GRATEFUL DEAD/ “Dark Star”: la stella nera del nostro inconscio

- Paolo Vites

Un capolavoro oggi dimenticato,quintessenza della psichedelia californiana degli anni 60, manifesto di una musica intesa per espandere la coscienza umana

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Grateful Dead

La stella oscura si schianta, riversando la sua luce nella cenere

La ragione si lacera, le forze si staccano dall’asse

Cerca colate di luce per i difetti nelle nuvole dell’illusione

Andiamo, io e te finché possiamo

Attraverso il crepuscolo transitivo dei diamanti?

Lo specchio si frantuma nei riflessi informi della materia

Mano di vetro che si dissolve in ghiaccio, fiori di petalo che ruotano

La signora in velluto si allontana nelle notti dell’addio

Andiamo, io e te finché possiamo

Attraverso il crepuscolo transitivo dei diamanti?

Che ci fa un riferimento a The Love Song of J. Alfred Prufrock di TS Eliot in una canzone rock? (“Allora andiamo, io e te, Quando la sera si stende contro il cielo”). Fa quello che la miglior musica rock ha sempre fatto, esprimere l’ineffabile, cogliendo e abbeverandosi a ogni espressione della grandezza umana, rendendola di nuovo attuale, trasformandola e facendola sua. Perché nulla si inventa.

Era il  27 febbraio di 51 anni fa quando i Grateful Dead salirono sul palco del Fillmore West a San Francisco e, tra le altre, registrarono la versione live di Dark Star, una canzone che è ancora oggi divertente quanto strana, come lo può essere il rock ‘n’ roll americano. Da una canzoncina pubblicata su 45 giri della durata di meno di tre minuti, diventò un brano cosmico di quasi mezz’ora.

Lou Reed, il cuore della house band di Andy Warhol, i Velvet Underground, non aveva molta simpatia per questo gruppo: “Tutte queste persone sono i noiosi più privi di talento che siano mai vissuti”, disse della scena di San Francisco. “Sono una beffa.” Normale, per uno che aveva detto “tre accordi e stai già suonando del jazz”.

Ma i Velvet e i Dead avevano molto in comune, molto più del fatto che entrambi in origine si erano chiamati The Warlocks. Ad entrambi piaceva estendere le melodie in lunghe improvvisazioni; entrambi avevano membri della band (John Cale e Phil Lesh, rispettivamente) con radici nella musica d’avanguardia. Cale ha descritto la musica dei Velvet in questo modo: “È stato un tentativo di controllare l’inconscio con l’ipnotico”. Chi altro ha fatto altrettanto se non proprio i Dead?

Dark Star non è soltanto, anzi, una esplorazione di una mente allucinata dall’assunzione dell’Lsd. E’ molto, molto di più. E’ jazz, rock, noise, è esplorazione delle infinite possibilità che il suono possiede. E’ la possibilità di addentrarsi nel fascino della meditazione che ti estrae dalla realtà faticosa, negativa e ti cala in un oceano di buone vibrazioni. E’ una sinfonia della durata che va dai venti minuti alla mezz’ora, spesso intercalando a metà un’altra canzone che vi si mischia benissimo, una esplosione di incertezza, il senso di infinite possibilità che il brano esprime. Delle quasi 250 volte che la band ha suonato la canzone dal vivo, non ci sono due versioni uguali. Esprime la profonda differenza della psichedelia inglese, fatta per lo più di effetti estrapolati in studio, da quella americana, costituita da musica suonata dal vivo con autentici strumenti. Niente trucchi, in California.

E sebbene molti fan del gruppo siano propensi a definire la versione suonata al Capitol Theatre di Port Chester il 18 febbraio 1971 (concerto contenuto nella ristampa per il 50esimo anniversario di American Beauty) la migliore esibizione, quella del febbraio 1969 sul doppio album Live/Dead rimane inavvicinabile.

Gli stessi Dead per molti anni, tra la metà dei 70 e gli 80, smisero di eseguirla. Per Jerry Garcia, ogni possibilità era stata esplorata. Poi il brano tornò in scaletta, in rare occasioni, una addirittura con ospite il sassofonista jazz Marsalis.

A metà degli anni 90 uscirono due dischi incredibili: Grayfolde 1 e 2 contenevano oltre 100 versioni del brano, rimontate assieme da John Oswald, a comporre una suite di 2 ore. Oswald, personaggio unico, è diventato famoso come inventore del  “plunderphonics” (traducibile in “saccheggiofonia”), che indica la tecnica di fare musica ricavandola da dischi pubblicati.

Come ha scritto il giornalista e scrittore Gianni Sibilla, “Se siete arrivati fino in fondo a questa storia, magari continuerà a non fregarvene niente dei Grateful Dead, magari vi verrà voglia di ascoltare una versione di Dark Star e vi stuferete dopo pochi minuti. Ma se invece sono riuscito a farvi interessare a Dark Star, vi avviso: è una droga, nel senso che se vi iniziano a piacere queste melodie, queste improvvisazioni, allora non riuscirete a farne a meno, e poco per volta vi verrà voglia di ascoltare e riascoltare versioni diverse dopo versioni. Insomma, attenzione: Dark star può farvi farvi entrare in un buco nero di musica stupenda da cui è impossibile uscire”.

Io, più umilmente, di tanto in tanto immagino un mondo in cui Jerry Garcia è di nuovo vivo, e la band si riunisce, per finire quello che hanno iniziato quella notte del 1969, e siamo tutti di nuovo giovani.

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