FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA/ “Spalancarsi al mondo e ai figli come un dono”

- Paolo Vites

Diverse storie, da tutta Italia, raccontano la ricchezza dell’esperienza di Famiglie per l’Accoglienza, fatta di solidarietà, dono e gratuità

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In un momento storico in cui la pandemia da Covid ha isolato, rinchiuso, diffuso un clima di claustrofobia facendo sì che persone singole e famiglie intere sprofondassero nell’ansia e nella depressione (aumentata secondo molti studi del 30%), ci sono esperienze in atto che dimostrano l’opposto. Il fatto è facilmente spiegabile: le famiglie di cui parliamo vivevano già un mutuo sostegno e una solidarietà umana che nella moderna società sono andati perduti da tempo. Il Covid, infatti, non ha fatto altro che portare alla luce un malessere già esistente: solitudine, individualismo, scomparsa delle famiglie. Le storie che abbiamo raccolto ci dicono invece che è possibile vivere una compagnia che non ti lascia solo e che ti apre al mondo, alla gratuità, alla dimensione del dono. 

Maria Grazia, mamma adottiva e referente della Rete Adozione Famiglie per l’Accoglienza, ci ha spiegato che cosa caratterizza il loro impegno, quella che chiama la loro “mission”: “Farci compagnia nei momenti particolari della vita”. Non è un caso allora che anche le istituzioni territoriali, come i Comuni, gli assistenti sociali, si rivolgano all’associazione per essere aiutati, per affidare a loro l’impegnativo percorso educativo di chi intende affrontare il percorso dell’adozione: “In alcune regioni”, ci ha detto ancora Maria Grazia, “il comune ha chiesto alle nostre famiglie di tenere corsi pre adottivi; in un’altra città è capitato in passato che lo stesso tribunale consigliasse alle coppie di partecipare ai nostri mini-corsi introduttivi”. Non solo. A Cortona gli assistenti sociali hanno conosciuto una famiglia dell’associazione, quella di Adriano e Mariella, e le hanno chiesto di dare una mano nel percorso di supporto all’affido: così è nato un primo centro di mutuo aiuto per le famiglie in Val di Chiana. È successo poi che i servizi sociali di Arezzo, “vedendo queste ‘strane famiglie contente’ – spiega Adriano – ci hanno chiesto di seguire anche lì un gruppo di famiglie affidatarie anche se già ce n’era uno. 

Adriano è protagonista con la moglie di una storia davvero speciale. Dopo il matrimonio ricevono una diagnosi medica di infertilità sine causa. Su indicazione di alcuni amici, si avvicinano al gruppo di Famiglie per l’Accoglienza di Firenze: “Eravamo arrabbiati, delusi, ci sentivamo come traditi in una promessa. Ma solo frequentare queste famiglie ci ha fatto sentire meglio, ci sentivamo accolti così come eravamo. Ci ha fatto capire che la genitorialità può avere anche un’altra strada, non quella sempre pensata”. Comincia poi l’incredibile catena di eventi. “Abbiamo fatto domanda di adozione ed è arrivato un bambino di sette giorni” dice. Dopo un paio d’anni, Adriano e Mariella cominciano il percorso per una nuova adozione, questa volta internazionale, in Perù. Mentre sono in attesa (i tempi sono lunghi) ricevono un’altra proposta: “Visto che avete fatto spazio in casa e nel cuore perché non pensate all’affido?”, dice loro una assistente sociale. Arriva così in casa una bimba di sei anni.

E qui l’imprevisto: dopo i tre figli in adozione e affido, arrivano anche – negli anni successivi – tre figli naturali. L’ultimo nato a dicembre scorso, in piena pandemia. Una sovrabbondanza che contrasta il rifiuto ad avere figli che si vive oggigiorno: “Nell’incontro con Famiglie per l’Accoglienza – dice Adriano – ci siamo sentiti guardati e voluti noi come dono. Questo ci ha aperto e fatto capire che c’è altro oltre i nostri progetti, non abbiamo pianificato il numero dei figli, né il modo con cui dovevano arrivare, abbiamo semplicemente detto sì a quello che stava accadendo”. 

Maria Grazia approfondisce il significato dell’esperienza dell’associazione: “La nostra prerogativa è di accompagnare le famiglie fin dalla prima fase del percorso dell’adozione. Il nostro modo di fare formazione è caratterizzato dal fatto che sono proprio le famiglie adottive a tenere i corsi: a guidare il lavoro ogni volta sono una famiglia senior e una famiglia giovane. Attualmente facciamo da uno a tre corsi introduttivi all’adozione all’anno ed è stato così anche durante il lockdown. Partecipano circa dieci famiglie per ogni corso, che è composto di quattro serate: al termine, l’amicizia con le famiglie viene mantenuta con momenti di convivenza, e invitandole a proseguire il lavoro con il gruppo adozione di Famiglie per l’Accoglienza”.

È un percorso difficile, ci dice ancora, perché “la prima fase è importantissima, incontriamo il dolore della ferita di non poter avere figli, un momento prezioso per la coppia: lo stesso rapporto coniugale può essere messo a rischio, ma può anche accadere che si può spalancare una nuova possibilità di vita matrimoniale. Una signora alla fine dei corsi mi ha detto: mi sono ri-innamorata di mio marito – continua Maria Grazia -. Per me e mio marito non poter avere figli, cioè vivere una mancanza, ci ha portato nel tempo a una sovrabbondanza. Non solo perché poi sono arrivati i figli, ma perché abbiamo sperimentato un’amicizia che coglie tutti gli aspetti della vita, anche il dolore. Il dolore, ad esempio, dei figli che arrivano con la ferita di un abbandono, ma anche di violenze subite. Ragazzi che crescono e che manifestano rabbia per quanto hanno vissuto. L’adozione non si può vivere da soli. In una maternità naturale ci si illude di poter vivere da soli certe dinamiche, nell’adozione non è così perché ci sono una storia e un’origine da tenere presenti”. Continua Maria Grazia: “È importante dire subito ai nostri figli adottivi che non li hai partoriti tu, ma un’altra mamma, che ha voluto farli nascere. Chi ha generato i nostri figli è sempre una mamma, non una persona passata di lì per caso. Un giudice ci disse: gli racconti la sua storia mentre gli cambia il pannolino. I nostri bambini guardano come stiamo davanti alle domande sull’origine, se ne abbiamo paura o no”.

La realtà è quello che accade a prescindere e davanti a cui si è chiamati a prendere una posizione. Non lo fa quasi più nessuno oggi, dove la realtà è solo un fastidio da cui sfuggire. Gimmy e sua moglie Silvia, coppia milanese trasferitasi a Villafranca di Verona per motivi di lavoro, con già quattro figli, conoscono nella realtà ecclesiale che frequentano alcune famiglie accoglienti, che prendevano a casa bambini in affido o in adozione. La cosa li colpisce, ma inizialmente non fanno grandi gesti: un affido diurno, l’ospitalità di una mamma per sei mesi, l’impegno nell’associazione Famiglie per l’Accoglienza. Niente di più. Fino a quando i servizi sociali chiedono all’associazione una famiglia disponibile a prendere in gestione una casa di accoglienza già in attività, ma che volevano rilanciare attraverso la presenza di una famiglia con figli naturali, inserita in una rete di famiglie. Gimmy e la moglie inizialmente lasciano scivolare la cosa, ma dopo diversi mesi, anche perché nessuno si è fatto avanti, la domanda si fa pressante: “Ci siamo detti: che facciamo? Abbiamo visto questa domanda come rivolta a noi e non come qualcosa accaduto per caso. Ne abbiamo parlato con gli amici dell’associazione e abbiamo detto di sì. Questa circostanza ci è stata messa davanti non l’avevamo cercata noi, era accaduta. Ci siamo detti: andiamo a scoprire il bene che c’è per noi. Il Sabato Santo del 2007 abbiamo dormito a casa San Benedetto per la prima volta”.

In questa casa in 15 anni passano 21 ragazzi, dai 7 ai 18 anni. Attualmente ce ne sono otto, cinque in affidamento residenziale e tre in quello diurno. Ragazzi che provengono da famiglie in difficoltà, ci racconta ancora Gimmy: “Il nostro compito è accompagnare questi ragazzi, e per quanto possiamo, anche le loro famiglie. I ragazzi continuano a vedere i propri con cui noi abbiamo un buon rapporto di collaborazione. Inoltre abbiamo rapporti molto frequenti con i servizi sociali del territorio che, nel tempo si sono consolidati sulla base di una stima e di un rispetto reciproco”. E quando i ragazzi, diventati maggiorenni, escono dalla casa famiglia, in tanti casi, rimane un legame di fiducia e di amicizia: “Continuiamo a vederli, cerchiamo di seguirli per capire i passi che stanno facendo. In tanti anni di accoglienza dove, a volte, sembrava non dovesse accadere nulla, abbiamo capito che il quotidiano è lo strumento attraverso cui il bene passa e rimane nei ragazzi: e loro lo riconoscono quando la loro libertà glielo permette”. Alla domanda se rifarebbero tutto, la risposta esce immediata: “Assolutamente sì. Io e mia moglie siamo cambiati. La cosa che abbiamo imparato è che non si può fare da soli, la famiglia si realizza nel suo pieno potenziale quando ci si sostiene tra famiglie. Siamo stati una delle prime case famiglia nate dall’esperienza di Famiglie per l’Accoglienza, adesso sono una quindicina ed è nata un’amicizia operativa tra noi che ha portato alla nascita dell’Associazione Dimore per l’accoglienza. La parola che definisce la nostra esperienza è gratitudine”.

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