IL CASO/ Caro bolletta, quegli incentivi “nascosti” che assolvono le rinnovabili

- int. Mario Saporiti

Per MARIO SAPORITI, “Enel vuol farci credere che la bolletta sarebbe più cara per gli incentivi per le fonti rinnovabili. In realtà si tratta soltanto di una giustificazione di facciata”

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Rincari super per le bollette di luce e gas. Sono scattati dal primo aprile e l’incremento per il gas nel trimestre aprile-giugno sarà pari all’1,8%. Quello per l’elettricità è invece del 5,8%, cui va aggiunto un altro 4% per gli incentivi di vario tipo, per un rincaro complessivo del 9,8%. I principali quotidiani hanno parlato di somme destinate alle fonti rinnovabili, ma in realtà si tratta in larga parte di una mistificazione. Come sottolinea Mario Saporiti, presidente di Utilità Spa, «le lobby della produzione di energia elettrica tradizionale tentano di fare passare all’opinione pubblica l’idea che la bolletta sarebbe più cara perché lo Stato paga degli incentivi per le fonti rinnovabili. In realtà, si tratta soltanto di una giustificazione di facciata, perché incentivi e prebende sono destinate anche ai produttori tradizionali e somme ancora più elevate sono spese per lo smantellamento delle centrali nucleari».

Saporiti, quali sono le cause dell’aumento delle bollette dell’energia elettrica a partire dal primo aprile?

Secondo alcuni la responsabilità sarebbe degli incentivi alle energie rinnovabili, ma questa è una semplificazione che non ha senso. Le fonti rinnovabili incidono sulle bollette per 6 miliardi di euro l’anno, come hanno dichiarato di recente anche il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e quello allo Sviluppo economico, Corrado Passera. Rispetto alle bollette di 60 milioni di italiani, questa somma incide però relativamente poco. Sono molto più considerevoli altre voci. Per esempio, il “decommissing del nucleare”.

Di che cosa si tratta?

Sono i costi pagati in bolletta per la chiusura dei cinque siti di produzione dell’energia elettrica nucleare presenti in Italia: Caorso, Montalto di Castro, Trino Vercellese, Latina e Sessa Aurunca. Dopo il referendum del 1986, ogni giorno gli utenti italiani pagano una somma per la chiusura di questi reattori costruiti e poi dismessi. A questa si aggiungono gli oneri pari a circa 30 miliardi di euro ogni dieci anni per CIP6, una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi del 1992. Ci sono inoltre i fondi per gli acciaieri, il decreto salva Alcoa e altre voci. Gli oneri per le fonti rinnovabili sono quindi soltanto una delle diverse voci, anche se sono le uniche a finire ingiustamente sul banco degli imputati per il rincaro delle bollette.

Per quale motivo?

Perché le lobby delle produzioni tradizionali tentano di fare passare nell’opinione pubblica l’idea che la bolletta elettrica sarebbe cara perché lo Stato paga gli incentivi per le fonti rinnovabili. In realtà, si tratta soltanto di una scusa per non dire che lo Stato paga incentivi e prebende anche ai produttori tradizionali, come Enel.

 

E perché mai lo Stato dovrebbe pagare degli incentivi all’Enel?

 

Perché è previsto da CIP6, una delibera che punta ad aiutare chi produce energia. Adesso Enel chiede addirittura il pagamento degli incentivi “a centrale ferma”. Poniamo cioè che si costruisca una centrale a turbogas, la quale funzioni al 40% del suo potenziale effettivo. Anche quando è ferma, lo Stato deve pagare un incentivo perché comunque è stata realizzata ed è a disposizione della collettività.

 

La sua società, “Utilità”, è attiva nel campo del trading di energia. Di che cosa si occupa in particolare?

 

La modalità tradizionale attraverso cui si acquista energia avviene attraverso contratti bilaterali, per esempio tra un’azienda e il fornitore Edison. Da quasi tre anni però anche in Italia è stata introdotta la possibilità di acquistare energia alla borsa elettrica attraverso il trading. Per farlo occorre essere abilitati, registrarsi sui portali dove si fa trading e comprare elettricità come si acquisterebbero delle azioni o altre commodity. All’estero è già possibile farlo anche per il gas.

 

All’interno del settore dell’energia, le imprese italiane di trading sono in crescita o in recessione?

 

Innanzitutto per occuparsi di trading di energia elettrica e di gas occorre molta esperienza e preparazione e quindi non ci si può improvvisare. Le imprese che lavorano in questo campo sono quindi più o meno sempre le stesse. Il settore in Italia si è evoluto e affinato attraverso gli strumenti informatici e il rapporto di vendita e acquisto avviene sempre più spesso grazie alle piattaforme on line.

 

Questo settore in Italia è in espansione?

 

Difficile rispondere. Una società italiana che si occupa di trading di energia elettrica può infatti lavorare per clienti e fornitori di altri Paesi europei. E’ quindi una società italiana, in quanto può essere iscritta alla Camera di commercio della sua città, ma di fatto svolge un lavoro che non ha ricadute dirette nel nostro Paese.

 

(Pietro Vernizzi)

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