INFLAZIONE & MERCATI/ La Fed ha scelto il “male minore” a spese del ceto medio

- Paolo Annoni

La Fed ha lasciato invariati i tassi. Il “male minore” per le Banche centrali rimane l’inflazione che mangia i risparmi e i redditi della classe media

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Jerome Powell, governatore della Fed (LaPresse)

Ieri sera, ancora una volta, chi ha scommesso “contro” il rialzo dei mercati si è dovuto arrendere; l’uscita del comunicato stampa della Federal Reserve con cui, come da attese, sono stati lasciati invariati i tassi ha portato il mercato a nuovi massimi. Il principale elemento di preoccupazione era e rimane la salita dei prezzi che negli ultimi mesi si è fatta vedere con incrementi che in alcuni casi non si vedevano da decenni. L’unica concessione che ha fatto la Federal Reserve è stata un cambio minimale nelle parole: “l’inflazione che riflette fattori transitori” è diventata “l’inflazione che riflette fattori che sono attesi transitori”. La sostanza non cambia: il rialzo dei prezzi per la Fed rimane un fenomeno transitorio dovuto principalmente al lockdown e poi alla riapertura che ha prodotto conseguenze sulle catene di fornitura globali e in generale sull’equilibrio tra domanda e offerta. Fenomeni, secondo la Fed, legati principalmente alla pandemia e quindi “transitori”. In compenso rimangono “rischi sulle prospettive economiche”.

Le discussioni sulla vaghezza del termine transitorio sono inevitabili e perfino giuste, ma la sostanza non cambia nella misura in cui le Banche centrali riescono ancora a dare la colpa agli effetti della pandemia e quindi a rimandare un rialzo dei tassi. Negli ultimissimi giorni il calo dei noli marittimi e della produzione dell’acciaio in Cina forse segnalano un rallentamento dell’economia asiatica che potrebbe dare una boccata d’ossigeno alla risalita di alcuni prezzi come, per esempio, quello del greggio; sarebbe più facile mantenere la narrazione della transitorietà del fenomeno inflazionistico almeno per qualche mese. 

Il “male minore” per le Banche centrali rimane l’inflazione che mangia i risparmi e i redditi della classe media perché i salari non aumentano o aumentano molto meno che proporzionalmente. Gli indici che salgono sono un motore di disuguaglianza perché gli asset finanziari sono distribuiti molto meno “equamente” dei redditi. Chi non ha beni che possano controbilanciare l’inflazione “perde”; un esempio su tutti è l’andamento delle quotazioni immobiliari che rendono sempre più difficile l’acquisto della prima casa. Non solo in America ma anche in Italia.

La scelta delle Banche centrali che salva i mercati e, dall’alto verso il basso, l’economia è del tutto politica. Più si ritarda l’inversione, più la bolla del debito si ingrossa e più diventa difficile farla rientrare. Qualsiasi peggioramento della pandemia espanderebbe ulteriormente lo schema ampliandone gli aspetti più problematici. Ieri i risultati delle elezioni per il governatore della Virginia e del New Jersey sono state particolarmente negativi per Biden e il Partito democratico. L’incremento dei prezzi di questi ultimi mesi non è estraneo al risultato esattamente come gli squilibri successivi alla crisi di Lehman Brothers non sono stati estranei all’elezione di Trump. L’incremento dei prezzi è un tema politico che scontenta molti e che, in un modo o nell’altro, deve essere gestito e presentato come il minore dei mali o come un effetto inevitabile. Questa è la sfida dei prossimi mesi.

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