GUERRA TURCHIA-GRECIA?/ I rischi per un’Italia costretta a stare con Ankara

- int. Mauro Indelicato

Macron vede un’opportunità nella crisi in atto nel Mediterraneo, mentre il nostro governo è troppo distratto dagli affari interni. E deve stare con Ankara (e Tripoli)

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Sulla portaerei francese Charles De Gaulle (LaPresse)

La questione delle Zone economiche esclusive (Zee) sta creando tensioni crescenti nel Mediterraneo, stavolta nel Mar Egeo. Alla base delle tensioni stanno le scoperte di giacimenti di gas naturale nell’area. In risposta all’ultima iniziativa turca, la Grecia ha trovato il sostegno della Francia, che ha inviato navi e caccia ad Atene. Perché questo ruolo della Francia? E perché il ministro degli Esteri italiano Di Maio sembra occuparsi solo di politica interna? Ne abbiamo parlato con Mauro Indelicato, giornalista, esperto di politiche migratorie e del Mediterraneo per ilgiornale.it e Insideover: “La Francia vuol contare e proteggere la Total e i propri interessi. L’Italia ha scelto l’equidistanza, un rischio, perché potrebbe farci diventare poco rilevanti in futuro”.

La Turchia ormai sfrutta qualsiasi pretesto per fare una politica estera aggressiva e provocatoria. C’è la possibilità che le tensioni sfocino in uno scontro militare?

Impossibile in questa fase escludere ogni scenario, tuttavia quella dello scontro diretto è un’ipotesi al momento remota. Questo comunque non fa attenuare la gravità delle provocazioni in corso da parte della Turchia: invadere sistematicamente lo spazio aereo e marittimo greco è un atto molto pericoloso, in grado di trascinare in una latente instabilità l’intero Mediterraneo orientale.

La Francia utilizzerà questo episodio per chiedere sanzioni contro la Turchia o si limiterà a un protagonismo di facciata come avvenuto in Libano? Ha siglato un accordo che consente alla sua marina di usare il porto di Cipro.

Parigi vuol contare molto nel Mediterraneo e per farlo sa bene che deve prendere posizione in una disputa così delicata, quale quella in atto tra Atene ed Ankara. In ballo ci sono gli interessi energetici della Total al largo di Cipro, così come dossier delicati, tra tutti quello libico. Quindi è chiaro che la Francia vuol dire la sua sull’attuale situazione dell’Egeo. Con quali mezzi lo vedremo soltanto nelle prossime settimane: l’idea di chiedere sanzioni nei confronti della Turchia di Erdogan potrebbe essere una carta molto pesante da giocare per l’Eliseo.

Francia, Grecia ed Egitto si stanno impegnando per contrastare la Turchia. Ci sono altri attori attivi nel Mediterraneo che possono cambiare gli equilibri?

Viene da pensare alla Russia, in primo luogo. Mosca ed Ankara alternano fasi di profonde convergenze di interessi a stalli problematici nei loro rapporti, ma mantengono costantemente aperto un filo di discussione sulla Siria e sulla Libia. Il Cremlino potrebbe essere l’attore in grado di mediare tra le parti, visto che per adesso i rapporti con la Francia appaiono ottimi e, come detto, sussistono non poche convergenze con la Turchia, anche di natura economica ed energetica. L’Europa, invece, nel suo complesso resta assente.

Le Zone economiche esclusive di Italia e Grecia sono state definite da un accordo siglato ad Atene da Di Maio nel giugno 2020. Questo accordo era stato paragonato a quello turco-libico. L’Italia può giocare un ruolo nella partita greco-turca?

L’accordo di giugno riprende in parte una precedente intesa del 1977 e ha come obiettivo quello di definire i confini marittimi con la Grecia. Chiaro che un accordo di questo tipo è in grado di “disturbare” i progetti di Erdogan che invece, con il memorandum con Tripoli, vorrebbe letteralmente tagliare le rotte commerciali tra Grecia, Cipro ed Egitto. Occorre però aggiungere che Roma con Ankara al momento è quasi costretta ad avere buoni rapporti per via della partita libica, visto che oramai è la Turchia il principale alleato del governo di Tripoli. In questo contesto, la nostra posizione appare molto delicata. L’impressione è che l’Italia voglia provare con una politica di equidistanza dalle parti, una scelta che nasconde molte insidie giacché potrebbe far risultare poco rilevante il nostro ruolo in futuro. Occorre anche capire se l’attuale classe politica sarà o meno distratta dagli affari interni.

La scoperta di giacimenti di gas è alla base delle tensioni nell’area. Cosa può cambiare nell’export di gas dal Mediterraneo orientale all’Europa?

Bisogna pensare alle linee dei gasdotti in costruzione nel Mediterraneo orientale come vere e proprie linee di trincea di una delicata guerra commerciale. Al di là dell’ampia portata dei giacimenti scoperti, in ballo c’è molto altro: se il gas potrà arrivare anche da Cipro, dall’Egitto e da Israele, allora la Turchia potrebbe non essere quell’hub energetico del Mediterraneo da sempre nelle mire di Erdogan. È per questo che le dispute sul gas verranno politicamente combattute senza esclusione di colpi.

(Lucio Valentini)

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