SALARIO MINIMO & CONTRATTI/ Fca e l’errore del 2010 da non ripetere

- Giuseppe Sabella

In audizione alla commissione Lavoro della Camera, il responsabile relazioni industriali di Fca ha detto parole decisamente interessanti

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In attesa di capire se sulla questione salario minimo legale il Governo e, in particolare, Luigi Di Maio hanno intenzione di procedere davvero, merita di essere analizzato il pensiero di Pietro De Biasi, responsabile delle relazioni industriali di Fca, che è in questi giorni intervenuto in un’audizione informale in commissione Lavoro alla Camera, al termine della quale ha lasciato una “memoria” di cui ci ha riferito ieri Il Sole 24Ore.

Da una parte il tema è il salario minimo, dall’altra – inevitabilmente – il Contratto collettivo nazionale di lavoro. L’Italia, secondo De Biasi, proprio per le caratteristiche del suo sistema produttivo e per il predominare della piccola e piccolissima impresa, avrebbe bisogno del salario minimo legale e, magari, di una tutela non solo amministrativa ma anche penale.

Per quanto riguarda l’attribuzione per via legale dell’efficacia erga omnes dei contratti, De Biasi e Fca non sono d’accordo: si aprirebbe il problema della selezione dei contratti di riferimento tra le centinaia di Ccnl esistenti a cui affidare la tutela dei livelli retributivi minimi. Naturalmente, ciò può avvenire solo una volta individuati i criteri di rappresentatività. E qui siamo alla parte più interessante del discorso: contrariamente – ma comprensibilmente – a ciò che indicano le Parti sociali (anche datoriali), Fca ritiene che il perimetro della misurazione della rappresentatività non possa che essere l’azienda; per le Parti, invece, il riferimento è il settore merceologico. L’azienda – si legge nella memoria – è “l’unico perimetro rispettoso della libertà sindacale e negoziale”.

Se andiamo ora a vedere cosa ciò significa nel concreto, non vi è nessuna novità da parte di Fca rispetto alla posizione che i suoi manager – Paolo Rebaudengo in particolare – hanno tenuto al tempo del caso Fiat. Fu proprio allora (2010) che non essendovi una risposta di sistema a un problema di politica contrattuale, si generò quella rottura che portò alla storica sentenza della Corte Costituzionale del 2013 in base alla quale: 1) si può contrattare al di fuori del perimetro delle organizzazioni sindacali più rappresentative e 2) un contratto è legittimo quando è conforme alle leggi dello stato. E il contratto Fca lo era.

Il problema è che anche le centinaia di contratti che ne sono seguiti – soprattutto in virtù del punto 1 – che hanno creato il fenomeno del “salario al ribasso”, sono tuttavia conformi alle leggi dello Stato. E quindi legittimi. L’ipotesi sul tavolo del salario minimo viene da qui.

Naturalmente, oggi Fca non può essere d’accordo con l’efficacia erga omnes dei contratti nazionali (a meno che tra questi non vi sia anche il suo). Cosa facciamo, dopo una sentenza in Corte Costituzionale riportiamo Fca sotto l’egida e l’efficacia del Ccnl metalmeccanico industria? È ovvio che la questione nasconde delle insidie fortissime. Non bisogna rifare lo stesso errore del 2010 quando questioni di principio impedirono di trovare le giuste risposte.

Per quanto riguarda i minimi retributivi, preoccupiamoci in particolare di chi non ha coperture. L’idea della tutela penale è validissima. Per ciò che concerne, invece, l’efficacia erga omnes dei contratti, il punto è capire che per individuare le soluzioni, bisogna diversificare: le esigenze delle grandi aziende sono diverse da quelle delle medie e delle piccole. Creiamo una volta per tutte un sistema flessibile e differenziato che riconosca – diceva il grande Sciascia – a ciascuno il suo.

Twitter: @sabella_thinkin

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