GEO-FINANZA/ I guai per l’Italia con le bordate di Trump

- Ugo Bertone

Trump minaccia di imporre dazi sui prodotti messicani. La guerra commerciale può essere un rischio per Paesi come l’Italia

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Donald Trump (LaPresse)

L’effetto Renault che aveva spinto lunedì al rialzo dell’8% i titoli Fiat Chrysler si è per ora esaurito lasciando spazio alle preoccupazioni sollevate dall’ultimo diktat di Donald Trump, stavolta sul Messico. Il Presidente Usa minaccia di imporre dazi del 5% sulle merci realizzate in Messico e dirette verso gli Stati Uniti. I dazi potrebbero partire il 10 giugno. Le tariffe potranno aumentare gradualmente se il Messico non si attiverà per contenere i flussi migratori. Fca, che negli impianti di Toluca (Jeep Compass, Fiat 500, Fiat Freemont e Dodge Journey) e Saltillo (RAM), realizza il 13-14% del gruppo, accusa il colpo arretrando del 4%.

Al di là delle oscillazioni sui mercati, le peripezie americane di Fca ci avvertono che ai tempi del protezionismo trionfante torna a valore il principio del primato della politica sull’economia, anche nella forma un po’ rozza e muscolare che Trump sta imponendo ai mercati, rovesciando le regole dell’economia globale, basate sulla certezza dei diritti fissati dai trattati. Basti ricordate che il nuovo accordo commerciale tra Messico, Canada e Usa, è stato siglato un mese fa.

Già nel weekend si capirà se la minaccia di Trump sarà destinata a durare o a rientrare dopo la missione del Presidente messicano Obrador negli Stati Uniti. Ma è prevedibile che situazioni del genere sembrano destinate a ripetersi nel prossimo futuro: l’economia torna a essere, ai tempi del neomercantilismo, ancella della politica. Non è detto che questo provochi necessariamente una frenata del Prodotto interno lordo. Il protezionismo è stata la regola di politica economica che ha consentito il decollo delle grandi potenze, Stati Uniti compresi, nell’Ottocento. Ma per l’Europa, Italia compresa, la nuova situazione impone un cambiamento di rotta epocale, assai più della Cina che ha una soglia di dolore ben più alta e dispone di un controllo sociale ed economico immensamente più efficace.

Il Vecchio Continente al contrario, si trova alle prese con un modello di sviluppo basato sull’export, che non funziona più. A partire dalla Germania, ancora una volta sul banco degli imputati a Bruxelles per l’eccessivo surplus commerciale (che, a onta delle ripetute violazioni, non è mai stato punito). E dall’Italia, che continua ad avere nell’export l’unica voce positiva, pur se tra variazioni minime: il Pil del primo trimestre è cresciuto dello 0,1% rispetto a un anno fa, ma registra una contrazione dello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Anche dall’export, visto da vicino, emergono del resto varie criticità: gli ultimi dati sul Prodotto interno lordo attestano un vero e proprio crollo di importazioni, diminuite dell’1,5% nel trimestre, cosa che contribuisce in maniera determinante al brillante risultato dell’export netto.

La manifattura insomma, resta molto debole, causa forti incertezze domestiche e internazionali. Non resta che navigare a vista, sperando di non finire vittime delle prossime bordate.

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