FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA/ Un abbraccio e il miracolo di cuori che fioriscono

- Marco Biscella

L’accoglienza in famiglia è un bene che permane: lo dimostrano le esperienze raccontate da Famiglie per l’accoglienza. Una dinamica che è per tutti, dentro un percorso di accompagnamento

Maestra sgrida alunni
(LaPresse)

La ricchezza di un’esperienza di accoglienza in famiglia è come un diamante. Non solo brilla, facendo fiorire il cuore e facendo crescere attorno a chi accoglie un popolo che si muove e si commuove. Ma “è per sempre”. È “un bene che permane”, come recita il titolo di un libro, pubblicato un anno fa da Famiglie per l’Accoglienza, che distilla i frutti dei primi 39 anni di vita dell’associazione, così come sono sbocciati nel raduno dei responsabili tenuto a Peschiera del Garda nel novembre 2019, quando in un dialogo molto ricco a più voci sono state raccolte le esperienze delle famiglie accoglienti e i racconti dei figli accolti. Un patrimonio di gratuità che valeva la pena proporre come un punto di confronto e di lavoro per tutti.

Quel libro – suddiviso in tre tappe: l’inizio, la storia che cresce, il compimento – offre anche “storie di accoglienza estrema”, ma non è roba da o per gente eccezionale. I casi clamorosi lì raccontati mostrano piuttosto con lucentezza che l’accoglienza è a misura di tutti, è una dinamica che si può mettere in moto con chiunque. L’uomo, ogni uomo, ha bisogno di un abbraccio incondizionato che “non perde mai la speranza di un bene per sé”.

A un anno di distanza e dopo questi terribili mesi di pandemia, quel titolo è diventato una domanda: “Che bene permane oggi?”. Una domanda cui si darà risposta in un dialogo promosso da Famiglie per l’Accoglienza con la ministra per la Famiglia, Elena Bonetti, e con il professor Stefano Zamagni, docente di Economia civile all’Università di Bologna, e che sarà trasmesso live streaming, lunedì 24 alle 21, sul canale Youtube e Facebook dell’associazione.

Perché un incontro? “Perché queste storie – risponde Marco Mazzi, medico pediatra, genitore affidatario e adottivo, già presidente di Famiglie per l’Accoglienza e uno dei tre curatori del libro assieme a Massimo Orselli e Simona Sarti – hanno bisogno di essere guardate, colte nel loro valore, che può arricchire non solo chi le vive, ma tutti. Vedere queste esperienze ridona speranza, suscita gratitudine. L’accoglienza è il bene di un incontro, in cui uno dice a un altro: tu sei un bene per me, per questo ‘mischio’ la mia vita con la tua, lascio che la tua presenza arricchisca la mia persona, secondo il mistero della libertà. Poi c’è un altro bene che si impone nel tempo: il bene di un cuore che fiorisce, il cuore di questi ragazzi che non si lascia sopraffare dal dolore, dall’abbandono o dagli insuccessi, ma vibra dentro una circostanza buona”.

A confermare in modo dirompente che anche i figli, pur con tempi molto diversi da quelli della famiglia accogliente, si accorgono di un bene che permane è Simona Sarti, assistente sociale presso il Dipartimento di Salute mentale e Dipendenze patologiche dell’Ausl di Bologna e membro del Consiglio direttivo di Famiglie per l’Accoglienza, che ha curato questo aspetto del libro: “Si parte da due posizioni opposte. I genitori attendono, sono preparati ad accogliere e impattano con un figlio che non ha scelto quella famiglia e soprattutto non ha scelto di lasciare la propria famiglia d’origine. Per i ragazzi riconoscere come bene questa storia, che parte da una grande ferita, richiede tanto tempo e spesso, paradossalmente, diventa consapevolezza quando ne prendono le distanze, cioè quando la loro storia li porta a costruire una vita a distanza o quando in modo anche rabbioso se ne allontanano. Una volta emotivamente lontani, però, è molto probabile che si rendano conto che quello che gli è stato offerto li ha in qualche modo rigenerati. Si sentono grati, perché la gratuità non si spiega con le parole, si sperimenta e la si riceve da qualcuno”.

Nel cammino di questa esperienza è difficile non ritrovarsi cambiati: emergono con nitidezza le cose che contano, a partire dalla riscoperta dell’unità coniugale fino al perdono della diversità, giocato dentro una quotidianità. Ma oggi si può accogliere una diversità senza farsi schiacciare dai dubbi, dalla fatica, dalla coscienza dei propri limiti? Massimo Orselli, ingegnere, vicepresidente di Famiglie per l’Accoglienza e componente del direttivo nazionale del Forum delle Associazioni familiari, parte dalla sua esperienza di genitore affidatario: “Si arriva ad aprire il proprio cuore e la propria casa a qualcun altro perché si capisce che è un bene per sé. Un bene che hai intravisto, che hai incontrato, che hai vissuto: l’esperienza dell’accoglienza si trasmette solo per osmosi”.

Insomma, è un gesto semplice (“La prima periferia del mondo è la propria famiglia, perché la prima diversità che impariamo ad accogliere è quella tra marito e moglie, tra genitori e figli”), ma che ha un “valore enorme” davanti al mondo: “indica un soggetto che nella realtà diventa punto di riferimento per tutti”.

Il tempo è un fattore decisivo. Lo spiega Mazzi: “La pazienza è legata alla speranza, perché se uno vivesse di misura, di bilanci, diventerebbe impaziente, avrebbe fretta di vedere i risultati, quindi povero di speranza. Invece il bene che permane è il susseguirsi di tanti piccoli beni accaduti giorno per giorno, nel presente, che miracolosamente dura, perché anche se segnato dalla fatica e dalla ferita è comunque pieno di una consapevolezza buona. La speranza si fonda sul fatto che tutto questo lo abbiamo visto accadere tante volte”. “La pazienza – aggiunge Orselli – è che non sei tu il protagonista della vita di chi accogli come non lo sei dei tuoi stessi figli naturali. È un incrocio di libertà a cui non ci si può sottrarre”.

Vale questo anche, forse soprattutto, quando nelle famiglie, e accade non di rado, vengono accolti ragazzi “fragili a tal punto da pensare di non aver nemmeno il diritto di esistere. E con il loro comportamento ci vogliono chiedere se hanno o meno il diritto di esistere”. Ma dietro al comportamento anche più sbagliato c’è sempre un cuore che attende un abbraccio. Come si sta di fronte, come si accoglie una tale ferita, una tale vertigine, un tale abisso di domanda? “Quando si accoglie un ragazzo così ferito, e anche un neonato porta dentro di sé questa ferita, l’idea di essere noi il loro bene è il primo inciampo – sottolinea Sarti –. Accogliere questo abisso di senso e di dolore è possibile solo in un luogo che aiuta ad accogliere chiunque per quel che è e che aiuta a riposizionare sempre lo sguardo, spostandolo da una pretesa che annebbia a una gratuità, senza calcoli e senza tornaconti. È un cammino in cui si ha bisogno sempre di qualcuno che rimetta sulla giusta carreggiata. Il rischio è quello di dire: sono io che ti aggiusto. Ma questi figli non hanno bisogno di essere aggiustati”.

È un punto delicato ma decisivo: questi ragazzi hanno infatti bisogno come l’aria di poter rimettere insieme due frammenti spezzati, che sembrano inconciliabili. È come se vivessero un conflitto: “Non si tratta – spiega Sarti – di individuare una famiglia sbagliata, cattiva, quella che ha abbandonato o allontanato il ragazzo, e una famiglia buona, quella che arriva a salvarlo. Bisogna invece aiutare le famiglie a riconoscere il bene anche di quella coppia, perché ha avuto il merito di metterli al mondo, di aver dato loro il dono della vita. Sono famiglie che fanno parte di un’unica storia. Ma se si accoglie un figlio giudicando la sua origine, non lo si accoglie totalmente, perché quell’origine fa parte della sua storia. È la famiglia che accoglie la prima a dover compiere questo passo di accoglienza: quando un ragazzo vede degli adulti capaci di abbracciare questa ferita, può iniziare a fidarsi”.

Solo così può crescere una speranza che non cede, anzi che dà frutto: si impara a essere misericordiosi, ad accogliere il proprio limite, a non misurare la vita pensando sia bella solo se ha dentro una certa quota di successi, ad affrontare con uno sguardo diverso quello che sta intorno a sé. “L’accoglienza insegna a star dentro tutte le circostanze e a scoprire che nell’altro c’è qualcosa di interessante da cogliere, da abbracciare, da cui lasciarsi toccare”.

Ma si può vivere un’accoglienza così? Ne vale la pena? “Sì, è possibile farlo” dice convinto Orselli. Attenzione, però: serve innanzitutto uno sguardo leale sulla realtà, tutta, intera, senza censurare niente. “Innanzitutto, è una decisione di tutta la famiglia. Secondo: la generosità non è ragione sufficiente per decidere di accogliere. Terzo, ma non ultimo: l’invito è a non rimanere da soli. Lo ricordiamo in tutti gli incontri: bisogna essere accompagnati. Sempre”.

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