FINANZA E POLITICA/ Il doppio danno del rischio inflazione per l’Italia

- Giuseppe Pennisi

In Italia, il rischio inflazione è rischio crescita, come evidenziato da uno studio di Confcommercio cui prestare attenzione

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Lapresse

La riunione del Consiglio della Banca centrale europea del 22 luglio ha suscitato poco interesse sulla stampa italiana sia perché l’organo di governo della politica monetaria dell’area dell’euro ha sostanzialmente confermato una linea già adottata da tempo, sia perché in Europa si è alle prese con una nuova preoccupante ondata della pandemia e, quindi, con le misure per contrastarla.

In breve, la Bce ha confermato la politica monetaria accomodante, ma al tempo stesso ha rivisto le prospettive sui tassi di interesse per adeguarle a una nuova strategia monetaria. Nel dettaglio il saggio di riferimento è stato confermato allo zero per cento, mentre il tasso sui depositi resta negativo a -0,5 per cento. I tassi resteranno sui livelli attuali fino a quando non sarà centrato il target sull’inflazione al 2 per cento e fino a quando le autorità monetarie non riterranno che i progressi conseguiti dall’inflazione di fondo siano coerenti con la stabilizzazione dell’inflazione sul 2 per cento nel medio periodo. Ciò potrebbe implicare un periodo transitorio durante il quale il tasso di inflazione si potrà attestare anche oltre il target indicato (ma, secondo la Bce, sempre moderatamente per l’area euro nel suo complesso). 

La Bce ha anche confermato l’ammontare del Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp), fissato a 1.850 miliardi di euro, e l’ammontare degli gli acquisti netti mensili effettuati nell’ambito dell’Asset Purchase Programme (App), pari a 20 miliardi di euro. La Bce è pronta, nel caso fosse opportuno, ad adeguare tutti i suoi strumenti al fine di garantire la stabilizzazione dell’inflazione sopra al target del 2 per cento nel medio termine. 

In effetti, come ha commentato Andrew Mulliner, Head of Global Aggregate Strategies di Janus Henderson Investors, va ricordato che gli annunci più importanti erano stati già forniti a inizio mese e il messaggio principale della riunione è stato il  cambiamento della forward guidance, grazie al quale viene evitato un aumento dei tassi almeno fino a quando l’inflazione non raggiungerà il 2 per cento. Non è, però, arrivata un’indicazione chiara su come la Bce abbia intenzione di raggiungere i propri target di inflazione. Un aspetto critico della riunione è il fatto che sia mancato un supporto unanime alla forward guidance da parte di tutto il Consiglio direttivo.

Dal punto di vista dell’investitore non ci sono grandi conclusioni da trarre dato che è stata confermata la volontà di non procedere con un aumento dei tassi per lungo tempo. Una conferma, peraltro, già messa in conto e dai Governi e dagli operatori.

C’è, però, una domanda importante a cui l’autorità monetaria europea non ha fatto cenno e non ha dato un’indicazione di possibile risposta: cosa fare se in questa fase di ripresa dell’economia mondiale ed europea, i tassi di crescita e di inflazione differiscono, per determinanti strutturali, in misura significativa all’interno dell’unione monetaria? Si può ipotizzare che la stessa politica monetaria vada bene per tutti?

Questo aspetto è stato sollevato, prima della riunione del Consiglio della Bce, da un breve studio della Confcommercio, che ha suscitato meno visibilità, e meno dibattito, di quello che avrebbe meritato. In sintesi, il lavoro prende l’avvio dal tasso d’inflazione tendenziale nell’area Ocse negli ultimi mesi e dall’analisi delle sue determinanti – tema ampiamente trattato anche su questa testata. Gran parte degli analisti economici hanno sottolineato le ragione per cui non c’è il rischio che si ripeta la triste esperienza del decennio tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta anche e soprattutto proprio perché da quella esperienza si sono apprese lezioni di politica monetaria e di bilancio atte a contrastare una situazione analoga. Tuttavia – nota lo studio – è possibile che le aspettative d’inflazione mutino nella direzione peggiore (ossia di rialzo del fenomeno) e che i tassi d’inflazione si differenzino in misura significativa tra i Paesi dell’area.

La Confcommercio è più sensibile a questi aspetti di altre organizzazioni e di numerose istituzioni pubbliche in quanto rappresenta un settore composto in gran misura da piccole e medie imprese, per di più che hanno sofferto molto a ragione della pandemia e che rischiano di essere particolarmente colpite dalla nuova ondata e dalle relative restrizioni. Si potrebbe produrre – aggiungo – una situazione analoga a quella verificatisi negli anni dell’introduzione dell’euro, analizzata allora da uno studio della Scuola nazionale d’amministrazione, a cui collaborò anche il Premio Nobel Lawrence Klein: allora si percepì un forte aumento dei prezzi (e si parlò, erroneamente, di inflazione da euro) in quei comparti costituiti da numerosissime piccole imprese, le cui preoccupazioni e voci trovavano un megafono nelle cronache giornalistiche: i “mercati rionali” avevano una eco maggiore dei “mercati finanziari” sui movimenti di alcuni prezzi che incidevano sul paniere Istat.

Allora – parliamo di circa vent’anni fa – il fenomeno si esaurì in un paio d’anni. Oggi la situazione è differente. Ha una somiglianza con il biennio 2007-2008 quando però la dinamica dei prezzi nell’area Ocse si collocava tra la fine di una fase espansiva e l’inizio di una profonda recessione che di per se stessa ha fatto da freno all’inflazione. Oggi siamo al termine – speriamo – della maggiore contrazione economica dalla fine della Seconda guerra mondiale e una ripresa di cui è difficile prevedere intensità e durata ma con chiare implicazioni sulle catene dell’offerta e sui corsi delle materie prime. Inoltre – aspetto chiave su cui poco si è riflettuto -, nei convogli Ocse e Ue ci sono Paesi la cui produttività stagnava da anni mentre in quasi tutti gli altri aveva un andamento contenuto ma positivo. In Italia, la cui produttività ristagna da vent’anni, “il rischio inflazione – scrive il documento – è rischio crescita”. Un’affermazione che merita di essere meditata.

In un’unione monetaria è arduo concepire una politica monetaria differenziata per tipologie di Paesi, oltre a quanto già in atto con il Pepp e l’App. Tuttavia, l’argomento merita riflessione al fine di individuare altri strumenti, quali un’estensione del Next Generation Eu al fine di farlo diventare l’inizio di un bilancio strategico europeo tale da affrontare problemi di questa natura. Lo sottolineava lo stesso Premio Nobel Robert Mundell, che, canadese di nascita e senese di adozione, fu un grande fautore dell’Unione monetaria europea.

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