IDEE/ L’alternativa al sommerso per chiudere il gap tra domanda e offerta di lavoro

- Natale Forlani

Ci sono settori promettenti per il futuro dell’occupazione in Italia. Occorre però decidere di puntare su di essi con investimenti e cambiamenti importanti

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Nubi nere si stanno addensano sul fronte dell’occupazione. Nella recente relazione annuale, il Governatore della Banca d’ Italia Ignazio Visco ha ipotizzato la perdita di 870.000 occupati e del 10% del monte ore lavorate (pari a circa due milioni di occupati a tempo pieno). Ancora più pessimistica la previsione effettuata dal Centro studi Confindustria, circa un milione di occupati in meno, in assenza di una radicale modifica delle attuali misure economiche considerate inadeguate per modalità e tempi di attuazione.

Numeri che possono rappresentare un autentico colpo di grazia per il nostro fragile mercato del lavoro. Ci sono voluti dieci anni per recuperare, con grande fatica, i numeri precedenti la crisi economica iniziata nel 2008, poco oltre i 23 milioni di occupati, ma nel contempo è peggiorata in modo significativo la qualità dell’occupazione: circa 1,5 miliardi di ore lavorate in meno, equivalenti a cerca 1 milione di occupati a tempo pieno, in relazione al fortissimo aumento di 1,4 milioni di contratti a orario ridotto di tipo involontario, la perdita di 1,2 milioni di figure operaie e impiegatizie con media e alta qualificazione, compensata da un’analoga crescita di occupati con bassa qualificazione. Secondo l’Istat, il numero delle persone in età di lavoro in cerca di lavoro o potenzialmente occupabili ha superato i 5,5 milioni, in buona parte giovani e donne under 39 privi di adeguate competenze professionali.

Il recupero dell’occupazione è avvenuto essenzialmente in tre comparti dei servizi: il turismo, la ristorazione, il lavoro domestico, caratterizzati da un’elevata quota di immigrati e di lavoro sommerso. Unitamente all’industria manifatturiera, sono quelli più esposti alla contrazione del fatturato per le conseguenze della pandemia Covid-19.

Gli effetti sulla popolazione attiva più vulnerabile, per la rapida contrazione dei contratti a termine e di quelli stagionali, saranno immediati. E diventeranno dirompenti a partire da settembre con la fine del divieto per i licenziamenti disposto per decreto. In particolare, per la condizione degli stranieri, i due terzi dei quali si ritrova già in condizioni di povertà assoluta o a rischio di diventarlo.

Tutti indicatori che dimostrano l’esaurimento di un modello di espansione dell’occupazione caratterizzato dall’erogazione di servizi a basso costo e con personale sottopagato. Secondo l’Istat, nelle attività dei servizi privati si annidano i due terzi dell’intera economia sommersa, stimata in 210 miliardi nella doppia componente delle sottodichiarazioni fiscali e del lavoro irregolare. Un aggregato di doppi lavori, prestazioni e salari in tutto o in parte irregolari, lavori occasionali, per un valore equivalente a 3,7 milioni di occupati a tempo pieno.

Il divario tra il nostro tasso di occupazione e quello della media dei paesi Ue-15, dieci punti percentuali, pari a 3,8 milioni di occupati a parità di popolazione, si manifesta in particolare nei comparti della sanità, dell’assistenza, dell’istruzione, dei servizi verso le imprese e le persone. Sono questi gli ambiti della possibile occupazione futura per il nostro mercato del lavoro, a condizione che venga messa in atto una massiccia dose di investimenti tecnologici e un ripensamento delle organizzazioni in ambito pubblico e privato finalizzato a migliorare sensibilmente la qualità e la produttività delle prestazioni erogate.

Questo è il passaggio più difficile. Perché presuppone a monte un massiccia mobilità dei lavoratori verso le attività in espansione. Perché impone il ripensamento delle organizzazioni di erogazione dei servizi mettendo al centro la figura del cliente/utente anche per la valutazione dei servizi resi. Su questi versanti si misurerà tutta la differenza tra i buoni propositi che abbondano nelle promesse dei politici e la dura realtà costellata da approcci culturali e corporativi inadeguati.

Tutti gli indicatori relativi ai tempi di inserimento o reinserimento lavorativo delle persone, sull’efficacia dei percorsi formativi in rapporto al mercato del lavoro e per la formazione delle risorse umane in ambito lavorativo, evidenziano che siamo privi di una rete adeguata di servizi rivolti a rendere sostenibile la mobilità del lavoro.

Tutto l’impianto delle politiche del lavoro ancora in atto è finalizzato prioritariamente a difendere l’esistente, nella convinzione che debbano essere le norme a decidere la qualità dei rapporti di lavoro assai più dell’evoluzione dei processi produttivi reali. I sistemi di valutazione dei dipendenti pubblici ignorano completamente il giudizio degli utenti. L’erogazione dei sussidi al reddito viene fatta con modalità che scoraggiano la ricerca di nuovo lavoro e che incentivano di fatto i comportamenti opportunistici dei beneficiari e la convivenza con le prestazioni sommerse. Incentivata anche dalla diffusione delle pratiche di erogare bonus di ogni sorta a coloro che dichiarano bassi redditi.

Una buona parte degli intellettuali italiani rimane tuttora convinta che il rimedio alle criticità del nostro mercato del lavoro e per i gap tra la domanda e l’offerta di lavoro stia nel programmare un massiccio ingresso di nuovi immigrati. Un quadro che offre una spiegazione del perché, nonostante i buoni propositi di combattere l’evasione fiscale con la tracciabilità di pagamenti, gli studi di settore, la riduzione del contante e l’inasprimento delle sanzioni, la quota dell’economia sommersa derivante dal lavoro irregolare e dalle sottodichiarazioni fiscali sia rimasta inalterata nell’ultimo decennio.

Senza un vero cambio di paradigma nel modo di interpretare la realtà, e di farla evolvere verso percorsi virtuosi, rischiamo seriamente un’ulteriore deriva assistenziale dei sostegni al reddito combinata con un ampliamento delle aree di lavoro sommerso e di sottoccupazione.

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