FINANZA/ Il dopo-Draghi, un’eredità (troppo) pesante per il prossimo governo

- Natale Forlani

I partiti hanno già iniziato la campagna elettorale e le loro mosse rivelano una grande distanza dal lavoro fatto da Draghi

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In aula al Senato (LaPresse)

Il Governo Draghi rimane in carica per l’ordinaria amministrazione, ma ritengo che l’Esecutivo saprà fare la sua parte per curare, nei limiti del possibile, gli interessi del nostro Paese negli ambiti sovranazionali e nel promuovere gli interventi funzionali a tutelare le attività economiche e i redditi delle famiglie nella delicata congiuntura economica. Iniziative destinate a riscontrare il sostegno del Parlamento. Fare i conti con un aggravamento del malessere sociale nel corso della campagna elettorale non conviene a nessuna forza politica. Ma i guasti provocati dalla scellerata decisione di anticipare lo scioglimento delle Camere sono comunque destinati a lasciare un’eredità scomoda per il prossimo Governo, qualsiasi possa essere l’esito elettorale.

Il primo danno è provocato dalla perdita di autorevolezza dei rappresentanti delle nostre istituzioni nelle sedi sovranazionali. Per meriti propri, e per l’indebolimento delle leadership di alcuni grandi Paesi europei, la figura del nostro presidente del Consiglio veniva ritenuta come un punto di riferimento per orientare le scelte dei prossimi mesi dell’Unione europea. Volenti o nolenti, la scelta di toglierlo di mezzo prima della scadenza naturale delle elezioni è destinata a pregiudicare la reputazione del nostro Paese negli ambiti politici e finanziari. Oggettivamente contigua e funzionale ai propositi di voler destabilizzare i governi dei Paesi europei manifestata in modo esplicito da Putin e dai suoi accoliti.

Nel breve periodo tutto questo può far aumentare i costi per finanziare il debito pubblico e inquinare i contenuti di una campagna elettorale che si presta a scorribande esterne di ogni genere.

L’esaurimento della funzione del Governo Draghi viene giustificato dall’impossibilità di portare a regime un disegno autenticamente riformatore data l’eterogeneità delle forze politiche della maggioranza che sostenevano l’esecutivo. In effetti la distanza tra i propositi riformatori e i risultati ottenuti in materia di fisco, giustizia, lavoro e concorrenza sono rilevanti e non sarebbe stata colmata nei pochi mesi che rimanevano prima della scadenza ordinaria della legislatura.

Tutto vero, ma a distanza di poche ore assistiamo già alla messa in campo di una serie di promesse elettorali (flat tax, condoni fiscali, aumento delle pensioni minime e anticipazione dell’età pensionabile, bonus e superbonus da prorogare, nuove leggi per aumentare i salari e vincolare le assunzioni, nuovi diritti a destra e a manca, immigrati da accogliere indiscriminatamente o da rimandare tutti al loro Paese d’origine…) tale da far pensare che la legalizzazione della cannabis sia già avvenuta senza un voto del Parlamento.

Tutte proposte che, ovviamente, non fanno i conti con i vincoli di spesa pubblica, trascurando l’evidenza che buona parte delle variabili sulla quale dovremo tarare le politiche economiche dipendono in via di fatto da fattori esterni che facciamo finta di ignorare. Tanto per cambiare la Bce ha annunciato un incremento dei tassi d’interesse e la contemporanea disponibilità a rinnovare l’acquisto dei titoli pubblici per finanziare i debiti, e contenere gli spread, alla condizione che vengano rispettati dagli Stati nazionali i vincoli di bilancio concordati con le Istituzioni dell’Ue, il recepimento delle raccomandazioni della Commissione europea, il rispetto delle scadenze sottoscritte per la messa in opera delle risorse del Pnrr. Un segnale rivolto implicitamente all’Italia in coincidenza delle dimissioni del Governo Draghi.

Il semplice fatto che di fronte a queste evidenze venga liquidata con superficialità l’esperienza politica di coesione nazionale la dice lunga sul grado di consapevolezza e di responsabilità della classe dirigente politica. A conferma della consolidata tradizione delle forze politiche, che a turno si sono manifestate incapaci di dare vita a solide maggioranze parlamentari, di affidare agli Esecutivi guidati da personalità esterne al Parlamento il compito di gestire le emergenze e di assumere, le decisioni impopolari, rassicurando le Istituzioni sovranazionali e i mercati finanziari, ma togliendoli di mezzo una volta ottenuto il risultato.

Diversamente dalle esperienze dei precedenti Governi tecnici della seconda Repubblica che hanno dovuto gestire congiunture economiche a loro affidate con misure di bilancio restrittive, però, l’esecutivo guidato da Mario Draghi ha potuto beneficiare della sospensione dei vincoli di bilancio pubblico decisi nell’ambito delle istituzioni europee, di abbondanti acquisti dei bandi statali disposti dalla Bce e delle risorse aggiuntive del programma Next Generation Eu. Mentre, dovranno essere il nuovo Governo e la maggioranza parlamentare scaturita dalle elezioni, a doversi sobbarcare i vincoli già convenuti e quelli che deriveranno dal mutamento delle politiche monetarie e fiscali e dei costi aggiuntivi derivanti da una transizione economica digitale e ambientale che si preannuncia più complessa e più onerosa del previsto. Augurandoci che nel frattempo le nuove misure di politica monetaria siano in grado di ridimensionare la crescita dell‘inflazione senza pagare il prezzo di una stagnazione economica.

Queste novità sembrano sfuggire alle forze politiche che si accingono ad affrontare la competizione elettorale, con proposte che ignorano il principio di realtà perché finalizzate a tenere insieme dei cartelli elettorali funzionali a prendere seggi sulla base dei meccanismi imposti dalla legge elettorale in vigore.

Contrariamente a quanto viene affermato, non esiste nemmeno un’agenda Draghi da portare a regime sulla quale mobilitare una coalizione di forze politiche. La nuova legislatura eredita un lavoro prezioso finalizzato a focalizzare al meglio gli obiettivi e i tempi di attuazione delle risorse del Pnrr, ma che deve ancora misurarsi con tre palesi criticità: la cronica difficoltà delle amministrazioni pubbliche di impiegare le risorse affidate, il sottoutilizzo del risparmio privato verso gli investimenti, la carenza quantitativa e qualitativa di risorse umane idonee a rendere sostenibile una transizione economica digitale e ambientale che è destinata a peggiorare sensibilmente nei prossimi anni per via del decremento demografico della popolazione in età di lavoro.

La radice del populismo italiano è ormai antropologica. Tale da condizionare le dinamiche della domanda e dell’offerta politica favorendo la crescita delle aspettative e delle promesse di nuovi interventi più o meno giustificati, ma comunque da mettere a carico del bilancio pubblico. 

In uscita dagli aiuti forniti nel corso della pandemia le dichiarazioni Isee presentate dalle famiglie per ottenere le prestazioni assistenziali dallo Stato e dagli enti locali superano i 12 milioni e coinvolgono prestazioni pubbliche che coinvolgono oltre la metà della popolazione. La fotografia di una deriva che non conosce limiti.

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