HONG KONG E COVID/ Così Xi Jinping ha usato il virus contro gli Usa

- Carl Larky

Il coronavirus potrebbe trasformarsi in utile alleato della Cina nella sua guerra con gli Stati Uniti. A cominciare da Taiwan per arrivare alle elezioni americane

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Nella metropolitana di New York, durante la pandemia di coronavirus (LaPresse)

La grave crisi nella quale è coinvolta Hong Kong parrebbe non aver molto a che fare con il coronavirus, essendo stata provocata dalla sciagurata legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Alla base delle manifestazioni nella ex colonia britannica vi è la giusta rivendicazione dei cittadini per la propria libertà, garantita dal trattato con cui il Regno Unito restituiva Hong Kong alla Cina. Firmato nel 1997, il trattato prevedeva di rispettare fino al 2047 il sistema legale preesistente: la formula cosiddetta di “un Paese, due sistemi”. Con la nuova legge, Pechino sembra decisa a riportare Hong Kong a un unico sistema, quello cinese, rompendo l’accordo con Londra più di vent’anni prima della sua scadenza.

Questa decisione ha portato a un ulteriore irrigidimento nella posizione degli Stati Uniti e reso più ostile l’atteggiamento del governo britannico, vedasi il cambiamento nei confronti di Huawei. Inoltre, sta destando molte preoccupazioni negli Stati vicini, permettendo agli Stati Uniti di rafforzare in Asia tradizionali alleanze che sembravano ultimamente un po’ “sbiadite”, come con Giappone e Corea del Sud, e espanderne altre, come con India e Vietnam, che hanno pesanti controversie con la Cina. Dall’altro lato, potrebbero venire a mancare alla Cina, in tutto o in gran parte, i notevoli benefici derivanti dall’essere Hong Kong un’importante piazza finanziaria a livello globale.

Sembrerebbe, quindi, un gioco pericoloso o quantomeno azzardato, che potrebbe però essere stato causato da problemi interni, causati proprio dal coronavirus. Forse, la reazione del governo, sia centrale che locale, all’insorgere dell’epidemia è stata giudicata in Cina molto meno favorevolmente di quanto si voglia far credere. Né sembra improbabile che la vicenda abbia messo in discussione i complicati rapporti tra centro e periferia e tra le varie fazioni all’interno del partito. Cosa di meglio quindi che un’azione diretta a ricostituire l’unità della Cina contro le pretese dei suoi avversari storici? Infatti, il governo cinese si è affrettato a riproporre in modo aspro anche il problema di Taiwan, nei cui confronti vorrebbe applicare quel principio “un Paese, due sistemi” appena rinnegato a Hong Kong.  

La pandemia ha aiutato anche su un altro versante, creando notevoli difficoltà all’avversario principale, gli Stati Uniti. Anche qui le sommosse non si sono diffuse per il coronavirus, ma per l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto, che avrebbe dovuto mettere al centro dell’attenzione la violenza insita in buona parte della società americana e della sua polizia. Il possesso diffuso di armi tra i privati, inteso come espressione di libertà, è da tempo materia di dibattito negli Stati Uniti, come lo sono le modalità di intervento della polizia, soprattutto sui cittadini più vulnerabili. Il dibattito si è però subito trasformato in uno scontro razziale, un problema grave e ben più divisivo nella società americana. Il movimento di protesta si definisce in modo corretto e non estremista, Black Lives Matter, ma lo scontro potrebbe trasferirsi tra due entità non cosi accettabili. Da un lato, e già sono sotto accusa, i “suprematisti bianchi” (White Power), ma dall’altro potremmo vedere qualcosa di simile, e forse peggio, del Black Power degli anni 60.

Il conflitto tra i due partiti che si affrontano per le prossime presidenziali, già molto divisi al loro interno, potrebbe trasferirsi così nelle strade di un Paese messo sempre più a dura prova dalla pandemia. Il modo in cui Donald Trump sta gestendo la pandemia si aggiunge ad altri suoi errori, che sembrano favorire il suo avversario Democratico, Joe Biden, ma è difficile che la sua elezione modifichi radicalmente la situazione. Tanto più che è problematico prevedere adesso lo stato delle cose a gennaio 2021, quando il nuovo Presidente assumerà realmente i poteri.

È possibile che tutto ciò abbia spinto Xi Jinping ad accelerare i tempi e ad aumentare la pressione, approfittando della debolezza dell’avversario. Se riuscisse a portare a casa qualche risultato consistente, potrebbe controbilanciare le conseguenze di quella che si sta delineando come una coalizione di Stati contrari alla sua politica. Senza contare che il coronavirus potrebbe dare ancora una mano, con una ripresa autunnale che potrebbe essere meglio gestita dalla dittatura comunista rispetto agli altri sistemi.

Un’ultima annotazione. Se in Asia si stanno delineando gli schieramenti, con forse la sola Corea del Nord, peraltro, a favore di Pechino, in Europa la situazione rimane fluida, con alleanze, avvicinamenti e distanziamenti in continua evoluzione.

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