FESTIVAL VENEZIA 2023/ Leone d’Oro a Lanthimos, la creatività sale in cattedra

- Roberto Bernocchi

80esima Mostra del cinema di Venezia: il Leone d'Oro per il miglior film va a "Poor Things" (Povere creature!) di Yorgos Lanthimos. Tante le cose interessanti

mostra cinema venezia lanthimos 1 lapresse1280 640x300 Il Leone d'Oro per il miglior film "Poor Things" va a Yorgos Lanthimos (LaPresse)

Si è chiusa ieri l’80esima Mostra del cinema di Venezia con il Leone d’Oro assegnato a Poor Things (Povere creature!) di Yorgos Lanthimos, un pirotecnico film sulla libertà femminile e le costruzioni sociali. Coppa Volpi a Cailee Spaeny per Priscilla e Peter Sarsgaard per Memory. Leone d’argento, alla regia, per Matteo Garrone con Io, capitano.

Un’edizione ricca di buoni film, con qualche delusione di troppo. Molti film in bianco e nero, molti film girati in stile documentaristico, con una sempre coinvolgente camera alla mano, e molti film impegnati sui temi dell’ambiente, dei diritti civili e delle pari opportunità. Un’edizione che ha visto una nuova centralità femminile, con diversi cori di supporto alle registe talentuose in sala, cosa non più rara, che si fanno strada nell’universo maschile. Un’edizione ordinata che ha visto l’assenza importante delle star di Hollywood e, a onor del vero, si è sentito molto. Lo si è visto sul red carpet, impoverito di glamour, delle grida inferocite dei fotografi assiepati e del pubblico delirante di curiosi. Perché Venezia è anche questo, oltre all’arte.

Di seguito un breve vademecum dei film che ho visto per voi, in ordine di gradimento, accompagnati da una sintetica descrizione e da un voto espresso in una scala da 1 (da dimenticare) a 5 (un capolavoro). Buona visione!

Povere creature!, di Yorgos Lanthimos, con Emma Stone e Willem Dafoe (5)

È anche il mio personale Leone d’oro, per quello che vale. Film pirotecnico imperdibile e disturbante con Dafoe scienziato pazzo ed Emma Stone, protagonista di un curioso esperimento di disumanità. Avrà corpo adulto e cervello di neonato, alla scoperta di sé al di fuori delle buone maniere e delle regole di buonsenso. C’è infinita creatività visiva, che sorprende e diverte, e un lungo viaggio educativo che bombarda le convenzioni sociali e l’imperante dominio maschile. Si parla di libertà, condizione femminile, maschilismo e moralismo. Arriveranno pure gli Oscar. Sublime.

The Green Border (4,5)

Mentre l’Italia fa la guerra ai barconi, in Polonia si fa la guerra ai siriani, bloccati, picchiati, umiliati e rispediti in Bielorussia come delinquenti. Storia di uno scandalo silenzioso che ammorba la politica e la società europea. Una denuncia morale, fisica, visiva, realizzata in un potente bianco e nero, che lascia un segno indelebile mentre ispira un nuovo e più convinto impegno umanitario. Premio speciale della giuria. Umiliante, per noi europei.

Maestro, di e con Bradley Cooper, con Carey Mulligan (4,5)

Anatomia del genio di Bernstein, tra i più grandi direttori d’orchestra di sempre. Cooper perfetto nella parte, con tanto di nasone ebreo che ha suscitato qualche malumore, e Mulligan sopraffina, a sopportare i tradimenti maschili dell’essere umano. Una biografia appassionante, condita da fiumi di musica classica che accompagna nella magia dell’esistenza. Da godersi al cinema. Suonatelo.

Il Paradiso brucia (4,5)

Grandi emozioni per un film tutto al femminile: dalla regista alle giovani interpreti. La storia da servizi sociali di una famiglia di tre giovanissime sorelle, abbandonate dalla madre e improvvisate adulte, secondo il bisogno. Un disagio palpabile, il caos organizzativo, l’amore condiviso e il pericolo dietro l’angolo. Meravigliose attrici non professioniste, euforiche e disperate nel loro tentativo di sopravvivere. Poetico. E punk al tempo stesso.

Housekeeping for beginners (4)

Una bellissima storia di disagio, emarginazione, razzismo e conflitto. Viviamo nelle stanze di una famiglia “queer”, impastata da relazioni complicate. Uomini con ragazzi, donne con donne, promesse spose, flirt occasionali, bambine. Nella famiglia macedone succede di tutto mentre ognuno raccoglie da terra i suoi bisogni del momento. Quando una di loro muore, stroncata da un cancro, i rapporti implodono per poi ricomporsi in un nuovo fragilissimo e improbabile equilibrio, fondato sul bisogno. Rivelatorio.

Coup de chance, di Woody Allen (4)

Uno dei Woody Allen più in forma degli ultimi tempi, al suo cinquantesimo dramma relazionale (e ottantottesimo compleanno). Siamo a Parigi e la rodata e borghese coppia protagonista subisce l’inaspettato attacco gentile dello scrittore bohémien, conosciuto ai tempi del liceo. Ed è subito passione. Muore qualcuno e la crisi di coppia diventa un thriller alla Match Point. Appassionante con ironia, a ricordarci che su questo mondo comanda la fortuna. Realista.

Coup!, con Peter Sarsgaard (4)

Divertente, grottesco, tarantiniano. Costruito attorno al baffo travolgente di Peter Sarsgaard, il film ci porta agli inizi del Novecento, negli anni dell’influenza spagnola, l’altra pandemia. Una terribile piaga che spinge i ricchi a rinchiudersi nelle proprie case dorate, per difendersi dall’aggressione del virus. In questo esilio autoimposto la servitù alza la testa per rivendicare i suoi privilegi. Rivoluzionario.

Memory, con Jessica Chastain e Peter Sarsgaard (4)

La memoria è la protagonista di questo ben riuscito dramma della coscienza. Diretto dal provocatorio regista messicano Michel Franco, racconta la storia di Sylvia (che attraverso il suo catartico volontariato cerca di dimenticare il proprio passato) e di Saul (malato di demenza senile, impegnato a ricordare il proprio presente). Un film commovente che, nell’incontro anche amoroso dei due protagonisti, lascia spazio allo scandalo e al bisogno di riflettere. Coppa Volpi a Peter Sarsgaard. Memorabile.

The promised land, con Mads Mikkelsen (3,5)

Film danese, con l’inconfondibile faccia imperturbabile di Mads Mikkelsen (Il sospetto). Siamo a fine Settecento, nel Regno di Danimarca dove il capitano Ludvig von Kahlen sogna i privilegi di un titolo nobiliare. Farà di tutto per farcela, a dispetto delle angherie subite dal signorotto locale, gran bastardo di corte. Che dà il titolo al film che, in danese, suona “Bastarden”. E rende molto di più l’idea di questa specie di western di cattivi e cattivissimi. Bastardo dentro.

El Paraíso (3,5)

Ruvida storia di delinquenza romana, connesso con la rotta colombiana del traffico di droga. Al centro l’esistenza mutilata di Julio Cesar, quarantenne ingabbiato nei suoi fallimenti, isolato dal mondo vero e imprigionato nella morbosa relazione con la madre padrona, che gli ruba il futuro. Un ritratto familiare triste e claustrofobia, premiato per la sceneggiatura e l’interpretazione femminile nella sezione Orizzonti.

Finalmente l’alba, di Saverio Costanzo (3,5)

La diciottenne Mimosa, borgatara di famiglia ignorante e tradizionale, sogna Hollywood da Cinecittà, dove si infila in un provino senza speranza né convinzione. Sarà l’inizio di un viaggio diseducativo nella notte, alla scoperta dell’età adulta e della “grande bruttezza”, tra fiumi di alcol, droga e violenza maschile. Costanzo viaggia sul confine della fiction e della narrazione di Roma dei suoi predecessori, realizzando un film piacevole, nonostante l’alto tasso di squallore. Demitizzante.

Comandante, di Edoardo De Angelis, con Piefrancesco Favino (3,5)

Siamo negli anni della Seconda guerra mondiale. Favino è al comando di un sommergibile italiano in guerra nell’Atlantico. Dopo aver affondato una nave, con bandiera belga, corre a soccorrere i superstiti. La storia umana ed eroica di un gruppo di militari che obbedisce alle leggi del mare, prima che al regime. Lode alla solidarietà italiana. Di un tempo. Muscolare.

El conde, di Pablo Larrain (3,5)

Un sontuoso bianco e nero accompagna questa avventura grottesca che racconta la finta storia di Pinochet, “El conde”, sanguinario despota cileno. Un film tutt’altro che biografico che trasforma il Conte in un vampiro, a caccia di cuori da succhiare. Mai sottovalutare il potere narrativo di Larrain (quello di Jackie). Premio per la migliore sceneggiatura. Per stomaci forti.

Gasoline rainbow (3,5)

Fugone di fine liceo. Finite le scuole superiori cinque amici dell’Oregon si inventano un viaggio di libertà, quasi a segnare il passaggio all’età adulta. Cercano la spiaggia, dall’altra sponda d’America, come scusa per fuggire dai propri tormenti adolescenziali. Girato “da dentro”, con grande verità, il film raccoglie le contraddizioni dell’età, tra sbalzi umorali, domande di vita e bisogno di senso. Beata adolescenza, terra di libertà e sperimentazione.

Tatami (3,5)

Mondiali di judo. L’iraniana Leile Husseini sembra diretta alla finale del torneo dove corre il rischio di incontrare l’atleta israeliana. Solamente la possibilità che questo avvenga spinge la Repubblica Islamica a ordinare all’atleta di ritirarsi, fingendo un infortunio. Un bel thriller politico sportivo. O forse dovremmo dire un film d’orrore per l’assurda schiavitù a cui, ancora oggi (e se possibile ancor di più), sono soggette le donne in Iran. Da nervi a fior di pelle.

Enea, di Pietro Castellitto (3,5)

Storia di rampollaggine malavitosa firmata da Pietro Castellitto, figlio di Sergio. Al centro non c’è il consueto sottobosco popolare dei quartieri malfamati ma la ricca borghesia romana, imbruttita dal desiderio di successo. Pietro convince come attore e come regista, raccontandoci i fantasmi di una certa gioventù benestante, e accompagnandosi da sé con una regia vivace, piacevolmente “barocca” e fortemente personale. Riccanza contemporanea.

Woman of… (3,5)

Dopo la progressiva normalizzazione della tematica gay, si accendono i riflettori sul mondo trans, ancora terribilmente incompreso. Una storia di transizione che incrocia le leggi e le chiusure della giudicante società polacca, tradizionalmente chiusa verso quello che sembra ancora considerare come una sorta di finzione. Un tema cruciale, sui diritti inalienabili, che prima ancora che dalla legge deve superare il pregiudizio delle persone. Rivelatore.

The killer, di David Fincher, con Michael Fassbender (3,5)

I lunghi pensieri di un serial killer che, con metodo e determinazione, affronta il suo duro lavoro quotidiano. Fincher ci accompagna con precisione nella mente del gelido protagonista, che qui ha la faccia volutamente monocorde di Fassbender.  Programmato per uccidere e controllare le emozioni. Fino a quando qualcosa non va storto. Revenge movie visivamente impeccabile e piacevolmente godibile.

Yurt (3,5)

Storia di un timido adolescente, rinchiuso in un dormitorio islamico ad imparare il “verbo”. Isolato dal gruppo, Ahmet cerca di essere il figlio perfetto, studiando e rispettando le regole. Ma l’amicizia con Hakan, adolescente stravagante e ribelle, sembra portarlo un po’ fuori strada. Adolescenza o blasfemia?

Hors-saison, con Alba Rohrwacher (3,5)

Storia di cuori per un coccoloso film sentimentale interpretato da Alba Rohrwacher. Ben scritto e interpretato, il film rimugina sul grande Amore, quello unico e irresistibile, quello perso e mai dimenticato, quello che bussa senza fine dentro di noi per domandarci se non abbiamo scelto di vivere la vita sbagliata. Delicato. Astenersi coppie in crisi di mezza età.

A cielo aperto (3)

Un camionista distratto rovina la vita di una famiglia, uccidendo il padre in un brutto incidente d’auto. A distanza di anni, quando il dolore continua a bruciare, due fratelli cercano vendetta, alla ricerca del colpevole. Un road movie familiare che affonda la telecamera nel dolore soppresso dell’età difficile, alla ricerca di un senso, qualunque esso sia. Commovente (a tratti).

Priscilla, di Sofia Coppola (3)

La storia vera di Priscilla Presley, prima timida ragazzina obbediente e poi giovane sposa di Elvis. Sullo sfondo del dirompente successo del Re del rock’n’roll. Un sogno realizzato che si trasforma in un incubo quando Presley la relega a soprammobile. Un film un po’ classico nel racconto e un anche po’ “scarico”, se pensiamo al talento della Coppola e alle opportunità narrative della storia. Promosso ma senza lode. Coppa Volpi per Cailee Spaeny, che ha interpretato Priscilla.

Ferrari, di Michael Mann, con Adam Driver (3)

Diretto da un “campione” del cinema, interpretato da una stella americana (tra i più bravi del giro) che ha scatenato l’ira funesta di Favino, Ferrari è la storia poco appassionante del nostro grande Enzo, fondatore della scuderia più blasonata al mondo. La storia scorre, le immagini incantano, il rombo dei motori assorda. Ma c’è poca empatia. Molto rumore per nulla.

Città del vento (3)

Un ritratto dell’adolescenza in Mongolia, tra modernismo e tradizioni. Come quella degli sciamani. Una storia curiosa che vede protagonista un ragazzo dotato di una particolare sensibilità, e la sua scoperta dell’amore. Premiato, come migliore attore, nella sezione Orizzonti. Uno sguardo oltre l’orizzonte che ci accompagna a Ulan Bator, dominata dai grattacieli e costellata, qua e là, da tende mobili, le “iurte”, che dominano il paesaggio fuori città. Per spiriti curiosi.

Adagio, di Stefano Sollima, con Favino, Servillo, Giannini e Mastrandrea (3)

Gomorra&Suburra&Romanzocriminale&Co. La firma inconfondibile di Sollima diventa un piacevole gangster movie al cinema. Come una sicura gallina dalle uova d’oro, il regista piace in Italia e all’estero, mentre distribuisce nel mondo un po’ di talento nostrano e un tocco di reputazione malavitosa. Un film riuscito, tanto piacevole da vedere quanto scontato nella sua seriale ripetitività. Nonostante gli attoroni. “Raccomandato” (in senso negativo).

Io, capitano, di Matteo Garrone (3)

Le migrazioni dal punto di vista dei migranti: due ragazzi del Senegal in viaggio verso l’Italia del bengodi. Un film ingenuo che racconta con discreta semplificazione il dramma di milioni di persone. Garrone sceglie di presentarci non quelli che scappano dalla guerra, dalla fame o dai disastri ambientali ma quelli che sognano il successo. Dalla favola, che pare Checco Zalone, si passa alla tragedia solo accennata che tocca qualche corda. Ma l’approccio è consolatorio e il risultato banale tanto da far perdere le tracce della sua talentosa mano. Delusione cocente ma Leone d’argento, secondo la giuria, per Matteo Garrone e Premio Marcello Mastroianni per Seydou Sarr, come attore emergente. Generosi.

La meravigliosa storia di Henri Sugar, di Wes Anderson (2,5)

Wes Anderson, che a settembre presenterà l’attesissimo Asteroid City, si diletta con un racconto breve, di 40 minuti, dove mette in mostra, con la consueta visionarietà, la storia di Henri Sugar, dotato del superpoteri di vedere a occhi bendati. Uno zuccherino che sembra un libro illustrato di grafica. Puro divertissement e Premio Cartier “Glory to the filmaker”. Andersoniano.

Origin (2,5)

La storia vera di Isabel Wilkenson, prima autrice nera a vincere il premio Pulitzer per il giornalismo con uno studio trasversale sul razzismo americano, l’antisemitismo tedesco e la segregazione “Dalit” in India. Per individuare nelle caste l’origine di ogni discriminazione. Una biografia all’americana che cerca, non senza difficoltà, di conciliare il racconto umano ed emotivo con il trattato letterario. Noiosino.

La bête (2,5)

Un po’ cerebrale, distopico, impalpabile e molto spiazzante. Nel mondo del futuro l’intelligenza artificiale ha preso il sopravvento e opera nel mondo per eliminare le emozioni negative. Basta ripulire il Dna delle storie dolorose delle vite precedenti. Fosse così facile… Un pamphlet piuttosto originale che ci porta a cavallo dei secoli, a ritrovare l’amore perduto. Faticoso.

Il diavolo non esiste (2,5)

Inspiegabilmente tra i film più apprezzati dalla critica di questa edizione. Solamente i titoli di testa durano dieci minuti di arbusti, intervallati dai nomi di chi ci ha lavorato. Una bega “condominiale”, contro la costruzione di un glamping (camping di lusso) è il pretesto per raccontare il legame speciale dell’uomo con la natura. Un inno ecologico, costruito su una colonna sonora impetuosa. Zero emozioni, poca storia, molta noia. Per autolesionisti.

In the land of saints and sinners, con Liam Neeson (2,5)

Un trillerotto senza pretese (almeno spero) negli animati anni Settanta, a Belfast, in Irlanda del Nord. Dopo un attentato terroristico, tre criminali si rifugiano nella cittadina costiera di Glencolmcille dove vive, in apparente tranquillità, Finbar Murphy, leggi Liam Neeson. Ma cosa ci faceva veramente Liam Neeson sull’isola? Ça va sans dire… il killer vendicatore. Seriale.

Lubo, di Giorgio Diritti (2)

175 minuti per raccontare una criminale operazione svizzera contro i Rom Jenisch, il cosiddetto “Programma di rieducazione nazionale”. Una storia ispirata alla realtà che racconta come, per oltre trent’anni, i bambini “zingari” fossero allontanati dalle famiglie per eradicare il loro nomadismo. Una storia scioccante raccontata come peggio non si poteva, distratta da storie, amori e vicende che fanno perdere il filo e l’interesse per il film. Fuori tema.

L’ordine del tempo, di Liliana Cavani (Leone alla carriera)  (2)

Nessuno discute il Leone alla carriera, che tra l’altro in Italia non è mai stato assegnato a una donna. Nessuno discute la qualità di molti suoi film, a partire dal conturbante “Il portiere di notte”, ma il suo ultimo film è fiction travestita da pensiero profondo, con tutti i siparietti romaneschi di genere. Evitabile.

Holly (2)

Holly ha quindici anni, una sorella più grande e un unico amico (con qualche ritardo cognitivo). A scuola è estranea a chiunque altro, derisa da molti e tenuta a distanza. Ma, quando entra in contatto con chi ha bisogno, sembra magicamente trasmettere loro conforto. Un potere  taumaturgico che impara a sfruttare, sotto gli occhi gratificati della madre. Un viso un po’ imbambolato, una narrazione trascinata, un po’ di bullismo scolastico. Ma per dire cosa? Santa pazienza.

Il leopardo delle nevi (2)

Tibet. In uno sperduto villaggio di montagna un leopardo delle nevi si è appena gustato otto succulenti montoni ed è ora tenuto prigioniero dentro al recinto delle pecore. La legge lo difende, in quanto specie in via di estinzione, così come il vecchio allevatore e il suo figlio monaco, fedeli all’ordine naturale delle cose. Ma il fratello maggiore non ne vuol sentire. Dialoghi surreali, recitazione sovraccarica, mood favolistico. Bambinesco.

The palace, di Roman Polanski (2)

Certamente la più grande delusione di questa edizione. Dal genio di Polanski, con al seguito una tribù di attori decadenti e rifatti, una sorta di Vacanze di Natale che potrebbe essere firmato dai Vanzina. L’ironia è grottesca e poco pungente, finendo per trasformarsi in facile commedia da bar, parca di buone idee. Trash.

Ho visto e apprezzato anche Heartless (su come si può vivere l’adolescenza in un violento paesino brasiliano ai confini del mondo), Ferita da esitazione (court movie in terra turca tra passione, verità e giustizia), The featherweight (la vera storia di Willie Pep, campione insuperato dei pesi piuma).

Ho visto, e presto dimenticato, anche Hitman (la grottesca carriera di un finto serial killer al servizio della polizia), Vivants (film francese sulla quotidianità dei reporter di un telegiornale), The red suitcase (primo film nepalese alla Mostra del cinema, dal ritmo mortale), The day of the fight (la giornata di un pugile all’alba del suo ritorno sul ring in età avanzata).

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