INTELLIGENZA ARTIFICIALE/ Il profumo di una rosa dividerà uomini e robot

- int. Federico Faggin

Si dice che con l’intelligenza artificiali avremo macchine uguali se non superiori all’uomo. Non la pensa così il fisico Federico Faggin

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LaPresse

Oggi che robotica e intelligenza artificiale sono in grado di sostituirsi ad autisti, radiologi, scacchisti, giudici, compositori e altro ancora, c’è la convinzione che entro 40 anni sarà possibile realizzare macchine uguali se non superiori all’essere umano. «È una fantasia molto pericolosa. Pericolosa perché, se l’accettiamo, ci limiteremo ad esprimere solo una frazione di ciò che noi umani siamo realmente. È una concezione che ci toglie potere, libertà e soprattutto umanità. Questa qualità appartiene solo alla nostra coscienza e non alla macchina che ci vien detto che siamo».

È categorico Federico Faggin fisico, inventore e imprenditore vicentino trapiantato alla fine degli anni ’60 a Cupertino, culla dell’informatica il cui sviluppo deve molto alla caparbietà visionaria di questo ricercatore. Sua la paternità di innovazioni che hanno plasmato la realtà digitale come oggi la conosciamo: dal microprocessore al dispositivo di puntatura touchpad, allo schermo sensibile al tocco touchscreen. Sempre lui, precorrendo i tempi, si cimenta nei processi di auto-apprendimento automatico anticipando lo sviluppo delle attuali reti neuronali artificiali. Ma in controtendenza con il convincimento della maggioranza dei suoi colleghi di Silicon Valley, Federico Faggin sostiene che la vera intelligenza richiede coscienza e la coscienza è qualcosa che le macchine digitali per quanto complesse e sofisticate, non hanno e non avranno mai. Sconcerta un po’ incontrare il “dissidente” al summit della SingularityU, scuola di formazione promossa da tech-guru per ispirare e orientare i decisori nella comprensione di tecnologie esponenziali come la robotica, genetica, stampa 3D, machine learning, funzionali ad amplificare le capacità cognitive umane nelle sfide dell’umanità.

Non trova strano che un’organizzazione che pronostica il sorpasso delle macchine digitali sull’essere umano l’abbia invitata? «Non è stata un’imboscata – sorride sornione Faggin -. Mi sono accertato che sapessero della mia visione. Sul web ci sono video e l’ho anche scritto nell’autobiografia Silicio. Anzi, direi che fa onore alla SingularityU …».

Il rapido progresso dell’intelligenza artificiale cancellerà le differenze tra organismi viventi e computer? «Gran parte degli scienziati è d’accordo che noi siamo semplicemente dei computer biologici. Ritengono che la consapevolezza sia una proprietà emergente del cervello, che sia il prodotto da qualcosa di simile al software che fa girare i nostri computer. Quando il cervello se ne va, la consapevolezza se ne va e noi siamo materia che viene riciclata. Questo è il discorso che fa la scienza. Mentre la coscienza come l’ho sperimentata, come l’ho vista, come la capisco, è la parte eterna. È la materia che se ne va ma non la coscienza. In altre parole, la sostanza di cui è fatta la realtà, è cosciente sin dal principio. La sua espressione più evoluta è quello che noi chiamiamo vita».

La rivelazione avviene circa trent’anni fa quando casualmente Faggin vive un’intensa esperienza percettiva in cui è come se lui fosse il mondo che osserva se stesso: al tempo stesso osservatore e oggetto dell’osservazione. L’illuminazione che discende da questa straordinaria esperienza sensoriale “fuori dal corpo”, sollecita l’innata voglia di capire dello scienziato che si mette a leggere e studiare testi sconfinando in varie discipline. «Non sono mica l’unico, queste esperienze appartengono alla storia dell’umanità. I Veda, per esempio, 4mila anni fa, fanno di queste cose. Rappresenta l’aspetto più ricco di un’esperienza umana che ha raggiunto certi livelli, ma sono accessibili a tutti, non occorre mica essere un santo». Si inaugura così quella che Faggin chiama la sua quarta vita. Si ritira dai suoi incarichi professionali e costituisce una fondazione senza fine di lucro per finanziare l’esplorazione scientifica della coscienza con il contributo transdisciplinare di diversi studiosi.

È un po’ pioniere anche in questo studio? «Molto pioniere. Devo stare attento alle frecce nella schiena», scherza conscio di esporsi a insidie nell’ambire a intrecciare spiritualità con scienza nel tentativo di unire con verifiche sperimentali, la realtà esteriore e quella interiore; due campi considerati inconciliabili.

Dove incontra maggiori diffidenze nel mondo scientifico, in quello spirituale? «Quasi da tutte due le parti perché io cerco di unire scienza e spiritualità. Le persone spirituali pensano che quello che fanno loro è più importante della scienza, e viceversa la scienza ritiene il contrario. E questi due mondi non comunicano, sono come dei silos».

E il mondo religioso? «La Chiesa vede con un po’ di sospetto il misticismo. Perché la Chiesa è una serie di dottrine, di dogmi, di regole mentre la spiritualità deve essere aperta. È un’esperienza personale che non può essere incanalata in una struttura mentale predefinita».

In due parole come definirebbe la coscienza? «La capacità di provare delle sensazioni. Se annuso una rosa ne percepisco il profumo per mezzo di segnali elettrici inviati dai ricettori olfattivi del naso. Sono informazioni oggettive mentre all’interno della mia coscienza queste sono tradotte in sensazioni soggettive. Percepisco la realtà attraverso sensazioni, sentimenti, emozioni e pensieri che non c’entrano con i soli segnali biochimici ed elettrici che invece ci vincolano all’esperienza ordinaria del mondo fisico che comunemente abbiamo. Posso certamente costruire un robot in grado di riconoscere la combinazione delle diverse molecole per identificare correttamente una rosa dal suo profumo, però quel robot non sarebbe consapevole dell’odore sotto forma di sensazione. La proiezione che faccio dell’oggetto del mondo fisico – la rosa – è quello che noi diciamo è la realtà com’è rappresentata secondo la fisica classica. La consapevolezza crea la materia e la usa come specchio per capire sé stesso. C’è un mondo interiore fatto di significati e un mondo esteriore fatto di informazioni».

La sfida di Faggin è provare a saldare l’esperienza con il pensiero in una visione concettuale che appartiene a una fisica che ancora non conosciamo. Gli vengono in aiuto i campi quantistici ma solo come gradino iniziale in quanto necessari ma non esaurienti per il suo approccio olistico, dinamico e probabilistico. «La meccanica quantistica ci dice che la realtà è probabilistica. Se una particella si manifesta qui ha un certo effetto. Se si manifesta qua ha un altro effetto; ma le leggi della fisica non dicono dove si manifesterà. La simulazione della realtà non è realtà in quanto il computer è frutto di leggi della logica classica. Mentre il qubit l’unità di informazione quantistica ha infinite di possibilità…».

È esagerata la nostra paura di essere dominati da macchine intelligenti? »Piuttosto saranno uomini di cattiva volontà che domineranno le macchine e vorranno convincerci che queste sono meglio di noi. In realtà sono loro che le useranno per dominare noi. Potrebbe essere un gioco molto pericoloso».

Che formazione suggerisce a un giovane interessato allo studio della scienza della consapevolezza? «Deve incominciare a sviluppare la propria interiorità. Deve aprirsi al mistero. Non c’è altra via, la soluzione viene da dentro non da fuori. Può leggere tutti i libri, ma non capirà mai nulla se non sperimenta un’esperienza straordinaria di consapevolezza. E queste non capitano per caso, ma perché si forma una predisposizione a voler capire. Lo scopo è solo voler conoscere sé stessi. E quando uno è aperto a questo l’universo risponde».

Finora ritiene di aver avuto più successo o più soddisfazioni? «Ho avuto diversi successi, ora mi prendo delle soddisfazioni».

(Patrizia Feletig)

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