MARCELLO MASTROIANNI/ Il desiderio inseguito (e realizzato) dal più grande attore italiano

Il 19 dicembre del 1996 moriva a Parigi Marcello Mastroianni, il più grande attore italiano, che ha dedicato la sua vita alla recitazione. Il ricordo di LEONARDO LOCATELLI

19.12.2016 - Leonardo Locatelli
Mastroianni_Loren_R439
Marcello Mastroianni e Sophia Loren (Lapresse)

«Ho paura che a Natale non ci arrivo. Peccato». Dopo quasi cinquant’anni di carriera e più di 140 film – da I miserabili (1948) di Freda fino a Viaggio all’inizio del mondo (presentato postumo a Cannes 1997) di de Oliveira -, alle sei di mattina del 19 dicembre di vent’anni fa un cancro al pancreas si porta via a Parigi il 72enne Marcello Mastroianni, il più grande attore italiano e «uno dei volti più famosi del cinema di tutti i tempi». Se n’è andato di mattina, ma era arrivato di notte: quella del 28 settembre 1924 a Fontana Liri, in Ciociaria, dove Marcello Domenico Vincenzo Mastrojanni (la i sostituirà la j dopo le prime prove attoriali) viene alla luce in un contesto familiare contadino. Quattro anni più tardi i genitori – il padre, ebanista, ha fama di antifascista – decidono di trasferirsi a Torino: sono anni in cui conducono «[u]na vita dura, durissima, al limite della fame». Nel 1933 tornano in Lazio, nel quartiere San Giovanni di quel «grande villaggio» che è Roma. 

Le primissime esperienze sul set arrivano a cavallo degli anni Trenta e Quaranta, durante le chiusure scolastiche estive: fa infatti la comparsa in Marionette (1939), La corona di ferro (1941), Una storia d’amore (1942) e I bambini ci guardano (1943). Diplomatosi come geometra nel 1943 e iscrittosi a Economia e Commercio, dopo l’8 settembre entra in clandestinità fino alla Liberazione, rientrando poi a Roma, dove lavora come contabile alla casa di distribuzione Eagle-Lion Films e frequenta il Centro universitario teatrale, con il quale esordisce nella stagione 1947-48. 

Come detto, la sua prima vera prova per il grande schermo arriva con I miserabili, ma è recitando per il Cut (accanto a Giulietta Masina) che viene notato e scritturato da un collaboratore di Luchino Visconti, con cui resta sul palcoscenico fino al 1956, partecipando – tra gli altri – a “Rosalinda” o “Come vi piace” (Shakespeare), “Un tram che si chiama desiderio” (Williams), “Oreste” (Alfieri), “Morte di un commesso viaggiatore” (Miller), “La locandiera” (Goldoni), “Le tre sorelle” e “Zio Vanja” (Cechov). Anche gli impegni su celluloide però non si fermano e, intorno alla metà degli anni Cinquanta, sono sempre più frequenti (e ricchi di riconoscimenti): si pensi a Giorni d’amore (1954) di De Santis (Nastro d’argento per il miglior attore protagonista), Peccato che sia una canaglia (1955) di Blasetti (primo duetto – di tanti, felici altri – con Sophia Loren), Le notti bianche (1957) di Visconti (Nastro d’argento) e I soliti ignoti (1958) di Monicelli, capolavoro della commedia italiana. 

A ogni modo, è il 3 febbraio 1960 a cambiargli vita e carriera, lanciandolo a livello internazionale come “il” latin lover per eccellenza, «ridicolo titolo in cui non mi riconosco per niente»: a Roma si tiene infatti la premiere di La dolce vita di Fellini (Nastro d’argento), che tre mesi più tardi vince la Palma d’oro a Cannes. Per non ripetersi, seguono i ruoli di un giovane impotente in Il bell’Antonio (1960) di Bolognini e, un anno dopo, di uno scrittore in crisi in La notte di Antonioni e di «un laido cornuto» in Divorzio all’italiana di Germi (Nastro d’argento e candidatura all’Oscar per il miglior attore protagonista). 

Nel 1963 è un professore ingenuo e sognatore (a suo dire la figura più amata) in I compagni di Monicelli e l’alter ego del regista nel felliniano , altro grande successo internazionale che prosegue nel 1964, insieme alla Loren, con Matrimonio all’italiana di De Sica. Nel 1965 è invece protagonista in Casanova ’70 di Monicelli e in La decima vittimadi Petri, mentre nel 1966 interpreta sul palcoscenico Rodolfo Valentino nella commedia musicale “Ciao, Rudy”. Nel 1968 Amanti di De Sica gli fa incontrare Faye Dunaway, di cui si innamora: la storia della loro relazione – che dura due anni – fa il giro del mondo, come quella che dal 1971 al 1974 lo lega a Catherine Deneuve, conosciuta sul set di Tempo d’amore

Del 1970 è la prima pellicola con Scola, Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca, per cui è premiato come miglior attore a Cannes. Negli anni Settanta rafforza la propria collaborazione con Ferreri: ecco La cagna (1972), La grande abbuffata (1973), Non toccare la donna bianca (1974) e Ciao maschio (1978). Nel 1974 interpreta un ex rivoluzionario traditore in Allonsanfan dei Taviani e nel 1976 «un prete cattivo, molto cattivo» in Todo Modo di Petri, mentre un anno dopo, accanto alla Loren, è un omosessuale ai tempi del fascismo in Una giornata particolare di Scola (candidatura all’Oscar). 

Nel 1980, per La città delle donne, torna a lavorare con Fellini, che lo vuole anche per Ginger e Fred (1985, accanto alla Masina) e per Intervista (1987, nei panni di se stesso). Sempre nel 1980 è tra i protagonisti del corale La terrazza di Scola. Nel 1984 a Parigi è invece diretto da Peter Brook in “Cin cin”, che fa il tutto esaurito in tre mesi di repliche. Nel 1987 è di nuovo miglior attore a Cannes con Oci Ciornie di Mikhalkov (candidatura all’Oscar), che lo dirige pure a teatro in “Partitura incompiuta per pianola meccanica”, un adattamento dall’amatissimo Cechov. Nel 1989 recita con Massimo Troisi in due pellicole di Scola, Splendor e Che ora è?: per la seconda vincono ex aequo la Coppa Volpi a Venezia, dove l’anno dopo riceve il Leone d’oro alla carriera. 

Nel 1994 è, ancora con la Loren, in Prêt-à-Porter di Altman, mentre l’anno successivo interpreta il ruolo del titolo in Sostiene Pereira di Faenza e torna a teatro con “Le ultime lune” per la regia di Giulio Bosetti, il suo ultimo spettacolo («Vorrei morire a Natale, quando c’è la neve», dice il protagonista). Nel maggio 1996 viene presentato a Cannes Tre vite e una sola morte di Ruiz, in cui fa diversi personaggi in più storie parallele, mentre a settembre, durante le riprese del film di de Oliveira, la regista (e compagna) Anna Maria Tatò ne cattura le riflessioni sulla propria esistenza di uomo e di artista per il lungo documentario Mi ricordo, sì, io mi ricordo (1997). Come ama ripetere, «[r]ecitare, o meglio “jouer”, è la sola ragione d’essere del mio mestiere»: un desiderio inseguito e realizzato, per la gioia sua e di un vastissimo pubblico, lungo tutta la vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di La Kandalù del cinema