“Gianni Morzenti (FISI) non ebbe processo equo”/ Corte europea condanna l’Italia

- Alessandro Nidi

Gianni Morzenti, ex presidente FISI, scomparso all’età di 66 anni nel 2017, non ebbe un processo equo: Strasburgo dà ragione alla famiglia, ora lo Stato dovrà risarcirla

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Gianni Morzenti, ex presidente FISI

Gianni Morzenti, presidente della FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) dal 2007 al 2011, subì un processo iniquo e, in virtù di tale aspetto, lo Stato italiano dovrà procedere ad un risarcimento ai suoi eredi: l’ha stabilito in queste ore la Corte europea dei diritti dell’uomo, a cui lo stesso Morzenti prima e la sua famiglia poi hanno presentato ricorso. Una sentenza indubbiamente carica di importanza per i suoi cari, ma giunta in maniera oltremodo tardiva: Gianni Morzenti si è spento all’età di 66 anni nell’aprile del 2017, “con la consapevolezza, pesante come un macigno, di non aver avuto una giustizia giusta nel suo lungo iter processuale, che lo ha portato anche in carcere”, sottolineano i suoi familiari in una nota stampa ufficiale.

Peraltro, qualora non fosse stato dichiarato colpevole per i fatti del giugno 2006 dalla Corte d’Appello di Torino (che lo ha fatto, secondo Strasburgo, in maniera ingiusta), l’ex numero uno degli sport invernali italiani avrebbe potuto beneficiare dell’indulto ed evitare la detenzione. Nelle sei pagine di cui consta la sentenza, la Corte europea esprime il suo giudizio, dichiarando ammissibile la richiesta, per cui si sostiene che “c’è stata una violazione dell’articolo 6 della Convenzione sui diritti dell’uomo. Quindi lo Stato, ossia l’Italia, deve risarcire”. Il ricorso riguardava la condanna penale del ricorrente in Appello, assolto in primo grado. La Corte d’Appello aveva infatti dichiarato Morzenti colpevole, senza però ascoltare nuovamente il testimone dell’accusa.

GIANNI MORZENTI NON EBBE UN EQUO PROCESSO: STATO ITALIANO DOVRÀ RISARCIRE I FAMILIARI

Gianni Morzenti, che era anche amministratore delegato della Lift, società che gestisce gli impianti di risalita della Riserva Bianca di Limone Piemonte in valle Vermenagna (Cuneo), era stato rinviato a giudizio dal tribunale di Cuneo per concorso in concussione aggravata ai danni di altri due imprenditori cuneesi. I fatti contestati risalivano ai mesi di aprile e giugno 2006. Il 28 gennaio 2011, dopo avere raccolto numerose testimonianze, il tribunale dichiarò Morzenti colpevole per i fatti di aprile, assolvendolo però su quelli di giugno, in quanto riteneva che le dichiarazioni della presunta vittima, non fossero adeguatamente sostenute dalla versione di altri testimoni ascoltati durante il dibattimento.

“Inoltre – prosegue il comunicato stampa della famiglia – vi erano delle incongruenze nel racconto della presunta vittima, che né lui, né le indagini preliminari erano riusciti a spiegare. Queste incongruenze – secondo il tribunale – erano essenziali per determinare la sussistenza del reato. Per questo i giudici dichiararono che era impossibile stabilire oltre ogni ragionevole dubbio che Gianni Morzenti fosse colpevole del reato a lui ascritto”. A quel punto, l’accusa e la parte civile impugnarono il giudizio e con sentenza del 17 aprile 2012, la Corte d’Appello di Torino dichiarò l’imprenditore cuneese colpevole di tutte le accuse mossegli, ritenendo che sui fatti del giugno 2006, le prove principali contro l’accusa risiedessero proprio nella testimonianza della vittima. In seguito alla condanna, diventata definitiva a dicembre 2014, per un totale di 4 anni e 5 mesi e per concorso in concussione aggravata ai danni di altri due imprenditori cuneesi, Gianni Morzenti fu arrestato e portato in carcere a Cuneo. “Forse – conclude la nota – se la Corte d’Appello di Torino non avesse disatteso le procedure che ora la Corte europea per i diritti dell’uomo ha considerato violate, la storia di Gianni Morzenti e dei suoi cari avrebbe potuto prendere tutta un’altra piega”.

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