GEO-FINANZA/ La carta di Biden nel Medio Oriente per provare a frenare l’inflazione

- Giovanni Ricci

C’è attesa per il nuovo dato sull’inflazione Usa. È però chiaro che per fermare la corsa dei prezzi occorre calmierare il costo del petrolio

Biden discorso Polonia
Joe Biden (LaPresse, 2022)

Per il dato inflattivo Usa che verrà pubblicato oggi e riferentesi a maggio 2 in tendenziale sull’anno, si stima un tasso dell’8,9-9,0% con valore minimo non sotto all’8,7% Il Consensus Bloomberg di operatori di mercato stima invece un range tra l’8,3% e l’8,4%, e quindi al di là delle differenze di stime si può notare la non diminuzione perlomeno come risultato minimo del fenomeno inflattivo. Anzi, nella presente analisi la stima, come da 2/3 mesi a questa parte, permane nell’area del 9% perché troppi sono ritenuti gli elementi e i fattori non più sotto un controllo agevole. Infatti, come da copione canovaccio. il Covid-19 prima e la guerra di fatto in Ucraina hanno dato fuoco alla paglia secca e alle braci ardenti che da anni covavano: il 2014 con le rivolte Euromaidan a Kiev, il 2007/2008 con la crisi dei mutui subprime Lehman Brothers. Ancora più da sfondo l’equilibrio traballante che derivava dagli anni ’90 con l’inizio dell’impero americano 2.0; per personale valutazione ex post di ciò che sta accadendo in questi giorni, tale inizio di impero si basava sul patto faustiano tra Stati Uniti e sorgente Comunità degli Stati Indipendenti, dove egemone era la Federazione Russa; troppi i non detti, gli abbozzi strategici le furbate tattiche e spionistiche da una parte e dall’altra e alla fine il quadro di oggi, equilibri rotti e dinamiche impegnative e serie di scontro che stanno sconvolgendo l’ordito mondiale delle cose, di ogni aspetto della società,

Di nuovo un costante refrain di fondo: solo quando Stati Uniti e Russia giungeranno a un nuovo accordo strategico verrano poste le basi necessarie per eliminare e poi gestire le conseguenze del disordine attuale, ma per poi arrivare a sufficienti condizioni di un nuovo ordine economico e strategico servirà il secondo tavolo, secondario come importanza rispetto al duello delle due superpotenze di Stati Uniti e Russia, ma altrettanto fondamentale, e parliamo cioè degli aggregati giganti di Cina, India, Unione europea e Brasile.

Una volta fatto tutto questo, la programmazione operativa e pratica dei fatti economici e politici dovrà per forza di cose essere specificata nel G20, che a oggi si può definire il reale consesso operativo internazionale; cioè, detto meglio, tutte le problematiche strategiche affrontate ai tavoli precedenti troveranno in questa ultima sede la produzione dei progetti e degli scenari operativi per gli anni a venire e per l’intero pianeta.

Fatte queste precisazioni dal sapore un po’ ellittico in prima battuta rispetto al problema dell’analisi dell’inflazione negli Stati Uniti, si può iniziare a dare un quadro più chiaro dell’impostazione di fondo da me condotta nell’analisi delle cause e nei conseguenti comportamenti degli attori istituzionali.

In sostanza, lo scenario macroeconomico e internazionale degli ultimi trent’anni che si basava sulla dominanza della domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata è venuto secondo me in maniera conclamata a mancare e a finire; questo è stato il motivo anche di una dominanza pressoché assoluta dello schema keynesiano, dove anche politiche di stampo monetarista quando sono state attuate hanno sempre avuto il ruolo di interventi ancellari ed eclettici rispetto all’ordito di fondo: la gestione della domanda aggregata; si ricordino infatti le politiche di Reagan, della Gran Bretagna e l’azione delle maggiori banche centrali interventi monetaristi nel corso degli anni ’80, ma che si muovevano come ” strumenti eccentrici” dentro lo schema keynesiano.

Tra le altre cose, come schema macroeconomico di fondo non mi sento di appartenere per nulla al monetarismo di Greenspan, ma faccio mie le pose di fondamenta di giganti del pensiero economico che quindi per rispetto vanno debitamente ricordati: Ricardo, Marx, Marshall, Walras, Fisher, Lucas, Kaldor, Tobin, Nurkse, lo stock-flow approach, le teorie del disequilibrio. Con tale impostazione lo schema monetarismo-keynesiani mi ha sempre lasciato addosso la sensazione di gabbie troppo rigide; un’immagine dirompente è un po’ forzata dei fatti e delle dinamiche odierne è per me la nuova vitalità della misterica legge di Say, nonché antiquata: è l’offerta a creare la propria domanda.

Come si apprezza il tenore dei tempi cambiati! Anni fa la si recitava solo negli studi universitari, mentre parlarne al di fuori metteva a rischio di ridicolizzazione; oggi invece stiamo iniziando a respirare come funziona il mondo nel quale l’offerta sembra un toro furioso. Venendo pertanto al ruolo della Fed e in subordine della Bce e delle altre maggiori banche centrali occidentali, mi sento di affermare che non hanno il controllo fondamentale e primario nello scenario attuale, mentre al contrario possono e devono dare il loro contributo a evitare disequilibri e fiammate di secondo livello.

È in tale ottica che la Fed ha un ruolo nel contrastare l’inflazione attuale, e cioè mitigare il più possibile e soprattutto armonizzarli gli eventi avversi su cui non ha alcun potere. Infatti, basti pensare che la stampa specializzata internazionale e i board di Fed e Bce stanno a discutere di incrementi dei tassi di interesse, quando al contrario il mercato li ha già abbondantemente implementati, e a ricordarcelo basta dare visione al tasso dei treasury Usa a 10 anni in area 2,9-3%, mentre i membri del Fomc Fed discettano di tassi al 2,5-2,75% entro fine anno.

In altri modi detto, queste osservazioni di cui sopra stanno iniziando a far emergere una perdita di credibilità della Fed, evidenziata da alcuni suoi membri falchi, ma ancora di più e soprattutto una mancanza di strumenti veri nel combattere l’inflazione; giova ricordare sempre che col debito pubblico gigantesco degli Stati Uniti e con inflazione certificata come ultimo dato all’8,5% la gente, i risparmiatori liquidano risparmi per acquisire beni che divengono via via più costosi, dove si ha come corollario che se il risparmio restasse investito perderebbe solo valore.

In ultima analisi il tema di volumi enormi e immensi di debito pubblico degli Stati Uniti e di molte economie occidentali è un aspetto che alimenta inflazione e non c’è più bisogno del solo meccanismo della rincorsa salari prezzi degli anni ’70 e ’80, dove infatti i debiti pubblici erano bassissimi

Ma allora, al momento attuale chi è negli Stati Uniti che ha gli strumenti efficaci per combattere l’inflazione e che tra le altre cose ha iniziato a farlo? Del tutto ovvia la risposta, la Casa Bianca e i suoi dipartimenti dedicati con in prima fila il Tesoro, il commercio internazionale e l’energia.

Sappiamo tutti la preparazione del viaggio in Arabia Saudita e negli Emirati del Presidente Biden, all’inizio in giugno e poi spostato a luglio; si va in Medio Oriente per parlare e trattare di petrolio, il fattore più importante di tutti nella dinamica inflattiva. Ma ancora vanno ricordate le pressioni in seno Opec + per sospendere in qualche modo la Russia dai meccanismi decisionali, ma creare al tempo stesso le condizioni e le coordinate di fondo perché la Russia aumenti la produzione anch’essa; gli aumenti di produzione giornalieri a oggi concordati sono solo sulla carta, e cioè da 500.000 barili di incremento giornaliero a 648.000, in quanto tolta la Russia gli altri partecipanti all’Opec + mancano del reale volume organizzativo e tecnologico per affrontare tale sfida; si ricorda ancora che gli stessi attuali 500.000 barili giornalieri di incremento accordati da 7 mesi a questa parte non sono ancora a regime, ma siamo nell’area dei 380,000 effettivi giornalieri, e questo perché interi Stati africani e dell’America latina non hanno la struttura produttiva per tenere dietro.

In aggiunta, Biden per dare una calmata ai prezzi ha partorito le solite due politiche di facciata: rilascio di barili dalla riserva strategica e blocco delle esportazioni di petrolio da parte degli Stati Uniti; si sottolinea il fatto di interventi di facciata e propagandistici perché queste politiche sono gocce in oceani di necessità economiche e industriali degli Stati Uniti, e questo è il perché il prezzo del barile Wti è tornato in area 120 dollari.

I numeri spietati della dipendenza energetica degli Stati Uniti li elenchiamo di nuovo: domanda lorda di 21, 5 milioni di barili giornalieri, di cui 3,5 milioni giornalieri vengono esportati, e poi la produzione totale interna di 11, 5 milioni di barili giornalieri lascia il residuo finale da importare in maniera necessaria pari a 7 milioni di barili al giorno, ed ecco la fortuna derivante dai 4/3,5 milioni di barili giornalieri importati dal Canada, mentre i restanti 3,5/4 milioni di barili giornalieri devono essere importati dal resto del mondo.

La riserva strategica, e quindi necessaria in caso di calamità massime e non immaginabili, è pari a un totale di 600 milioni di barili, e quindi rilasciare da tale stock 1 milione di barili al giorno per qualche settimana e forse qualche mese è una mossa solo propagandistica.

Siamo entrati a piè pari in un mondo a moderata/alta inflazione.

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