IL FEDERALE/ Il road-movie scomodo che fa riflettere tra le risate

- Ugo Baistrocchi

Nel 1961 Luciano Salce dirigeva il suo primo film importante, che non venne però accolto bene dalla critica di sinistra

Il Federale CS1280 640x300 Una scena del film

“Buca. Sasso. Buca con acqua”. Ancora oggi, se queste poche parole vengono pronunciate in pubblico, è molto probabile che qualcuno riconosca la citazione di uno dei più geniali tormentoni di un film del 1961 che è divenuto un classico della commedia all’italiana: Il Federale. Sono passati, allora, solo poco più di quindici anni dalla fine della guerra e i ricordi di questa e del fascismo sono ancora freschi. Basti pensare che in un film del 1962, altrettanto famoso, Il Sorpasso, Vittorio Gassman, quando confida a Trintignant che lui da bambino, benché timido, aveva allungato le mani su una prosperosa maestra che si chiamava Rosa Maltini, si preoccupa di precisare “Rosa Maltini non Maltoni” (N.B. Si chiamava Rosa Maltoni la madre di Mussolini). Il riferimento è oggi incomprensibile, ma tutti gli spettatori adulti dell’epoca potevano capire la battuta e apprezzarla. Luciano Salce, il regista de Il Federale, era uno di quegli adulti che, grazie alle scelte del figlio di Rosa Maltoni, dal 1943 al 1945 si è ritrovato prigioniero in Germania. 

Salce viene ricordato come l’uomo dalla bocca storta, ma questa caratteristica del profilo del viso è dovuta al fatto che in Germania gli hanno letteralmente strappato la protesi d’oro dalla bocca. Riuscì a fuggire, ma poi in Austria, tradito da alcuni connazionali, fu arrestato e finì in un lager ancora peggiore dal quale uscì vivo per miracolo. Sicuramente questa tragica esperienza ha contribuito a formare la sua personalità, sia come attore comico che come regista. In entrambi i ruoli manifestò sempre un’ironia sottile, spesso dissacrante e molto caustica, che raggiungerà il suo massimo livello quando dirigerà Paolo Villaggio in Fantozzi. Nel dopoguerra diventa un attore comico e durante una tournée decide di fermarsi in Brasile dove lavora per alcuni anni con Adolfo Celi e dirige anche due film, proiettati lo scorso anno alla Festa del cinema di Roma. 

La sua prima regia italiana, Le pillole d’Ercole, una commedia degli equivoci è del 1960, ma quando Castellano e Pipolo, una delle più importanti coppie di sceneggiatori italiani allora agli inizi, gli propone il soggetto de Il Federale, capisce che questo è il film nel quale potrà esprimersi al meglio ed esercitare la sua ironia e, forse, manifestare un punto di vista personale e fuori dal coro su quello che era successo in Italia alcuni anni prima. E così Salce scrive con la coppia la sceneggiatura de Il Federale, che è senza dubbio la migliore del duo Castellano e Pipolo (Franco Castellano e Giuseppe Moccia) e dimostra cosa avrebbero potuto fare se non si fossero accontentati di produrre facili canovacci, senza sforzarsi troppo, per delle star come Pozzetto e Celentano. 

Il soggetto de Il Federale è apparentemente semplice. Nel 1944, negli ultimi giorni dell’occupazione tedesca di Roma, Primo Arcovazzi, graduato della milizia fascista, fedele alla causa fino all’ottusità, riceve l’incarico di arrestare in Abruzzo e di condurre a Roma il professore Erminio Bonafé, filosofo di fama mondiale e probabile capo del governo della futura Italia democratica. In cambio gli viene promesso che sarà presa seriamente in considerazione la sua aspirazione di diventare federale, importante carica nella gerarchia del partito fascista. Arcovazzi trova il professore e con lui e il suo sidecar comincia un viaggio verso Roma che sarà una vera via crucis, con altrettante stazioni, incontri e avventure di ogni genere o forse un cammino iniziatico verso la scoperta della libertà, che non ha mai conosciuto. Primo riuscirà a portare a Roma il professore entrando nella Capitale a piedi con indosso la divisa da federale che si è procurata. Ma Roma è già stata liberata dagli Americani e il trionfo di Arcovazzi si concluderà in modo tragico e drammatico.

Il film ebbe molto successo presso il pubblico, ma non fu apprezzato dalla critica di sinistra. Si trattava però di un ottimo film, ben scritto, ben interpretato, ben girato e con un’ottima colonna sonora. Qualcuno provò a mettere in dubbio le capacità registiche di Salce, ma basta vedere il finale del film, che sembra diretto da Rossellini, per capire come anche tali critiche siano infondate. Arcovazzi in divisa nera corre rasente un muro inseguito da una folla inferocita di neo-partigiani che lo vuole linciare e la macchina da presa lo segue con un carrello che si alza per consentire allo spettatore di essere lì presente a condividere il drammatico epilogo di una storia che improvvisamente mostra il suo lato tragico. Ricky Tognazzi, il figlio di Ugo, racconta che da bambino vedendo questa scena, così realistica, nella quale il padre è massacrato di botte, scoppiò a piangere.

Ma il problema del film era proprio questo: essere un ottimo film anche di successo, ma con un protagonista, secondo alcuni, inaccettabile.

Com’è Primo Arcovazzi? Ce lo spiega Gianni Agus, attore eccezionale , che pur comparendo in due sole scene, all’inizio del film, è indimenticabile nella parte di un gerarca che, assieme a un altro, convoca Primo e lo incarica della sua missione: “Fidato. C’ha messo vent’anni ad imparare quello che sa. Ce ne vorrebbero altri venti per fargli cambiare idea“. Cosa ci racconta il suo fascicolo personale? “Ha partecipato ai campeggi dux nel 31, 32 e 33. Nel 34 ha fatto Cremona Roma a piedi per farsi ricevere dal duce (Domanda: “Ricevuto?” “No”) Nel 37 ha vinto i Littoriali di educazione fisica. Nel 39 ha frequentato i corsi di mistica fascista con Bardacci: primo assoluto. (Domanda: “Cosa ha fatto il 25 luglio?” “Ospedale di San Giacomo”. Domanda: “Imboscato?” “No, ricoverato. Non voleva togliersi la camicia nera”). Gli sceneggiatori sono bravissimi nel trasformare la lettura di una scheda burocratica in un dialogo comico, ma anche nel fornire contemporaneamente allo spettatore, come insegnavano i grandi sceneggiatori di allora, informazioni sul personaggio.

Primo Arcovazzi è un fascista, fanatico e ottuso, ma non è un sadico, è incapace di fare del male a una gallina. Insomma, è un fascista ma è umano. Si lancia nel cerchio di fuoco, con sprezzo del pericolo e del ridicolo, senza accorgersi che gli si è incendiato il berretto, ma se aerei alleati mitragliano i passeggeri di una corriera, è l’unico a lanciarsi per portare al sicuro due bambini rimasti isolati ed esposti al pericolo. Mentre gli antifascisti, anche atei, si travestono da frati, per nascondersi nei conventi, e i fascisti sono pronti a cambiare casacca, diventando magari partigiani, Arcovazzi è consapevole di quello che succede in Italia, non è stupido, ma rimane coerente, ha il senso del dovere. Vuole portare a termine la sua missione. 

Sicuramente se altri, dall’altra parte, fossero stati coerenti come lui nel difendere le proprie idee democratiche, il ventennio fascista non ci sarebbe mai stato. Questa è un’altra delle tante riflessioni che lo spettatore può ricavare dalla visione di questo film e che potevano dar fastidio a qualcuno. Per la prima volta in un film italiano un fascista è rappresentato come un essere umano. Il film non vuole giustificare o perdonare il fascismo o i fascisti, ma indicare la strada del reciproco riconoscimento, del rispetto dell’altro e di una sempre possibile fratellanza. 

Il film è un road-movie che vede Arcovazzi impegnato a raggiungere Roma con il suo prigioniero utilizzando ogni mezzo dal sidecar al tandem, dal treno alla corriera, dal mezzo anfibio al serbatoio galleggiante di un aereo, per concludersi a piedi. Come e meglio di Willy il Coyote, Primo si rialza dopo ogni caduta, manifestando la sua incrollabile fede nel funzionamento del Ro-Ber-To (l’asse Roma-Berlino-Tokio) per ripartire “dritto e sicuro verso l’immensità” .

Per interpretare Arcovazzi e Bonafè i produttori avevano pensato a Totò e Vittorio De Sica. Per fortuna Salce convinse Ugo Tognazzi a dare volto, corpo e anima al milite fascista. Si tratta della prima interpretazione drammatica di Tognazzi che era già da anni un attore comico di successo in coppia con Raimondo Vianello, sia in televisione, con il varietà Un due tre, sia al cinema, con decine di commedie e parodie. Solo nel 1961, oltre al Federale, interpreta altri 5 film (uno, Il Mantenuto, anche diretto da lui stesso). Ma il film di Salce fu la sua prima grande occasione, l’inizio del percorso che lo porterà a diventare nel giro di pochi anni uno dei cinque grandi del cinema italiano, con Gassman, Mastroianni, Manfredi e Sordi. 

Vianello, in un documentario sulla sua carriera, visibile su Raiplay, ha dichiarato che lui avrebbe dovuto interpretare la parte del professor Bonafé, ma Tognazzi non lo volle e così fini per sempre la loro coppia cinematografica. Forse è stato meglio che sia andata così. L’attore francese Georges Wilson, attore di cinema ma anche di teatro, riesce a rappresentare molto efficacemente la serietà e l’onesta intellettuale, ma anche il candore, che sfiora l’ingenuità, del professor Bonafé. Pure quest’ultimo, come Arcovazzi, è coerente, rimane fedele alle sue idee anche nell’avversità. Nel convento della scena iniziale, dove tutti gli antifascisti sono travestiti da frati, lui è l’unico in borghese, perché – dice – non ama le divise. Tra l’altro Wilson assomigliava molto a Ivanoe Bonomi che nel 1944, dopo la liberazione di Roma, divenne veramente capo del governo di unità nazionale.

Anche se era già comparsa nel dimenticato Gioventù di notte di Mario Sequi, la ladruncola Lisa è il primo ruolo importante per la quindicenne Stefania Sandrelli che, sempre nel 1961, sarà Angela, la cugina che il barone Fefè vuole sposare, dopo aver assassinato la moglie, nell’altro capolavoro del nostro cinema, Divorzio all’italiana. La parte di Lisa è tutt’altro che secondaria visto che è lei in più occasioni a determinare cambiamenti significativi della storia, causando la prima interruzione del viaggio, sottraendo la divisa ad Arcovazzi e procurandogli quella da federale che lo porterà al tragico epilogo. È una piccola strega, irriverente e furba, capace di vendere al professor Bonafé, che dovrebbe governare l’Italia, i suoi stessi occhiali. Ma è anche una sbandata senza famiglia che in un Paese alla deriva cerca di sopravvivere e, visto che sa rubare un pollo e tirargli il collo, forse, in futuro, se la caverà meglio dei due protagonisti.

Altra indimenticabile interpretazione nel film è quella di Gianrico Tedeschi, morto centenario lo scorso anno, che è Arcangelo Bardacci. In tutta la prima parte del film è una presenza continuamente evocata. Gia nella sintetica scheda biografica di Arcovazzi viene evidenziato che dopo aver vinto i Littoriali di educazione fisica è stato primo assoluto ai corso di mistica fascista di Bardacci. Durante il viaggio, poi, Primo contrappone alle poesie di Leopardi, che il professore legge in un libricino, dalla cui carta sottile e pregiata il milite ricava sigarette, la più bella poesia di Arcangelo Bardacci, il suo maestro: Chi.

Chi sfidando la mitraglia/nel fragor della battaglia/all’assalto ci conduce:/è il mio Duce! 

Chi tra fasci e bandiere /guida le camice nere /al trionfo del partito: / è Benito! 

Chi sprezzando Francia e Albione /col germanico e il nippone /marcia verso altri destini:/ è Mussolini! 

È un’altra delle invenzioni di sceneggiatura che arricchiscono il film, documentando, in modo comico ma anche impietoso a che punto può arrivare il culto della personalità.

Dopo tante citazioni e tanta attesa quando Primo e il professore, nel loro peregrinare, arrivano alla casa di Bardacci per salutarlo, ma soprattutto per ottenere ospitalità per una notte, anche gli spettatori ci rimangono male scoprendo che Bardacci, come sostiene la moglie, si è levato in volo e non è più tornato. “Scomparso nei cieli d’Albania“, commenta amaro Arcovazzi. Ma per fortuna il maestro di mistica fascista è chiuso in soffitta in attesa di tempi migliori. E Tedeschi, anche lui prigioniero in Germania per anni con Giovannino Guareschi, è straordinario nel rendere credibile il fascista tutto d’un pezzo, autore di Chi, di cui ha già pronta la nuova versione, adatta ai tempi nuovi, che recita allo stupito professor Bonafé:

Chi, scacciato l’alemanno,/ dalla lotta e dall’affanno,/ alla pace ci trarrà?/ Libertà, libertà, libertà

Tradito anche dal suo maestro, che lo definisce, nei dialoghi con la moglie in soffitta, una vera testa di marmo, il povero Arcovazzi non si arrende, ma porta a termine la sua missione. La grandezza dei personaggi tratteggiati dagli sceneggiatori sta nel fatto che entrambi i protagonisti, apparentemente opposti, hanno la stessa onestà intellettuale. In un mondo di furbi e di opportunisti, uno colto l’altro ignorante, uno fascista l’altro liberale, rimangono fedeli ai loro ideali. I loro continui scontri ideologici, come un dialogo notturno sulla libertà, al quale partecipa anche Lisa, sono sempre sinceri e in fondo da parte di entrambi, nel corso dell’avventura condivisa, anche se non nasce un’amicizia almeno c’è comprensione e stima dell’altro. Basta poi vedere una delle ultime scene in cui un soldato americano gli lancia tanti pacchetti di sigarette e loro due, che durante tutto il viaggio ne hanno sofferto la mancanza, non li raccolgono, ma dividono l’ultimo foglietto del libro di poesie del professore per farsi una sigaretta. È evidente che sui liberatori la pensano allo stesso modo, anche se da punti di vista diversi.

Le trovate di sceneggiatura sono continue e così azzeccate da rimanere memorizzate per sempre. Come definire se non geniali, in termini di resa comica, gli annunci “Buca. Sasso. Buca con acqua“, citati all’inizio, che Arcovazzi fa al professore, guidando il sidecar per strade dissestate, cercando di anticipare i sobbalzi o gli schizzi di acqua e di fango che, nonostante gli inutili avvisi, investono entrambi? Come si possono dimenticare le storpiature della Canzone dei sommergibili, uno degli inni della Marina militare italiana, che Arcovazzi fa cantare ai suoi soldati e canticchia, spesso, esaltandosi, durante il viaggio?

All’inizio del film, nella caserma, che oggi è il museo della Fanteria, nel complesso di Santa Croce in Gerusalemme in cui si trova la Direzione cinema e audiovisivo del Mibact, i soldati marciano cantando: Rapidi ed invisibili (partono i sommergibili/ dritto e sicuro/ batte il siluro /schianta e sconvolge il mar. Andar/ pel vasto mar/ ridendo in faccia a monna Morte ed al Destino!…

Primo, invece, per non parlare con il professore mentre guida il sidecar, canta:

Rapidi ed invisibili/ partono i sommergibili/ fuori i motori/ d’assalitori/contro l’immensità

È inutile dilungarsi sui pregi della fotografia di Eric Menczer, il quale dopo dieci anni di esperienze come operatore e assistente con Risi, Monicelli e Lizzani, esordisce anche lui come direttore della fotografia proprio con questo film e contribuisce con l’entusiasmo della prima volta a donarle una qualità unica.

Luciano Salce si ritaglia il ruolo di un ufficiale tedesco inflessibile e aristocratico, colto ma crudele. In una scena degna di Fantozzi, chiudendo di scatto il portasigarette che ha offerto al professore, schiaccia le dita di Arcovazzi che ha provato, non invitato, a prendere una sigaretta. Si tratta di un ruolo che, date le sue esperienze in Germania, deve averlo molto divertito.

Vale la pena, invece, di sottolineare la ricchezza e originalità della colonna sonora. Non è un caso perché si tratta della prima volta di Ennio Morricone. Basta l’inizio del film, dove un rullare di tamburini, seguito dai suoni gravi di un basso tuba, introduce una marcia con un motivetto saltellante suonato da flauti e clarinetti, per capire che stiamo ascoltando l’opera di un professionista che fin dal suo primo lavoro dimostra un eccezionale talento. Ogni momento drammatico o comico è accompagnato opportunamente da un commento musicale adeguato. La lettura della biografia di Arcovazzi ha in sottofondo un motivetto acuto che pare uno sberleffo, ma quando il montaggio, mentre la lettura prosegue, mostra Primo che si lancia nel cerchio di fuoco, al motivetto si aggiunge il basso tuba ancor più irriverente.

Il film è stato restaurato nel 2020 presso il laboratorio L’Immagine ritrovata della Cineteca di Bologna e presentato all’ultima edizione del Torino Film Festival. Il Federale ha 60 anni, ma ancora oggi vale la pena di vederlo e rivederlo. È disponibile per la visione in streaming sul canale Raro video di Amazon prime e su YouTube.

Si segnala agli appassionati di cinema italiano che lo rivedranno, di notare la presenza nel film di Mario Brega (l’antifascista travestito da monaco che distribuisce la minestra), di Jimmy il fenomeno (lo scemo sulla corriera che bisogna spingere in salita e frenare in discesa) e dell’attore italo-danese Lars Bloch (uno dei soldati americani).





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