ILVA/ Le mine vaganti tra Mise e ArcelorMittal

- Natale Forlani

Sulla vicenda dell’Ilva di Taranto si rischia di causare dei danni al sistema produttivo, ai lavoratori e alla credibilità del Paese

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Sino agli anni ’90 dello scorso secolo, l’Italsider di Taranto, l’attuale Ilva, era considerata la punta di diamante dell’industria meridionale, fonte di orgoglio dei tarantini, linfa vitale per l’occupazione e il reddito di quel territorio e, come tale, difesa strenuamente da tutte le rappresentanze politiche e sociali della città. Eppure le scorie del degrado ambientale si sono accumulate proprio in quegli anni.

Il clima sociale muta rapidamente dopo la scelta di privatizzare l’azienda cedendola alla famiglia Riva. L’avvento dell’imprenditore privato viene percepito come un corpo estraneo dalla comunità, complici le ristrutturazioni tecnologiche e organizzative che riducono sensibilmente il numero degli occupati, e una crescente sensibilità della comunità locale verso le problematiche ambientali. Con conseguenze che non sono estranee al fallimento dei nuovi proprietari.

Le recenti vicende sono note. Intorno al futuro dell’Ilva, e addirittura sull’opportunità stessa di mantenere in vita la produzione dell’acciaio, sia pur in quote ridotte e con diverse soluzioni tecnologiche e ambientali, si è prodotta una spaccatura radicale nella comunità tarantina. Il sofferto accordo con il gruppo ArcelorMittal, non ha sanato le ferite e le diffidenze reciproche. La lunga trattativa ha comportato e, a detta degli esperti, continua a comportare delle perdite economiche e la difficoltà nel recuperare le quote di mercato, per raggiungere quelle 6-8 milioni di tonnellate di acciaio considerate indispensabili per ottenere una redditività accettabile e per sostenere i costi del risanamento ambientale.

Da parte loro, i nuovo azionisti continuano a diffidare riguardo le iniziative delle istituzioni, che alternano la sensibilità ai problemi produttivi e occupazionali con la tentazione di assecondare le rivendicazioni ambientaliste più radicali, e verso la magistratura che non ha esitato a sottoporre a sequestro una parte degli impianti.

In questo contesto, la decisione di mettere in cassa integrazione per carenza di produzione 1.400 lavoratori, e la scelta del Governo di superare la clausola di legge, rilasciata a suo tempo per i commissari, che prevedeva l’immunità per i reati ambientali relativi al passato, rappresentano delle mine vaganti in grado di produrre danni irreversibili sul delicato percorso di ristrutturazione produttiva e di risanamento ambientale. Tanto che si parla di una possibile chiusura all’inizio di settembre.

Il tema delle responsabilità sui reati ambientali è assai delicato. Come ricordato in precedenza, i guasti provengono essenzialmente dal passato, e in carico ai nuovi gestori rimane l’onere di risanarli più che di rispondere degli stessi per ragioni di continuità. Dati i precedenti della magistratura la diffidenza è tutt’altro che ingiustificata. D’altro canto, le ambiguità sempre evidenti di una parte delle istituzioni nazionali e locali, che si attardano nel promettere improbabili riconversioni produttive, e insostenibili piani di risanamento ambientale a carico dello Stato, finiscono per aumentare il carico di incertezze per l’attuazione dell’accordo, alla vigilia del definitivo passaggio di consegne dell’azienda ai nuovi azionisti.

Mai come in questo momento serve chiarezza da parte delle istituzioni, e capacità di fare squadra da parte di tutti i soggetti coinvolti. Sono in gioco una parte rilevante del nostro sistema produttivo e la credibilità del nostro Paese verso gli investitori esteri.

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