ILVA/ Ecco il pre-accordo che toglie gli alibi a Governo e Arcelor Mittal

- Natale Forlani

Ieri i commissari e Arcelor Mittal hanno raggiunto un accordo per una potenziale intesa da siglare entro la fine del mese di gennaio

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Ex Ilva (Foto: LaPresse)

I commissari nominati dal Governo e i delegati di Arcelor Mittal hanno messo nero su bianco i contenuti di una potenziale intesa finalizzata a sostituire quella sottoscritta nel settembre 2018 per la cessione dell’ex Ilva alla multinazionale franco-indiana. Formalmente il testo assume la forma di una memoria congiunta, e non impegnativa, depositata presso la Magistratura di Milano per l’intento di far spostare di 45 giorni la data di avvio di un procedimento rivolto ad accertare l’eventualità di reati nei comportamenti dell’acquirente nella gestione dell’azienda. E offrendo agli inquirenti la manifestazione di una concreta volontà di offrire una risposta risolutiva ai problemi insorti. Ma nella sostanza rappresenta un documento fondamentale che definisce abbastanza compiutamente i tempi e gli obiettivi della trattativa, compresi alcuni impegni che il Governo aveva deliberatamente trascurato di assumere nel delineare la sua recente proposta di piano industriale.

Gli obiettivi finali rimangono sostanzialmente quelli del programma sottoscritto lo scorso anno: le 8 milioni di tonnellate di acciaio come volume ottimale per la produzione e il riassorbimento a regime di tutto il personale attualmente occupato.

Delle linee guida proposte dal Governo, il testo recepisce due punti fondamentali: l’impegno ad accentuare la decarbonizzazione delle fonti energetiche (con un corposo utilizzo di gas metano e la costruzione di nuovi forni elettrici), un intervento massiccio dello Stato nel capitale della nuova società, e di quella eventualmente da costituire per forni elettrici. Non escludendo per tali scopi anche la partecipazione di altre società pubbliche e private nel capitale delle due società.

Ma il pre-accordo chiarisce anche le altre condizioni rimaste in ombra nelle disponibilità offerte dal Governo: il ripristino dello scudo penale per i soggetti che saranno chiamati a gestire il piano degli investimenti di riconversione degli impianti, e le bonifiche ambientali, la continuità operativa degli altiforni alimentati a carbone nella fase di transizione. Una continuità ritenuta indispensabile per assicurare la redditività del sito produttivo, il mantenimento delle quote di mercato dell’Ilva e l’attenuazione delle implicazioni negative sull’occupazione.

Come noto, questi due aspetti, tra loro inscindibili, rappresentano per il Governo uno scoglio non risolto rispetto al rapporto con un parte della maggioranza parlamentare che lo sostiene, il M5S, e con la magistratura tarantina che ha riconfermato l’orientamento già assunto di disporre la chiusura di uno degli altiforni in funzione (e potenzialmente dei due altri tecnologicamente simili).

Presupponendo che i commissari non abbiano sottoscritto il pre-accordo senza un mandato del Governo, si può ragionevolmente ritenere che l’Esecutivo voglia risolvere la trattativa interna alla sua maggioranza a valle di una soluzione globale che metta sul piatto i risultati ottenuti per la salvaguardia dell’occupazione e per le prospettive ambientali, con il corposo impegno finanziario pubblico.

Arcelor Mittal affronta da tempo la vicenda Ilva con la palese intenzione di limitare i danni, rappresentati attualmente dal potenziale contenzioso giudiziario in conseguenza della disdetta dell’intesa. Ovvero, all’opposto, dall’evidente prospettiva di doversi caricare delle perdite derivanti dalle incertezze per l’utilizzo degli impianti e per la gestione del personale sottoutilizzato. Gioca a suo favore la sostanziale impossibilità per lo Stato di trovare nel breve altri acquirenti,  o in alternativa di dover gestire una nazionalizzazione con i medesimi problemi, e senza le potenzialità di mercato possedute dalla Arcelor Mittal.

È assai probabile che queste carte la multinazionale le giochi per trasferire a carico dello Stato una parte dei rischi aziendali e dei costi per la gestione del personale non impiegabile nella fase transitoria e in quella finale. In questa situazione, a rischiare di fare la parte del cosiddetto” vaso di coccio”, sono le organizzazioni sindacali. Indebolite dalle due trattative parallele, e consapevoli che le caratteristiche del nuovo piano, e le ricadute tecnologiche dei nuovi investimenti, non saranno in grado di assicurare in uscita gli attuali livelli di occupazione.

Una parte difficile, anche se bisogna dare atto alle rappresentanze dei lavoratori di aver gestito sinora una vicenda complicata con grande autorevolezza e lungimiranza. Se non altro sono gli unici soggetti che sinora hanno dimostrato di avere le idee chiare.

Riserve a parte, bisogna riconoscere che il pre-accordo sottoscritto toglie ogni alibi ai principali soggetti chiamati a dare una soluzione al problema. Nel prossimo mese di gennaio la partita dovrà essere giocata a carte scoperte.

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