GIORNALI/ Ecco come imprenditori e redazioni si spartiscono i (fragili) lettori

- Franco Carinci

In Italia la libertà di stampa non dipende tanto dall’indipendenza delle singole testate, in gran parte etichettabili, ma dal loro pluralismo e dalla loro concorrenza

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Almeno per un comune lettore di giornali si può dire senza una credibile smentita che a tutt’oggi in Italia esiste la libertà di stampa, nella sua espressione più tangibile della coesistenza di vari quotidiani, settimanali, mensili, che ci si può procurare per abbonamento o per acquisto diretto alle molte edicole sparpagliate per ogni dove. Casomai il problema è un altro, costituito dalla concorrenza della Tv e soprattutto dei social network, che allargano il mercato dei consumatori di informazione, ma restringono quello della carta stampata, già di per sé penalizzato dal suo scarso appeal rispetto agli italiani, tutt’altro che lettori accaniti.

Ma una volta appurato il pluralismo delle testate, la libertà della carta stampata si esaurisce in questo, che ognuno possa dire la sua? Beh, intanto, bisogna avere i mezzi per entrare nel mercato, che ovviamente l’uomo della strada non possiede, bensì solo colui che si dice essere un imprenditore; mentre al massimo il nostro uomo della strada può scrivere una lettera al direttore, che, a meno di dover fare una smentita, la pubblicherà o no, a sua totale discrezione, il che spiega la straordinaria fortuna dei social network.

Ma perché mai un imprenditore dovrebbe mettersi in testa di finanziare un giornale? Nelle parole di uno del mestiere, Luigi Albertini, quella giornalistica sarebbe pur sempre un’industria, che “vende notizie e fornisce notizie utili”. La formula è quella aurea della concezione liberista, sempre pronta a coniugare intrapresa per il profitto e libertà; ma poiché il profitto dipende dall’acquisto del consenso dei lettori, ne consegue che la stampa è indipendente nella misura in cui soddisfa i desideri di quegli stessi.

Una formula, questa, più suggestiva che persuasiva, se confrontata con la dura realtà, tanto da far sembrare più attendibile quella contrappostagli dall’Economist quando ha avuto occasione di scrivere che “i proprietari di giornali in Italia non sono abitualmente in affari per fare denaro, vendendo notizie, ma piuttosto per condizionare la politica governativa”. Il che vorrebbe dire che sono i proprietari a decretare l’indirizzo delle loro testate, sicché i soldi sono investiti a perdere, per essere presenti sul mercato politico.

Se quest’ultima è più rispondente all’esperienza italiana, non è certo esaustiva, perché sottovaluterebbe il peso dei direttori, delle redazioni, delle firme “nobili”, che costituiscono coloro che dovrebbero dare attuazione alle linee dettate dai finanziatori, i quali possono essere benissimo più di uno.

E allora? Credo che in particolare i quotidiani e i settimanali che intendono fare politica spesso nascono e comunque crescono con  fisionomie loro proprie che li rendono percepibili come collocati su una certa frequenza nella sequenza sinistra/destra, sopravvissuta ai molti necrologi, anche se resa fluida, meno identitaria rispetto a un certo partito, ma comunque ancorata a certi parametri, quali l’immigrazione, la sicurezza  la concezione di famiglia con particolare riguardo alla donna, la legislazione lavoristica, la posizione rispetto all’Europa eccetera.

Proprio in ragione delle rispettive fisionomie, giornali e riviste si sono conquistati un loro pubblico, quanto più vasto e influente, tanto più rilevante agli occhi di una classe politica, che tende a equiparare i più venduti e considerati nel circuito internazionale alla cosiddetta opinione pubblica, cosa, peraltro, notevolmente ridimensionata dalla prassi dei sondaggi. E sono queste fisionomie originarie o acquisite che vengono conservate e rafforzate dai rispetti corpi di giornalisti, dove le vecchie guardie gestiscono i new entry, con unica eccezione la scelta dei direttori, destinata peraltro a tener conto di quei medesimi corpi.

Dunque, che cosa si può concludere? Non esiste in Italia, come forse in qualsiasi altra parte, una libertà di stampa intesa come indipendenza nel senso di una mancanza non tanto di un “padrone”, come un tycoon inglese o americano, quanto di un “filtro” obiettivo, privo di quel condizionamento ideologico o politico che metterebbe in discussione le stesse fisionomie proprie delle varie testate, custodite fedelmente dai corpi redazionali. Il che trova un riscontro nella continua commistione di fatti, spesso presentati col modo verbale più caro ai giornalisti, cioè il condizionale, sì da non precludersi facili ritirate; commistione di fatti coi commenti, tanto da renderli difficilmente ricostruibili anche dai più attenti lettori.

Niente di strano, perché questo è un fenomeno riprodotto in modo ancor più evidente dai canali televisivi, che addirittura si considerano schierati apertamente su certe posizioni.

Riprendendo l’attacco di questo scritto, credo di poter dire che in Italia c’è di certo una libertà di stampa, nel senso della concorrenza di varie testate, ciascuna però più o meno etichettabile, sicché questa libertà non dipende da una vera indipendenza di ciascuna, ma proprio dal loro pluralismo, per cui vale sempre la massima di sentire più di una campana.

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