FOOD & GREEN/ Ecco quanto ci costa (al supermercato) la sostenibilità che non si vede

- Angelo Frigerio

Esperimento in Germania: per 9 prodotti calcolato il prezzo che tiene conto dei danni ambientali causati in produzione. La spesa raddoppia

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Iniziativa interessante quella attuata dalla catena di supermercati Penny in Germania. Nel corso della prima settimana di agosto, in tutte le sue 2.150 filiali, l’insegna ha promosso il lancio di nove prodotti applicando prezzi che “calcolano” il costo della sostenibilità. Ovvero l’importo che dovrebbe essere effettivamente richiesto alla clientela se si tenesse conto di tutti i danni ambientali causati dalla produzione. Le sorprese non mancano: i würstel passano da 3,19 euro a 6,01 euro; la confezione di formaggio olandese tipo Emmental da 300 grammi da 2,49 euro a 4,84 euro. Non così invece per la cotoletta vegana, che subisce un incremento solo del 5%.

Ma come si è giunti a calcolare l’impatto della sostenibilità sui prodotti? L’iniziativa di Penny è stata realizzata in collaborazione con i ricercatori dell’Università Tecnica di Norimberga e dell’Università di Greifswald, che hanno stimato gli effetti economici della produzione dei nove alimenti su: suolo, clima, acqua e salute. Costi attualmente invisibili che sono inevitabilmente sostenuti lungo la filiera. Attualmente non ricadono, se non parzialmente, sul prezzo di vendita dei prodotti.

Si tratta dunque di aumenti scientificamente giustificabili. Gli studiosi, come riporta Repubblica, hanno calcolato 2,35 euro di costi “nascosti” nella produzione del formaggio olandese stimando 85 centesimi solo per emissioni dannose per il clima provenienti dall’agricoltura. Ad esempio, del metano che viene prodotto dai bovini durante la loro digestione, o dell’anidride carbonica proveniente dall’utilizzo di trattori alimentati a diesel. Poi 76 centesimi per l’inquinamento del suolo causato dall’agricoltura intensiva per la produzione di foraggi. Altri 63 centesimi per l’impatto dell’uso di pesticidi che rilasciano sostanze tossiche che possono provocare problemi di salute (cancerogeni e non) alla salute degli agricoltori che ne vengono a contatto. Infine, più di 10 centesimi per gli effetti negativi sulla qualità delle acque sotterranee, per esempio l’inquinamento delle falde acquifere dall’azoto contenuto nei fertilizzanti.

La coraggiosa iniziativa di Penny solleva il velo su uno dei problemi più importanti legati alla sostenibilità, ovvero sulle sue ricadute “sociali”. Quante famiglie potrebbero permettersi un costo del 100% in più nel carrello della spesa? La domanda non è peregrina. L’aumento dei prezzi a causa dell’inflazione sta incidendo in misura notevole sugli acquisti. Sia in termini di volumi sia di spesa in generale. Maura Latini, direttore generale di Coop, in una intervista ad alimentando.info, racconta la nuova “strategia” di alcune famiglie: “Si recano a fare la spesa con un budget ben definito. Arrivano alle casse e, una volta toccato il tetto prefissato, lasciano i prodotti rimanenti nel supermercato”. Ecco allora che una delle più grandi sfide del prossimo futuro sarà proprio quella di conciliare sostenibilità con convenienza. Sfida cruciale. Che vede coinvolte anche le istituzioni.

Lo scorso 12 luglio il Parlamento europeo ha varato un regolamento per il ripristino degli ecosistemi degradati. Il voto in sessione plenaria ha concluso settimane di accesi contrasti tra il mondo ambientalista e quello rurale. La proposta, denominata Nature Restoration Law, comporta, fra gli altri, la fine dei motori endotermici e il bando degli imballaggi di plastica. Ci si prefigge di riparare entro il 2030 almeno 20% degli habitat marini, urbani e agricoli europei che versano in cattive condizioni, e regolamentare l’uso sostenibile dei pesticidi.

L’iter della legge non è finito. Deve passare alla Commissione ambiente, dove in precedenza era stato bocciato. Sull’argomento molte le posizioni contrarie. Fra queste, gran parte del mondo produttivo. Si tratta di misure che ridurranno, nel giro di 7 anni, del 55% i gas serra di un continente che oggi contribuisce con meno dell’1% alle emissioni globali. Un’inezia, dunque, al confronto con l’inquinamento provocato da altri Paesi, Cina in testa.

Ancora una volta dei burocrati, molto ben pagati lo ricordiamo, sulla spinta di un ambientalismo d’accatto, hanno elaborato una proposta tutta da discutere. Riusciranno le industrie prima e le famiglie dopo a sostenere l’impatto della sostenibilità?

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