qualcuno potrebbe vedere la cosa come un altro pezzo d’Italia finita in mani straniere.

Qui bisogna fare chiarezza: da anni, ben prima che A2A facesse il suo ingresso nel 2005, Edison era di fatto gestita dai francesi. Con questo accordo siamo riusciti a chiudere un percorso che ci penalizzava per due ragioni: il nostro investimento finanziario in Edison aveva nel tempo perso valore; negli anni Edison aveva cominciato anche a occuparsi di vendita di energia alla clientela retail con una strategia molto aggressiva che ci ha fatto molta concorrenza, in maniera corretta e legittima si intende.

In tutto questo cosa c’entra Edipower?

Sotto Edison c’era Edipower, la ex Genco (generation company) derivante da Enel, che lavorava secondo una logica di tolling. In pratica gestiva le forniture di combustibile che le venivano dai vari partner i quali ritiravano poi l’energia prodotta pagando un costo per l’utilizzo delle centrali. All’interno di Edipower noi soci italiani eravamo poi tanti, mentre Edf, che per di più è controllata da un unico socio (lo Stato francese), era da sola. Questa era quindi la situazione di partenza.

Poi cosa è successo?

Alla scadenza degli accordi, in caso di mancanza di rinnovi o di soluzioni di altro tipo, si sarebbe dovuti andare all’asta. Per noi prendere il controllo di Edison sarebbe stato molto più costoso rispetto a quanto lo sarebbe stato per Edf, perché avevamo una quota minore. Inoltre, avevamo le spalle meno forti rispetto alla controparte. Abbiamo dovuto quindi ragionare partendo da due presupposti: i principali azionisti di A2A, la società italiana più importante sia in Edison che in Edipower, storicamente avevano sempre avuto nei dividendi risorse importanti per gestire i propri Comuni; non è mai un buon affare comprare al valore massimo o vendere al valore minimo.

Cosa c’entra questo secondo punto?

C’entra perché in un primo momento avevamo raggiunto un accordo “spezzatino” per Edipower: noi avremmo comprato le centrali idroelettriche, lasciando quelle termoelettriche a Edf. Tuttavia, ci troviamo in un contesto in cui in cui le prime valgono molto, mentre le seconde poco. Dato che il mercato può sempre cambiare direzione, ci saremmo presi un rischio acquistando solo gli asset che valgono di più. Tuttavia, da una prima valutazione ci sarebbero voluti due miliardi di euro per prendere tutta Edipower: una cifra per noi insostenibile. Dato che le previsioni ci dicevano che ci sarebbero stati 4-5 anni in perdita, non abbiamo trovato nemmeno supporto equity da parte del sistema bancario. Anche Corrado Passera, allora Ceo di Intesa Sanpaolo, disse di non essere interessato all’operazione.

 

Qui siamo però già dopo l’accordo di marzo, che all’epoca era sembrato ottimale per tutti. Perché non è stata seguita quella strada?

 

Bisogna dire che l’accordo di marzo non era stato ancora definito, perché mancava il nodo della governance in Edison. Infatti, con quell’accordo saremmo rimasti in Foro Bonaparte per almeno tre anni, con una quota minore. Edf aveva poi intenzione di fare un aumento di capitale in Edison. Avremmo quindi dovuto capire quale ruolo potevamo avere e ci saremmo poi trovati nuovamente a discutere dopo alcuni anni per trovare una soluzione. Nel frattempo avremmo dovuto scrivere un contratto con tante clausole e cavilli.

 

Ne sarebbe valsa la pena?

 

Ovviamente no. Le cose sono cambiate quando sono state date valutazioni diverse a Edipower e per noi è diventato più conveniente acquistarla interamente (800 milioni di euro). Con questa soluzione inoltre veniva risolto il problema relativo alla permanenza in Edison, che nel frattempo Edf aveva deciso di far diventare la propria gas company, dato che ritiene l’Italia strategica per le infrastrutture del gas che verranno dal sud-est europeo e dall’Africa.

 

Quando c’è stata veramente la “svolta”?

 

Abbiamo approfittato dell’opportunità di fare un’operazione industriale vera, perché la nostra quota finanziaria in Edison adesso diventa veramente industriale. Per arrivare a questo due sono stati i fatti importanti: tutti i soci italiani si sono riuniti e sono stati concordi nel dire che l’operazione si poteva fare; abbiamo trovato poi in Corrado Passera un interlocutore capace, perché conosceva molto bene il dossier.

 

Qual è stato il ruolo del ministro dello Sviluppo economico?

Il governo aveva un ruolo centrale nella vicenda, perché stiamo parlando di energia e di società che hanno tra i loro soci enti locali (quelle italiane) o addirittura uno Stato straniero (Edf). Passera è stato innanzitutto rispettoso della volontà degli azionisti e ha favorito il fatto che ci fosse una posizione unitaria tra i soci italiani. Inoltre, ha garantito a Edf che qualora non avesse più avuto partner italiani in Edison non avrebbe incontrato ostracismi di sorta nel nostro Paese.

 

E adesso cosa accadrà?

 

I francesi hanno le mani libere con Edison e potranno perseguire il loro progetto di gas company. Noi invece diventeremo secondi a Enel per quel che riguarda la potenza produttiva di energia. Se il mercato ci verrà in aiuto e se sapremo gestire bene gli asset di Edipower, tra 4-5 anni potremo realizzare che è stata una grande operazione. Se diversamente non riusciremo a farlo, se cominceremo a litigare, potremmo anche incontrare dei problemi dal punto di vista della sostenibilità finanziaria.

 

Intanto in Edipower resteranno principalmente A2A e Iren. Potrebbero nascere delle ulteriori sinergie tra queste due multiutilities, tenendo conto che nel mercato dell’energia le dimensioni conteranno sempre di più?

 

Sicuramente le realtà piccole faranno sempre più fatica a stare sul mercato. Che si possano mettere in cantiere sinergie o fusioni nell’immediato lo trovo difficile, perché nei prossimi mesi dovremo digerire questo accordo, il cui closing definitivo arriverà entro fine giugno. Poi bisognerà affrontare il nodo della governance di Edipower. Se ne potrà quindi eventualmente riparlare tra un anno.

 

In un periodo in cui si parla di privatizzazioni, ha ancora senso avere utilities partecipate dagli enti locali?

 

Per quel che mi riguarda l’importante è che il socio, pubblico o privato che sia, sappia fare il socio. Quel che voglio dire è che se un socio fa sì che l’azienda possa svilupparsi e crescere avrà una rendita permanente, cosa che nel caso dei Comuni può garantire maggiore autonomia finanziaria. Prima di vendere quindi conviene pensarci bene.

 

(Lorenzo Torrisi)

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