FINANZA E SOSTENIBILITÀ/ Green bond, le quattro regole per non ridurli a una moda

- Maria Concetta Rizzo

I green bond si stanno ritagliando uno spazio sempre maggiore nel settore della finanza responsabile: in Italia emissioni raddoppiate

Denaro, euro in contanti
Denaro, euro in contanti (Pixabay, 2020)

Secondo recenti dati pubblicati su Economia e Finanza, l’obbligazione “verde” si sta ritagliando uno spazio sempre maggiore all’interno del settore della finanza responsabile, in particolare nell’impact investing. In Italia, le emissioni di green bonds hanno già raddoppiato le cifre dello scorso anno: dieci emissioni da inizio anno per un totale di 4,25 miliardi contro i 2 miliardi del 2018. Nel 2019 le emissioni a livello mondiale hanno registrato poco più di 250 miliardi di dollari, segnando così un aumento del 50% rispetto al 2018. E l’Italia si colloca al sesto posto in Europa, dopo Francia, Germania e Olanda, seguite da Svezia e Spagna.

Le obbligazioni verdi sono un nuovo strumento finanziario di sintesi tra finanza e sostenibilità che può rappresentare un’opportunità al fine di accelerare la transizione verso un mondo più sostenibile. Ben sappiamo che la transizione ecologica comporterà inevitabilmente costi per lo più insostenibili per la maggior parte delle imprese. Tali obbligazioni sono titoli di debito emessi per il finanziamento e/o rifinanziamento di progetti volti a generare ricadute positive in termini di impatto ambientale, intervenendo in settori quali energie rinnovabili, tutela della biodiversità, efficientamento energetico, edilizia eco-compatibile, trasporti puliti.

Con tali emissioni si coniuga, così, l’esigenza di diversificare le fonti di rendimento degli investitori con la necessità di finanziare progetti ambientali che siano in grado di generare impatti positivi in termini di mitigazione o adattamento ai cambiamenti climatici.

Da un lato, le imprese stanno cercando di adeguare i propri processi di produzione per ridurre le esternalità negative derivanti dalle emissioni inquinanti, grazie a una maggior consapevolezza e a una nuova visione industriale tesa a perseguire obiettivi di business, prestando attenzione anche agli interessi degli stakeholders e dell’ambiente; dall’altro, vi è una maggior consapevolezza e responsabilità degli investitori nell’indirizzare i players del mercato all’utilizzo di tali strumenti per finanziare progetti green in grado di generare benefici ambientali, sociali, economici e finanziari nel lungo periodo.

Ma chi può emettere questi titoli?

In generale, tutti i soggetti che realizzano progetti green, ovvero banche, imprese nazioni e istituzioni pubbliche. Di fatto, però, i maggiori emittenti in questi anni sono stati vari enti sovranazionali. In particolare, World Bank e Bei (Banca europea investimenti), quest’ultima la prima al mondo ad aver emesso sul mercato il green bond nel 2007.

Recentemente anche importanti gruppi energetici hanno emesso tali bonds. In Italia, due soggetti che hanno emesso dei green bonds sono Enel ed Hera.

Le banche emettono obbligazioni verdi per finanziare progetti green di terzi. Tali progetti per essere finanziati devono, pertanto, prevedere un uso responsabile delle risorse naturali e un focus sull’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. Ad esempio, il bond di Intesa Sanpaolo collocato nel 2017 per 500 milioni di euro ha finanziato per il 64% progetti legati al fotovoltaico, per il 12,6% all’eolico, per il 12,5% alle bioenergie, per il 9,3% all’idroelettrico e per l’1,6% all’efficienza energetica. Si tratta per la maggior parte di rifinanziamenti del portafoglio energy di Mediocredito, ma anche di nuovi progetti, tra cui quelli legati alla Circular Economy, per il quale l’istituto ha stanziato 5 miliardi di euro per il 2018-2021, al fine di poter sostenere progetti innovativi per le Pmi e le grandi aziende ispirati ai principi dell’economia circolare.

Qual è la differenza con le obbligazioni tradizionali?

Non esiste uno standard globale per certificare come “verde” un’obbligazione, ma solo quattro linee guida volute dall’Eurozona.

Nell’ambito dell’azione 2 dell’Action Plan, la Commissione europea ha incaricato il TEG (Technical Expert Group on Sustainable Finance) di elaborare alcune linee guida per sostenere lo sviluppo di un “Green Bond Standard” (GBS) basato su quattro principi:

1) allineamento alla tassonomia sulle attività eco-compatibili per identificare progetti e attività finanziabili;

2) pubblicazione di un documento (Green Bond Framework – GBF) in cui l’emittente dichiari l’allineamento dell’emissione agli obiettivi ambientali dell’Unione europea, come verranno impiegati i proventi raccolti e la volontà di allineare l’obbligazione verde allo stesso GBS;

3) redazione di una reportistica ad hoc per esplicitare l’utilizzo dei proventi e l’impatto ambientale generato dagli stessi;

4) controllo da parte di un revisore esterno accreditato dell’allocazione dei proventi verso gli obiettivi dichiarati e la conformità del GBF.

Gli investitori vogliono e hanno il diritto di sapere se i proventi vengono utilizzati per l’ambiente.

Anche i grandi investitori istituzionali, ormai guardano con diffidenza chi non inserisce il climate change nella gestione dei rischi e non pone attenzione riguardo ai temi della sostenibilità. Un anno fa, anche la Banca d’Italia aveva dichiarato la sua decisione di modificare la gestione dei propri investimenti finanziari, puntando su chi adotta le migliori prassi ambientali e sociali.

Ci saranno effetti collaterali da Covid-19?

Si sa il mercato è volatile e le discese fisiologiche, in particolare quando si presenta un evento imprevedibile e impattante di cui comunque si ha considerazione nella fase di valutazione dell’asset allocation. Per ora il caso del coronavirus è considerato dagli esperti un fenomeno transitorio, come lo fu la Sars, e in quel caso statisticamente nei sei mesi successivi il ritorno delle Borse fu positivo.

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