IRAN, KHAMENEI VS TRUMP “PAGLIACCIO”/ Il tycoon replica “Stia molto attento…”

- Niccolò Magnani

Iran, Khamenei attacca Trump, definendolo un pagliaccio e un vigliacco. Pronta la replica del presidente Usa: “Stia attento”

Khamenei, Iran
Iran, l'ayatollah Khamenei (LaPresse, 2020)

Arriva la replica del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alle minacce dirette proferite ieri dal numero uno dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. Il tycoon a stelle e strisce, attraverso il proprio profilo Twitter, si è rivolto così al nemico: “Il cosiddetto ‘leader supremo’, che recentemente non è poi stato così supremo, ha detto cose cattive sugli Stati Uniti e sull’Europa. La loro economia sta affondando e la loro gente sta soffrendo. Dovrebbe stare molto attento alle parole”. La guida suprema dell’Iran aveva descritto il commander in chief d’oltre oceano come un pagliaccio, un clown, per via del raid Usa che aveva ucciso su suolo iracheno il generale Soleimani. Ali Khamenei aveva aggiunto che gli Stati Uniti non sono riusciti ad eliminare lo stesso sul campo di battaglia, dando quindi vita ad un’azione “vigliacca”. Inoltre, lo stesso ha intimato il popolo iraniano a non credere alle parole di sostegno di Trump, pronto a colpirlo “alle spalle con un pugnale velenoso”. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

IRAN, KHAMENEI ATTACCCA TRUMP DURANTE IL SERMONE: “PAGLIACCIO”

L’Ayatollah Ali Khamenei è tornato a tenere un sermone del venerdì in pubblico dopo 8 anni e non è certo un caso: l’occasione è quella di massima tensione interna al suo Paese, con le proteste che in piazza contestano il Regime dell’Iran non solo per la guerra “accennata” con gli Usa ma per le politiche di repressione delle libertà che sembrano accentuarsi negli ultimi mesi da Teheran. L’Ayatollah vuole però ribadire la supremazia teocratica e facendo fronte “comune” contro il nemico americano, rilancia l’operato del suo stesso Governo: «Nelle ultime due settimane ci sono state giornate amare e dolci, un punto di svolta nella storia. I due grandi avvenimenti dei funerali del generale Soleimani e del giorno in cui l’Iran ha attaccato le basi Usa sono stati ‘Giorni di Allah». Dopo l’uccisione del generale da parte di Trump e il conseguente raid contro le basi Usa in Iraq, Khamenei non cita l’errore madornale (se così si può parlare, le indagini internazionali sono ancora in corso) dell’aereo ucraino abbattuto in quella stessa tragica notte, facendo 177 vittime. La guida suprema si “limita” a ribadire il senso di “resistenza” che il popolo iraniano è chiamato a rilanciare contro il nemico americano: «I due episodi hanno mostrato il potere di una nazione che ha dato uno schiaffo agli Usa».

IRAN VS USA: CI SONO SOLDATI AMERICANI FERITI DOPO IL RAID IN IRAQ

È un sermone religioso e politico assieme, un grande “classico” per l’Ayatollah iraniano: «Con l’attacco missilistico contro la base militare statunitense in Iraq, l’Iran ha colpito il prestigio e l’orgoglio dell’America». I suoi sostenitori all’interno della Moschea di Teheran hanno poi srotolato una bandiera con su scritto «Morte all’America», con immense fotografie del generale Soleimani e del suo funerale. L’attacco di Khamenei passa poi dagli Stati Uniti direttamente al loro Presidente e guida: «Donald Trump è un terrorista dell’America, ha commesso il crimine di uccidere Soleimani non nel campo di battaglia, ma in modo vigliacco. Soleimani era il più importante comandante nei combattimenti contro l’Isis in Siria e in Iraq ma gli americani non hanno avuto il coraggio di affrontarlo sul campo di battaglia e lo hanno ucciso mentre era in vista a Baghdad dietro invito del governo iracheno». Anche qui viene tralasciato quanto parte della piazza iraniana contesta allo stesso Soleimani, ovvero le persecuzioni e le politiche di repressione delle Guardie della Rivoluzione sul popolo “non allineato” al regime. Nel frattempo, emergono novità in merito all’attacco alle basi Usa in Iraq: sono 11 i soldi americani ricoverati in ospedale per commozione cerebrale avvenute durante il raid di Teheran. Lo ha confermato alla CNN il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti: «I sintomi sono emersi alcuni giorni dopo il fatto e sono stati trattati con abbondante cautela». Secondo il Pentagono, «La procedura standard prevede che tutto il personale presente sul luogo di una esplosione venga sottoposto a screening per lesioni cerebrali traumatiche e, se è il caso, viene sottoposto ad un livello di assistenza più elevato»; non solo, «Se saranno ritenuti idonei al servizio dopo lo screening, torneranno in Iraq», ribadisce il Dipartimento della Difesa.

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