Francesco Facchinetti/ “Ho gli anni ’80 nel Dna. Cosa cerco nei talenti? La magia…”

- Emanuela Longo

Francesco Facchinetti, a Uno Weekend il suo personale ricordo degli anni Ottanta e la scoperta da parte di Claudio Cecchetto

Francesco Facchinetti
Francesco Facchinetti, Uno Weekend

Francesco Facchinetti, in collegamento dalla sua abitazione con la trasmissione Uno Weekend su Rai1, ha spiegato cosa hanno rappresentato e cosa rappresentano ancora oggi per lui i mitici Anni Ottanta: “Io sono un fanatico di musica, quindi per me gli anni ’80 rappresentano veramente tanto, l’esplosione di un sacco di generi musicali di cui vado matto”. Dalla musica dance a quella rock, dai metallica all’esplosione dei concerti negli stadi dei Pooh: “Ero veramente piccolo”, ha aggiunto il figlio di Roby Facchinetti.

Tra i suoi ricordi che, come ha ammesso, resteranno impressi nel suo Dna c’è però anche “l’esplosione di Jovanotti, gli 883, tutta quell’onda musicale timbrata da Claudio Cecchetto e che un po’ mi ha fatto crescere, quindi gli anni Ottanta significano tanto per me”, ha proseguito, citando il talent scout che ha avuto un ruolo fondamentale nel suo futuro professionale.

Francesco Facchinetti scoperto da Claudio Cecchetto

Fu proprio Claudio Cecchettoanche lui ospite in collegamento con la medesima trasmissione – a scoprire anche Francesco Facchinetti, il quale, incalzato dalla padrona di casa Anna Falchi ha ammesso: “Claudio mi ha scoperto purtroppo per lui – perché sono l’unica sua macchia -, lui mi vide accanto a mio padre in una intervista di mio papà. Io ero solo il figlio di Roby Facchinetti al fianco di Roby Facchinetti. Lui mi vide lì, non so cosa lo colpì ma mi fece chiamare”.

Dopo aver fatto il cantante ed il deejay, ora Francesco Facchinetti sta forse tentando di rubare il ruolo di scopritore al suo maestro e scopritore Claudio Cecchetto? “Magari!”, ha replicato, spiegando cosa cerca lui negli artisti: “Si cerca la magia, ovviamente per osmosi stando al suo fianco un giorno mi disse che per imparare questo mestiere avrei dovuto fare la pianta per almeno un anno, ovvero stare a vedere cosa succedeva, ed ho imparato tanto a lavorare con lui”.



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