FINANZA/ Italexit, il vero obiettivo nel mirino del Mes

- Gianfranco D'Atri

Essere a favore del Mes, oggi, serve a sostenere l’euro e a evitare che l’uscita dalla moneta unica sia una strada percorribile per l’Italia

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Lapresse

La correttezza di un ragionamento dovrebbe prescindere dalla valutazione della coerenza di chi lo propone. Ma il pulpito dal quale viene esternata la predica fornisce, a volte, elementi di riscontro utili all’analisi. È questo forse il caso della del recente articolo di Maria Cannata, direttore in pensione del Tesoro, nel quale si illustra la grande importanza dell’approvazione del Mes da parte dell’Italia, per i benefici che ci porterà. L’autorevolezza scientifica dell’autrice è però messa in discussione da una diversa Maria Cannata che, un anno fa, esponeva gli argomenti, condivisibili, circa la negatività del Mes. Cos’è cambiato, dunque?

Forse il pulpito da cui parla ora, cioè quello di Presidente del Mts, la società che gestisce la borsa dei titoli di stato e che annovera farai soci, oltre al London Exchange, molte di quelle banche che operavano come controparti del Ministero da lei diretto.

L’interesse per il sistema finanziario di ottenere l’introduzione delle clausole Cacs è evidente: riducono il rischio dei titoli di stato. Anche se gli effetti, analizzati su un ampio campione internazionale, sono sensibili solo nel caso di emittenti ad alto rischio default. Quindi inutili per i titoli tedeschi e, nella situazione attuale, anche per l’Italia che sconta tassi più elevati non per il rischio di insolvenza, avendo un ampio avanzo primario, ma per quello di uscita dall’area euro.
Ma perché le regole di “ordinata risoluzione delle crisi” prevista con le clausole di azione collettiva piacciono agli investitori (ma sfugge anche alla Cannata dai tempi della direzione che i suoi referenti sono essenzialmente “speculatori”)?

Esse consentono di far assumere le decisioni in merito alla ristrutturazione del debito a un gruppo ristretto di soggetti, imponendo la decisione di maggioranza alle minoranze, fra cui i risparmiatori. Tali regole, sfortunatamente, sono già applicate a moltissimi titoli in circolazione, fra l’altro senza che i risparmiatori ne siano informati, e contribuiscono a perpetuare la poca trasparenza delle modalità di gestione del debito pubblico.

In sé, il problema dell’adesione o meno al trattato non pare particolarmente rilevante. Infatti, le modifiche al Mes proposte non rivoluzionano la situazione attuale, ma la levata di scudi, persino della Cannata e dell’Algebris di Davide Serra, è in questo momento cruciale. Il rischio che l’Italia riprenda a ipotizzare l’uscita dall’euro impone che si assumano misure, eventualmente anche positive per l’Italia, che costruiscano un rete di sicurezza che renda sempre più difficile tale opzione.
Essere a favore del Mes, oggi, serve a sostenere l’euro e il modello economico prevalente in Europa. Che tale scelta sia quella migliore è opinione diffusa fra coloro che salgono sul pulpito accompagnati da banchieri, finanzieri e imprese internazionali per nascondere ai fedeli che le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Spetta a chi ascolta riconoscere che le buone intenzioni, al più, sono di chi illustra l’utilità del Mes e delle Cacs, mentre le pene saranno patite dall’uditorio.
P.S.: Perché l’Italia non chiede, come contropartita all’eventuale firma, la definizione del ruolo delle riserve auree? Se uno Stato disponesse, come l’Italia, di ampie riserve auree potrebbe anche utilizzarle, come garanzia, e non richiedere l’intervento del fondo salva-Stati (che bella definizione per la polizia economica della Ue!).


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