I NUMERI/ La Bce aumenta i costi di Stato e imprese: ora rivedere la spesa e spingere sul Pnrr

- Enrico Quintavalle

Il rialzo dei tassi da parte della Bce ha effetti sulle casse pubbliche e sul credito alle imprese. L'Italia è chiamata ora a un grande sforzo

Bce Sede Notte Lapresse1280 640x300 La sede della Bce a Francoforte (Lapresse)

Con il rialzo di 50 punti base deciso giovedì scorso la Bce ha innalzato i tassi ufficiali di 300 punti base in soli sei mesi e ha ribadito la severità della politica monetaria annunciata a dicembre, indicando che “continuerà ad aumentare i tassi di interesse in misura significativa a un ritmo costante e a mantenerli su livelli sufficientemente restrittivi da assicurare un ritorno tempestivo dell’inflazione al suo obiettivo del 2% nel medio termine“.

Le ricadute sul costo del denaro, nonostante il fisiologico ritardo statistico, sono già evidenti. A novembre 2022 il tasso sui prestiti alle imprese per nuove operazioni con importo fino a un milione è salito al 3,37% con un aumento di 170 punti base rispetto ad un anno prima, raggiungendo un livello che non si registrava da otto anni (novembre 2014). Solo a gennaio 2012, nel pieno della crisi del debito sovrano, con lo spread Btp-Bund a oltre 400 punti base, si registrò una crescita dei tassi sui prestiti più intensa (+176 punti base in dodici mesi).

Nonostante il rallentamento della crescita dei prezzi dell’energia, la stretta monetaria potrebbe risultare molto decisa e prolungata, in relazione a una crescente inflazione di fondo (al netto di energia e alimentari freschi) che a gennaio 2023 nell’Eurozona sale al 7,0% (era 6,9% a dicembre), mentre l’inflazione totale scende all’8,5% rispetto al 9,2% di dicembre. Con uno shock inflazionistico da costi, lo ricordiamo, una restrizione monetaria è meno efficace e potrebbe risultare eccessiva; non va sottovalutato il rischio di un ritmo eccessivamente rapido nella normalizzazione dei tassi ufficiali.

Per ora, gli ultimi dati pubblicati questa settimana allontanano lo spettro della recessione: in Italia il Pil nel quarto trimestre 2022 scende dello 0,1%, migliorando la previsione di -0,3% di novembre, mentre per il 2023 il Fondo monetario internazionale stima una crescita dell’economia italiana dello 0,6%. Nonostante il discreto margine di sicurezza, una maggiore volatilità dei prezzi dell’energia, associata alla vigorosa stretta monetaria, porrebbe rendere più probabile uno scenario meno favorevole.

È certo che l’aumento dei tassi in corso colpisce gli investimenti, essenziali per la gestione delle transizioni digitali e green delle imprese, con ricadute negative sulla produttività e la domanda di lavoro qualificata. Già nel terzo trimestre 2022 l’Istat ha contabilizzato un rallentamento della dinamica congiunturale degli investimenti che, dopo sei trimestri, scende sotto al punto percentuale.

Sul fronte della politica di bilancio, gli interventi sono condizionati dall’escalation dei costi per l’energia. I 27 Paesi dell’Unione europea hanno stanziato nei propri bilanci 603,8 miliardi di euro per contrastare il rialzo dei prezzi dell’energia; in Italia, per il 2022 e il primo trimestre 2023 si arriva a 88,3 miliardi di euro, mentre il Governo sta valutando un prolungamento degli interventi con modalità più selettive e in grado di incentivare una riduzione dei consumi energetici. La frammentazione in Europa mette a rischio la competitività del sistema produttivo del made in Italy: nel confronto internazionale, gli interventi contro il caro energia in Germania sono di 2,3 punti di Pil superiori a quelli dell’Italia, nonostante l’inflazione energetica tedesca a dicembre 2022 risulti di ben 40 punti inferiore a quella italiana.

Il caro tassi spinge in alto la spesa pubblica per interessi che nel 2023 arriva a 81,8 miliardi di euro, pari al 4,1% del Pil, un punto in più rispetto al 3,1% previsto nel Def dello scorso aprile: si tratta di un aumento di quasi 20 miliardi di euro, un importo equivalente al totale della misure contro il caro bollette contenute nell’ultima Legge di bilancio

In Italia, lo sforzo fiscale in corso è consistente: l’indebitamento netto strutturale migliora, passando dal -6,1% del Pil nel 2022 al -4,8% nel 2023 (bisogna tornare al 2012 per una riduzione più severa) al -4,2% nel 2024 per arrivare al -3,6% nel 2025. Si mantiene il sentiero di riduzione del rapporto tra debito e Pil, che dopo la discesa di 4,6 punti dello scorso anno – grazie a un buon andamento del Pil – registra un calo di 1,1 punti nel 2023, di 2,3 punti nel 2024 e di 1,1 punti nel 2025.

Superata, auspicabilmente presto, la crisi energetica, nella prospettiva di più lungo periodo va programmato un piano fiscale di legislatura, opportunamente intrecciato con il piano delle riforme, per guardare oltre all’emergenza, sostenere i processi di crescita e affrontare i nodi della politica fiscale. In primis l’elevata tassazione: nel 2023 il carico fiscale (tax burden) su cittadini e imprese italiani è pari al 43,9% del Pil. Per questo indicatore l’Italia si colloca al 3° posto nell’Ue a 27, mentre lo spread fiscale tra Italia ed Eurozona quest’anno sale a 2,3 punti di Pil, un divario che si traduce in una maggiore tassazione per cittadini e imprese di 42,2 miliardi di euro, pari a 711 euro per abitante.

Inoltre, servono interventi per apportare una maggiore efficacia alla spesa pubblica. Dopo la pandemia, l’Italia è balzata al 4° posto in Ue a 27 per rapporto tra spesa pubblica e Pil mentre si colloca solo al 24° posto per qualità dei servizi pubblici. Vanno rimodulati i flussi di spesa a favore di poste del bilancio pubblico in grado di supportare l’aumento della produttività delle imprese e la crescita economica, con interventi mirati a favorire la crescita reale che non si ribaltino sui prezzi, come ad esempio quelli a sostegno dell’acquisto di macchinari, caratterizzati da più ampi effetti moltiplicativi e da limitati effetti inflazionistici, a fronte di un’offerta che dispone di spazi di capacità produttiva.

Aspetti critici sull’efficacia della spesa stanno emergendo nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). La prospettiva di una riduzione della spesa realizzata dal Piano rispetto a quella preventivata e lo spostamento in avanti nel tempo dei flussi di investimento, già segnalati nella Nota di aggiornamento al Def dello scorso settembre, mettono in luce carenze nei processi decisionali nella Pubblica amministrazione che rischiano di non portare alla realizzazione degli interventi nei tempi previsti.

Nel lungo periodo vanno finanziati gli interventi che garantiscono il pieno uso e la manutenzione degli investimenti attuati con il Piano, senza i quali verrebbero depotenziati le migliaia di opere previste per asili nido, edifici e mense scolastici, ospedali e strutture di emergenza, palestre sportive e uffici giudiziari.

Un’analisi retrospettiva sul quadriennio precedente alla pandemia evidenzia che una politica fiscale prudente ma non restrittiva ha garantito un ambiente favorevole all’innovazione e ai processi di sviluppo delle imprese e del lavoro. Tra il 2015 e il 2019, a fronte di una stabilizzazione del rapporto debito/Pil, gli investimenti delle imprese in macchinari salgono del 22,5% – un ritmo di crescita che non si registrava dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso -, sale di 7,7 punti percentuali la quota delle piccole imprese innovative, mentre cresce al ritmo del 18,6% all’anno la spesa in ricerca e sviluppo delle micro e piccole imprese, il triplo del +6,1% del totale delle imprese. Sempre nel quadriennio in esame, l’occupazione dei giovani under 35 è salita del 2,3%, dopo aver registrato un crollo del 14,1% nel quadriennio precedente.

Last but not least, la politica di bilancio dovrà inserirsi nel quadro normativo che emergerà dalla negoziazione della proposta della Commissione europea di riforma delle regole fiscali europee presentata lo scorso 9 novembre. Serviranno regole più semplici e flessibili, orientate alla crescita, pur garantendo la sostenibilità del debito pubblico. La nuova governance dovrà incentivare gli investimenti e le riforme necessarie per accrescere la produttività e favorire l’efficienza energetica, la circolarità e la digitalizzazione del sistema delle imprese. Nel corso dell’iter di discussione delle nuove regole saranno decisive le alleanze per contrastare le spinte rigoriste dei Paesi frugali del Nord Europa e che stanno già emergendo in queste settimane di preparazione della risposta europea all’Inflation reduction Act degli Stati Uniti, in discussione nel prossimo Consiglio europeo del 9 e 10 febbraio.

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