FCA/ Brasile e Usa salvano il Gruppo dai disastri di Maserati e Alfa Romeo

- Franco Oppedisano

Fca è riuscita a presentare dati semestrali non negativi. La situazione per il gruppo di Manley è però tutt’altro che semplice e buona

Mike Manley, Fca
Mike Manley (LaPresse)

Poteva andare peggio. Grazie al solito Brasile che nei momenti difficili non manca mai di dare il proprio contributo positivo, e ai grandi fuoristrada americani venduti negli Stati Uniti che hanno migliorato il mix dei prodotti, Fca è riuscita a presentare dei conti del secondo trimestre che non si possono definire buoni, ma solo passabili, e a ribadire gli obiettivi annunciati per fine anno. Grandi festeggiamenti in Borsa dove nessun operatore soltanto il giorno precedente avrebbe scommesso un nichelino sulla conferma dei target.

I freddi numeri sono questi: ricavi in calo del 3% a 26,7 miliardi di euro, utile in crescita del 14% a 793 milioni ed Ebitda adjusted stabile a 1,5 miliardi. Benissimo, direte. “Ni” rispondiamo e basterebbe notare che l’Ebitda del Nord America è superiore a quello del gruppo nel suo complesso per dimostrarlo. Inoltre, basta fare due somme per trovare che Fca ha venduto nel secondo trimestre 140 mila auto in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. In Sudamerica, dove le immatricolazioni sono calate poco, ha limitato le perdite tagliando i costi, nel nord del continente americano ha venduto meno, ma ha immatricolato auto più costose aumentando i margini di guadagno, in Europa ha venduto oltre il 10% in meno e l’Ebitda è crollato di quasi il 90% pur restando positivo e in Asia ha perso un terzo delle già scarse vendite e ha margini operativi negativi.

Alfa Romeo non è neanche citata, mentre i numeri di Maserati, quella che doveva essere la gallina dalle uova d’oro del Gruppo, sono da brivido con vendite e ricavi quasi dimezzati e un margine negativo per 119 milioni di euro, come a dire che ogni volta che ha venduto una delle 4.200 auto immatricolate, Maserati ha perso più di 28 mila euro. Un disastro evidente che ha portato Fca ad approvare investimenti per il lancio di 10 prodotti con il marchio del Tridente tra il 2020 e il 2023, quando forse lo stock di vetture presenti nei concessionari, una delle ragioni addotte dal Gruppo per il calo delle vendite, sarà finalmente smaltito.  

Molti stanno parlando di anno orribile per l’automotive sciorinando e confrontandoli con quelli di Fca, i non brillanti risultati delle altre case automobilistiche a cominciare da Daimler. Ma stiamo parlando di realtà completamente diverse. Mentre gli altri concorrenti, a cominciare da tutti i tedeschi, spingono sulle vendite abbassando i margini per poter fare cassa e investire nell’elettrificazione, nella guida autonoma e nei servizi di mobilità, Fca riduce le vendite perché, specie in Europa, ha una gamma vecchia e i suoi investimenti nelle nuove tecnologie sono al livello di minimo indispensabile per poter sopravvivere in caso di un mancato merger con chiunque.

E appunto di sopravvivenza ha parlato il ceo Mike Manley prima ribadendo il valore del progetto sfumato di fusione con Renault,  poi sottolineando la volontà del gruppo di trovare un nuovo partner e infine confessando: «Sopravviviamo anche da soli». «Il progetto rappresentava una grande opportunità per noi e per Renault», ha spiegato Manley, che ha aggiunto che in Europa si andrà verso un consolidamento del settore come dimostra il numero di accordi e partnership annunciati dalle case automobilistiche.

Un’analisi arguta e pensieri profondi che ci fanno un po’, ma solo un po’, rimpiangere Sergio Marchionne. E forse lo rimpiangono un po’ anche al Lingotto.

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