FOOD/ “Fico Eataly World, non solo consumo ma esperienze: ecco la nostra svolta”

- Andrea Dusio

Il parco bolognese a tema food ha rinnovato radicalmente il format dopo la pandemia. I numeri però sono ancora in perdita. L’ad Stefano Cigarini: “Gli utili dal 2024”

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Fico Eataly World

Fico Eataly World riparte. Il parco tematico con sede a Bologna, dedicato al cibo italiano, ha riaperto la scorsa estate con un format rinnovato, frutto di una riprogettazione dopo la pandemia. “Con il Covid in sostanza abbiamo chiuso due anni”, spiega Stefano Cigarini, Ad di Fico Eataly World, a margine della presentazione del nuovo format all’Associazione della Stampa Estera di Roma, unitamente a Silvia Tarabini, del Consorzio Parmigiano Reggiano, e Augusto Cosimi, Consorzio Mortadella Bologna. “I soci, e dunque Eataly e Coop Alleanza 3.0, hanno deciso di mettere un punto e ricominciare da zero. Rifacendo il piano industriale”.

Che cosa avete cambiato?

Io sono arrivato un anno e mezzo fa. Abbiamo riprogettato il parco, mettendo le persone al centro dell’esperienza, dove prima era il consumo del food che orientava tutto. Ora il nostro è ancor più un full experience park dedicato al cibo, in cui convivono divertimento e appunto esperienze. È suddiviso in sette aree tematiche, dedicate rispettivamente a salumi, formaggi, pasta, gioco e divertimento, vino, olio, dolci. Ci sono 13 fabbriche, una fattoria degli animali, giostre e show multimediali, e ancora 13 ristoranti tematici e 13 street food. Il numero 13 è casuale. Quel che conta è poter esplorare il meglio delle specialità regionali italiane.

Quali sono i primi risultati di questo cambiamento?

Al netto del biglietto d’ingresso, che è di 10 euro, è nettamente aumentata la spesa media, dai 15 euro del 2020 a oltre 33 euro nel 2022. E la permanenza media è passata da 1,5 a 5 ore.

Andiamo sui numeri. Che fatturato avete avuto nel 2021? E che obiettivi vi ponete per il 2022?

Il fatturato del 2021 è stato intorno ai 5 milioni di euro. Le previsioni per il 2022 sono di chiudere attorno ai 12.

Le perdite di quanto sono?

La perdita stimata nel 2021 è stata di circa 5,5 milioni di euro. Nel 2022 perderemo circa 3 milioni.

Guardiamo oltre. Quando andrete a break even? Nel 2024?

Il 2023 sarà un anno in cui puntiamo a crescere in maniera significativa, sostanzialmente andando vicini a Ebitda 0. E nel 2024 cominceremo a fare utili.

Nel momento della riprogettazione, quando avete tirato una riga e siete ripartiti, c’è stata una ricapitalizzazione?

C’è stato un investimento di 5 milioni di euro per il nuovo progetto di Fico. Non c’è stata una ricapitalizzazione. I nostri due azionisti sono al 50% Eataly e al 50% Coop Alleanza 3.0. Il luogo fisico dove insiste Fico è di proprietà di un fondo, al quale partecipano diciotto investitori. I principali sono di nuovo Eataly e Coop. Il fondo è gestito da SGR Prelios. Nei primi anni Fico ha cumulato perdite per una dozzina di milioni di euro, di fatto ripianati dai soci.

Durante la presentazione ha spiegato che Fico contribuisce circa con l’11% al milione e mezzo di turisti l’anno che si registra a Bologna. Il che fa circa 160mila unità, che indubbiamente è lontano dal vostro totale. Il pubblico è dunque in gran parte locale?

Sì, il pubblico è in buona parte residenziale. L’Emilia-Romagna rappresenta poco meno della metà circa dei visitatori. Dunque non si tratta di turisti. Man mano che si esce dal Covid, questo numero è destinato a ridimensionarsi. Il nostro obiettivo nel triennio è di arrivare a un milione di paganti. C’è poi un’altra base, che vale circa il 15%: sono coloro che partecipano a eventi business, e non passano attraverso la biglietteria.

Com’è ripartito il pubblico estero?

11% dagli Stati Uniti, 9% dall’Olanda, 6% dalla Germania, 5% dalla Svizzera e dal Regno Unito, 4% da Belgio, Spagna, Cina. Gli altri con percentuali più piccole.

Questa rifocalizzazione del format, in una direzione che è evidentemente di spettacolarizzazione, a quale target mira?

In realtà mira a un pubblico il più ampio possibile. Se vogliamo fare l’esempio di Disneyland, il pubblico è il più generalista possibile. Il nostro lavoro è sviluppare dei percorsi per i diversi target. Alcuni destinati ai food lovers, poi c’è un percorso per adulti più basato sulle esperienze, e quello per bambini, che è legato alle attrazioni. È chiaro che nessun adulto andrà mai sulla giostra della pasta…

La composizione degli operatori è molto cambiata rispetto all’inizio?

No. Si è un po’ pulita. Inizialmente c’erano delle ridondanze. Siamo partiti da 100 operatori. Ora sono 60. Alcuni erano effettivamente dei duplicati. E abbiamo cercato di inserire operatori molto basici. Faccio un esempio banale: il ristorante di pesce della precedente gestione era un tipo di locale dove chi si sedeva aveva già investito 70 euro. Oggi si può mangiare da 12/15 euro sino a centinaia di euro.

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