BUSTA PAGA/ Voti e Pil, il bonus di Renzi si ferma a metà

- Giuseppe Sabella, Inti Merino Rimini

Al posto delle detrazioni dalla base imponibile Irpef, il Governo starebbe optando per un vero e proprio bonus nelle buste paga. Il commento di GIUSEPPE SABELLA e INTI MERINO RIMINI

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Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan stanno definendo il Piano nazionale di riforme che il Governo deve inviare a Bruxelles entro il 15 aprile. Il ministro dell’Economia vorrebbe però anticipare i tempi, per essere più tranquillo nella stesura dei decreti legge che andranno a tagliare il cuneo fiscale. A oggi, gli 80 euro extra nel cedolino di maggio non è detto che arrivino attraverso le detrazioni Irpef: lo staff del ministro sta infatti lavorando su un’altra ipotesi considerata percorribile. Quella di un “sistema di contributi” da rendere evidenti e visibili tra le voci dello stipendio. Un bonus dunque. Che avrebbe il pregio di concentrarsi su alcune fasce di reddito prescelte, tagliando così la coda decrescente di sconti ai redditi sopra i 25 mila euro e fino ai 55 mila che – seppur piccoli e a scalare – sarebbero assicurati dal meccanismo delle detrazioni; e l’altro non trascurabile vantaggio di recuperare risorse.

Il sistema che pare verrà accantonato è quello delle detrazioni dalla base imponibile Irpef, aumentando le somme che i soli contribuenti appartenenti alla categoria dei lavoratori dipendenti possono sottrarre da quest’ultima. Si erano fatte molte ipotesi di carattere “tecnico” sulle modalità attraverso le quali si sarebbe potuti arrivare a una “soglia di traguardo” di circa 80 euro mensili in più in busta paga a seguito dell’aumento delle detrazioni; la più accreditata era quella di un aumento dello sconto fiscale estendibile a varie fasce di reddito, superata la soglia reddituale massima la detrazione sarebbe andata progressivamente ad annullarsi.

Questo sistema avrebbe portato i maggior benefici in busta paga per i lavoratori rientranti nello scaglione di reddito lordo annuo compreso tra i 20 mila e i 25 mila euro. Tuttavia ha posto a molti osservatori delle domande sui benefici che ne avrebbero tratto i lavoratori dipendenti con un reddito lordo annuo inferiore ai 20 mila euro, soprattutto in considerazione di coloro che rientrano nella “no tax area”, ovvero i detentori di redditi non superiori agli 8 mila euro (e che non avrebbero quindi possibilità di usufruire del sistema di detrazione). Identiche perplessità erano state sollevate in merito ai benefici che sarebbero potuti derivare per coloro i quali già usufruiscono di un sistema di detrazioni per carichi di famiglia rispetto a chi, invece, è unico componente familiare. In sintesi, il sistema del “bonus”, in realtà non sembra complicare il meccanismo brevemente esemplificato, ma anzi: probabilmente agevola e semplifica.

Oltre al taglio dell’Irpef e al bonus degli 80 euro, ci sarà l’annunciato taglio dell’Irap (dal 10 maggio), finanziato con un aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie diverse dai titoli di Stato (dal 20% al 26%, gettito previsto pari a 2,6 miliardi).

Nel documento sarà specificato come il Governo intende reperire le risorse necessarie a questi tagli. C’è anche da dire che, se le misure annunciate da Renzi – Irpef, Irap, piano casa, sconto sulla bolletta energetica delle imprese, edilizia scolastica – producessero uno 0,5% extra di Pil, il Prodotto interno lordo potrebbe salire all’1,1% rispetto allo 0,6% stimato per il 2014 dal governo Letta. Un Pil più alto significa un rapporto tra deficit e Pil più basso: dal 2,6% attuale al 2,4%. Dunque, oltre 3 miliardi spuntati quasi dal nulla, la metà di quanto necessario per mettere 80 euro in busta paga a qualche milione di lavoratori.

Nelle intenzioni del governo, i due decreti dovrebbero regalare un po’ d’ossigeno a lavoratori e imprese. È chiaro che 80 euro al mese possono, seppur in parte, fare crescere i consumi. Anche questo è un effetto che può risultare importante per la nostra economia. Certamente Matteo Renzi, nell’ottica di procedere in modo tempestivo con la legge sulle Province, la legge che supera il Senato, la legge che cambia il Titolo V della Costituzione, la legge che abolisce alcuni organismi diventati inutili come il Cnel e la riforma della Pubblica amministrazione, ha bisogno del consenso popolare: sa che bene infatti che dovrà – come ha detto – fare i conti con la palude. Non a caso, nella sua intervista di domenica a Il Messaggero ha testualmente dichiarato: “Quando daremo mille euro netti ai lavoratori e sconti sull’Irap vedremo con chi stanno i cittadini”.

Occorre, però, non perdere il “senso” di una manovra importante come questa, di redistribuzione del reddito che non si vedeva da parecchio tempo, con i fattori principali che ne saranno coinvolti, ovvero le imprese. La ripresa dei consumi a seguito di un minor gettito fiscale deve essere necessariamente accompagnata da un piano di rilancio industriale dettagliato: occorre procedere in questa direzione con urgenza. Anche perché non sempre lo Stato, con la sua pesante macchina burocratica, riesce a individuare con la giusta velocità quali settori industriali valorizzare a discapito di altri. Se da un lato ci si augura che si innesti una ripresa dei consumi, occorre anche saper individuare quali settori industriali ne trarranno particolare beneficio con un conseguente aumento delle vendite; pensiamo al fatto che oggi le multinazionali stanno scegliendo di dislocare le proprie sedi proprio nei paesi in cui le politiche di tassazione sono unite anche da una forte cultura volta a valorizzare l’imprenditorialità.

Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Austria oggi stanno attuando un mix di politiche fiscali di grande attrazione e volte a dare ampio senso e spazio agli investimenti; tassazione per le imprese certe e concorrenziali, crediti di imposta per chi punta in settori strategici e innovativi, sgravi fiscali e tassazione agevolata per chi decide di intraprendere nuove attività. Per riuscire a competere occorre ridare fiato alle imprese e, soprattutto, al “fare impresa”, in un Paese ormai straziato dalle inefficienze. E, per riuscirci, dobbiamo sentirci tutti coinvolti in un processo di cambiamento radicale. Anche la politica qualche segnale, seppur timido, lo sta dando.

 

In collaborazione con www.think-in.it



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