IL CASO/ Così gas e petrolio “imprigionano” l’energia italiana

- Davide Bartesaghi

Il governo studia un piano energetico per il 2020 che, mentre a parole spinge nella direzione di green economy e risparmio, riporterà le trivelle sulle coste. L’analisi di DAVIDE BARTESAGHI

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Il futuro energetico dell’Italia non è più una grande incognita. Il Governo ha infatti steso una bozza di Strategia energetica nazionale, un importante documento che dovrebbe tracciare gli obiettivi e le linee guida di uno sviluppo che ha come primo orizzonte il 2020, arrivando a definire un’ipotesi di mix energetico che tenga conto in particolare dello sviluppo delle rinnovabili e della necessità di contenimento della spesa energetica.

Obiettivi dichiarati della bozza di Strategia energetica nazionale (che sta circolando sul web in una versione non ufficiale) sono infatti la crescita sostenibile e il contributo alla competitività del sistema Paese con energia a basso costo che favorisca le imprese e le famiglie.

Per realizzare questi obiettivi il Governo si è dato sette priorità. Eccole: promozione dell’efficienza energetica; sviluppo dell’hub del gas sud-europeo; sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili; rilancio della produzione nazionale di idrocarburi; sviluppo delle infrastrutture e del mercato elettrico; ristrutturazione della raffinazione e della rete di distribuzione dei carburanti; modernizzazione del sistema di governance per rendere più efficaci e più efficienti i processi decisionali.

Si tratta di un piano lungimirante e ambizioso, che mette in conto investimenti per circa 180 miliardi di euro entro il 2020, concentrati soprattutto nei settori più innovativi delle rinnovabili, dell’efficienza energetica e delle infrastrutture. Ad esempio, viene alzata l’asticella degli obiettivi al 2020 in termini di abbattimento dei gas serra e di penetrazioni delle rinnovabili. Se oggi è previsto che al 2020 le rinnovabili coprano il 17% dei consumi finali lordi (secondo quanto previsto dalla direttiva europea 20-20-20), la bozza porta questa soglia al 23%. Per quanto riguarda i soli consumi di energia elettrica, l’obiettivo viene addirittura portato al 38% (per avere un termine di paragone, si consideri che nel periodo gennaio-agosto di quest’anno, le rinnovabili hanno coperto il 24% della richiesta di energia elettrica).

Il documento ribadisce però la preoccupazione di contenere i costi relativi agli incentivi che negli anni scorsi hanno sostenuto in particolare lo sviluppo del fotovoltaico: “Complessivamente, vengono allocati fino a ulteriori 3,5 miliardi di euro all’anno di incentivi a regime (dai 9 miliardi attuali a 12,5 miliardi), con un impegno complessivo nei 20 anni di ulteriori 70 miliardi”. Inoltre, “gli incentivi unitari vengono ridotti, avvicinandosi ai livelli europei pur rimanendo al di sopra degli altri Paesi, con un graduale accompagnamento verso la competitività (grid parity)”.

In realtà, in altre sedi il Governo ha sostenuto che dopo l’attuale 5° Conto Energia (la cui conclusione è prevista per i prossimi mesi) non ci saranno più incentivi per il fotovoltaico. Sono previsti invece maggiori investimenti nelle “rinnovabili termiche”.

Sul fronte delle energie tradizionali, il documento parla di una forte riduzione dell’utilizzo delle fonti fossili con un processo di “decarbonizzazione dell’economia” e con l’abbattimento delle emissioni al 2050, fino all’80% rispetto ai livelli del 1990.

In tema di efficienza energetica, gli obiettivi prevedono un risparmio dell’energia primaria nella misura di 20 Mtep, raggiungendo al 2020 un livello di consumi circa il 25% inferiore rispetto allo scenario di riferimento europeo.

Questi interventi dovrebbero comportare anche una riduzione della dipendenza dall’estero in termini di approvvigionamento (oggi le importazioni costano al Paese circa 62 miliardi di euro l’anno) con un risparmio di 15 milardi di euro all’anno di fattura energetica estera grazie alla riduzione dall’82% al 65% della dipendenza dall’estero.

Complessivamente, quelli proposti dalla Strategia energetica nazionale sono obiettivi che possono soddisfare sia il mercato delle fonti fossili, sia quello delle rinnovabili (mentre resta escluso il nucleare, un’opzione a cui l’Italia ha più volte detto di no, e che non sembra poter tornare in gioco considerato anche il fatto che i più importanti Paesi occidentali stanno pianificando progetti di uscita dall’atomo o, come nel caso della Francia, di riduzione del suo peso nel mix energetico). Ma guardando in profondità nel percorso scelto per arrivare a questi obiettivi, emergono alcune contraddizioni.

Ad esempio, mentre il mix energetico al 2020 dovrebbe comportare una crescita del peso delle rinnovabili (dall’11% del 2010 al 23%) e una riduzione delle fonti fossili (dall’87% al 75%), in realtà gli elementi di discontinuità maggiori rispetto al passato sembrano mostrare una forte volontà di spingere l’acceleratore proprio sulle fonti fossili. Quando nel documento si parla di obiettivi di riduzione dell’incidenza delle fonti tradizionali, si utilizza l’espressione “Approccio flessibile al percorso di decarbonizzazione”, dove la parola “flessibile” sembra messa apposta per giustificare un’immediata spinta degli investimenti verso gas e petrolio, che prevedono addirittura la ripresa delle trivellazioni off-shore, con meno vincoli rispetto al passato, ad esempio per quanto riguarda la distanza dalle coste.

Nel breve periodo proprio gas e petrolio potrebbero diventare i protagonisti della politica energetica nazionale. È curioso a questo proposito che venga individuato un ambizioso obiettivo di raddoppio della produzione nazionale di idrocarburi, motivandolo anche con le ricadute in termini di investimenti e occupazione. Non bisogna infatti dimenticare che proprio questo Governo ha introdotto pesanti limitazioni allo sviluppo dell’energia solare che hanno portato alla chiusura di molte aziende italiane e al blocco degli investimenti dall’estero.

Il timore, insomma, è che una Strategia energetica nazionale che si presenta come una spinta alla green economy e al risparmio energetico, in realtà non faccia altro che consolidare l’attuale status quo del mercato energetico italiano rafforzando ulteriormente il già ingombrante ruolo di grandi operatori come Eni ed Enel e consegnando loro una situazione di quasi monopolio. 

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