FINANZA E IMPRESE/ Il male oscuro che pesa sull’Italia

- Giuseppe Pennisi

L’Italia deve cominciare ad affrontare di petto il suo male oscuro. E può farlo cominciando a rispondere all’Ue

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Quale è il male oscuro dell’Italia che si trascina dalla fine del XX secolo e si è acuito all’inizio del XXI? Può essere curato, o almeno alleviato, dai lineamenti di politica economica del Governo in carica (quali si possono percepire dalle dichiarazioni di Ministri e leader politici della maggioranza)? E, di converso, può essere curato, o almeno alleviato, da un maggiore rigore di finanza pubblica e da riforme quale quelle che si possono ipotizzare nel contesto di una “procedura d’infrazione” comminata dalle autorità europee?

Queste ritengo siano le domande essenziali da porsi per avere un quadro interpretativo con il quale affrontare i non pochi interrogativi connessi alle cronache economiche di queste settimane con un quadro interpretativo che sia analitico. Alla domanda sul male oscuro hanno dato, di recente, risposte simili economisti di scuole e impostazioni molto differenti, quali, da un lato, due specialisti di finanza e management come il giovane Bruno Pellegrino della University of California a Los Angeles e il notissimo Luigi Zingales della University of Chicago, e, dall’altro, lo storico economico (ed ex Vicedirettore generale della Banca d’Italia) Pierluigi Ciocca. L’analisi di Ciocca (Tornare alla Crescita, Donzelli Editore, 2018) è stata riassunta su questa testata alcuni mesi fa e discussa su numerosi quotidiani e periodici italiani. Meno nota e più recente quella di Pellegrino e Zingales.

In un saggio quantitativo di 82 pagine, la cui ultima versione è uscita il 7 maggio 2019 (Diagnosing the Italian Disease) esaminano le varie ipotesi formulate come determinanti della stagnazione della produttività in Italia a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso. Studiate le ipotesi con strumenti rigorosamente quantitativi, concludono che la determinante principale è stata l’incapacità di trarre vantaggio dalla rivoluzione digitale a causa principalmente della mancanza di meritocrazia nella selezione e nei compensi dei manager delle imprese. Ciò, a sua volta, ha radici nel familismo e nel cronyism (scegliersi tra amici) del capitalismo relazionale all’italiana.

Seguendo una strada differente, Ciocca giunge a conclusioni analoghe: in due momenti della storia d’Italia – l’età giolittiana e il “miracolo economico” – le imprese italiane sono state fortemente dinamiche e innovative (nonché meritocratiche). Si potrebbe anche aggiungere che in queste due fasi le imprese si sono, in un certo qual modo, coalizzate per forgiare il ceto politiche e far sì che la politica tenesse i conti pubblici in regola, dotasse il Paese di infrastrutture materiali e umane (compreso il diritto pubblico dell’economia) efficienti, assicurasse un’adeguata perequazione distributiva e orientasse l’Italia verso il “consesso europeo”.

Queste analisi ribaltano il problema: non è la politica a rendere difficile la vita dell’impresa, ma è l’impresa (le due maggiori italiane producono cioccolata e montature per occhiali e non necessitano, quindi, di essere all’avanguardia della tecnologia) che non produce una politica competitiva con quella dei migliori Paesi avanzati.

Può – occorre chiedersi – la politica contribuire a stimolare (con un “ambiente” e un contesto appropriati) un’imprenditoria dinamica e innovativa? Probabilmente sì, ma seguendo linee diverse da quelle del recente passato, accentuate, peraltro, nell’ultimo anno. Ad esempio, dovrebbe, parafrasando il titolo di un bel libro di Franco Debenedetti Scegliere i vincitori, salvare i perdenti (Marsilio, 2016), puntare sui vincitori e fornire unicamente l’assistenza necessaria ai perdenti. Ciò implica abolizione delle barriere alla concorrenza, incoraggiamento delle imprese più dinamiche e produttive, riduzione di carico fiscale e amministrativo, partendo dal cuneo fiscale, semplificazione del diritto dell’economia e strategie liberali in tutti i campi, mantenendo una rete di protezione sociale per chi è nel bisogno. Ciò necessita di un quadro di stabilità finanziaria tale da evitare un costo dell’indebitamento pubblico che grava, oltre che sulle casse dello Stato, sulle imprese riducendone la competitività.

Ove il Governo volesse cominciare a curare il male oscuro dell’Italia, dovrebbe rispondere positivamente alla Commissione europea, ben prima della riunione dell’Ecofin in programma per il 9 luglio, delineando, in primo luogo, una seria politica di stabilizzazione finanziaria, suo compito primario. La spesa di parte corrente può essere ridotta non solo operando sulle risorse non utilizzate per Quota 100 e per la “rendita di cittadinanza”, ma anche riprendendo gran parte delle raccomandazioni in materia di tax expenditures presieduta dal Prof. Mauro Maré (si tratta, in numerosi casi, di terapie palliative ove non di vero e proprio accadimento terapeutico per prolungare l’agonia di perdenti). Si deve aumentare la spesa in conto capitale, partendo da progetti ad alta redditività (dimostrata dalle analisi costi benefici vere e professionali) come la tratta Lione-Torino del corridoio meridionale delle linee di trasporti europee, e per i quali le risorse, stanziate da tempo, rischiano di andare in perenzione.

Si tratterebbe unicamente di primi passi che dovrebbero essere seguiti speditamente da un’attività di semplificazione amministrativa, di riordino del sistema giudiziario, di miglioramento dell’istruzione e della formazione – tutti capitoli che sono nel “contratto di governo” e che sono molto radicati nel DNA di uno dei due contraenti.

L’alternativa è l’impoverimento di un’Italia che galleggia in quanto tenuta in piedi da un oligopolio collusivo che non ne vuole il fallimento.

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