LA STORIA/ La moda artigiana che da Positano arriva in Australia e Usa

- int. Lina Pollio

L’eccellenza dell’artigianato italiano va preservata dalla crisi e dai falsi, anche per aiutare l’economia dei nostri territori

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Alcune creazioni Linomania

I piani di rilancio dell’economia italiana non potranno dimenticare provvedimenti per aiutare le piccole e medie imprese. In questo contesto si evidenzia pure come l’artigianato nostrano, fonte di eccellenze riconosciute a livello mondiale, debba essere preservato anche perché a rischio sparizione. Nel settore importantissimo della moda spicca la località di Positano, da tempo culla di un turismo jet set in quella succursale di Paradiso Terrestre (a dir la verità una delle tante in possesso dell’Italia) che è la Costiera Amalfitana. Abbiamo intervistato Lina Pollio, donna straordinaria titolare di un marchio chiamato “Linomania” riconosciuto come uno dei più importanti di Positano. «Tutti i miei tessuti e i miei capi nascono dall’ispirazione che mi dà la natura che mi circonda: il mare, il vento, gli straordinari tramonti», ci spiega, mostrando di essere una persona quindi legata al suo territorio come il suo marchio, che ha per logo un gomitolo che si svolge in un filo che poi ne scrive il nome, simbolo di eccellenza artigianale.

Ci può spiegare come è nato il fenomeno Positano come centro di moda?

Positano nasce come moda negli anni Sessanta, a partire quindi dal suo sviluppo turistico come centro del jet set internazionale e quindi c’erano sarte che tagliavano lenzuola, fazzoletti, in altre parole quello che avevano in casa, per produrre costumi, pantaloncini e casacche. Insomma, queste donne hanno creato in pratica una moda per necessità, perché Positano era un paese povero, abitato in prevalenza da pescatori, quindi le loro mogli si sono “arrangiate” arrivando a creare una moda che, anno dopo anno e conseguentemente all’incremento turistico, ha attirato persone interessate a conoscerla.

Qual è adesso la situazione della produzione locale?

Adesso è conosciuta in tutto il mondo e diciamo che ogni produttore ha inseguito uno stile: c’è chi purtroppo ha successivamente iniziato a produrre sia in Cina che in India e chi, come me, si è completamente dedicata all’artigianato locale, disegnando capi e facendoli produrre da sarte positanesi, le mamme che mentre cucinano hanno la macchina da cucire vicino alle pentole. Alle volte mi consegnano gli abiti con l’odore squisito dei loro cibi o dei camini in inverno: ovviamente poi laviamo il tutto, ma dico ciò per risaltare ancora di più l’aspetto totalmente artigianale, anche perché questa attività costituisce una valido aiuto a una situazione che altrimenti sarebbe di indigenza. Trovo inutile trasferire questo tipo di lavoro in altri Paesi quando qui ne abbiamo un estremo bisogno: dobbiamo aiutare la nostra terra e i nostri concittadini.

Com’è possibile poter preservare questa artigianalità creativa locale nel tempo?

In primo luogo bisogna mantenere la produzione qui, cosa che d’altra parte provoca lo stesso il fenomeno delle copie realizzate all’estero. Anche a me è successo con le mie creazioni, ma ciò fa parte delle regole del gioco.

E come mai usare il lino, filato che in Italia non si produce per ragioni climatiche?

Innnanzitutto perché è un tessuto molto fresco per eccellenza e ciò è fondamentale in una moda prettamente estiva e poi perché si tratta di un filato molto fine. Noi produciamo una moda molto informale, poi però un nostro abito in lino può essere usato anche da sera perché è anche molto chic, quindi si tratta di un tessuto dalle grandi potenzialità e per me vincente.

Lei è anche la fondatrice della sua casa di moda o mantiene una tradizione famigliare?

Fin da quando ero piccola, mamma mi lasciava sempre con una zia che era maestra nel cucire, così con il tempo ho iniziato a tagliare e creare vestitini per le bambole o confezionavo abitini per animali: per questo stavo sempre lì a cucire e ricamare e quindi mi è nata questa passione nel creare da un pezzo di stoffa. Una cosa che ha iniziato a far parte del mio DNA: sono di Sorrento, ma poi ho iniziato a lavorare a Positano, mentre la mattina andavo a scuola a Napoli perché ho subito avuto voglia di conoscere profondamente il mio lavoro per cui mi sono formata culturalmente al punto che nel corso della mia carriera ho lavorato sia come stilista che come modellista, arrivando anche all’insegnamento. Ho avuto una bella gavetta, che però non mi ha mai pesato perché facevo quello che mi piaceva e poi ho potuto mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. Diciamo che punto dopo punto ho potuto ricamare la tela della mia vita…

Poi sono anche iniziati i riconoscimenti all’estero…

Iniziai anni fa con l’Australia e ancora ricordo la felicità di quei clienti quando videro la mia collezione. In seguito mi dissero che si erano innamorati dei miei manufatti, fecero degli acquisti per sottoporli alla loro produzione che li approvò e da lì iniziai a esportarli al punto che ora viaggiamo su fatturati importanti e ogni anno vengono tre volte a Positano a fare ordini. Ora ho una commessa importante negli Usa. Debbo dire che quest’anno sono stata salvata dagli ordini fatti dall’estero.

Il Covid-19 che problemi le ha creato?

Il problema si è registrato al momento della consegna, perché noi prendiamo gli ordini nel mese di ottobre, li lavoriamo fino a febbraio e poi iniziamo le consegne in marzo. Proprio in pieno lockdown, quindi, mi sono trovata con il laboratorio pieno di merce. Poi però quando abbiamo riaperto, a metà maggio, ci siamo trovati con una clientela che ci ha confermato la propria fiducia al punto che anche i clienti che non avevano effettuato gli ordini poi li hanno fatti, per cui siamo riusciti a vendere tutta la nostra produzione.

Tornando all’estero: questa fama che le è arrivata, documentata pure su riviste di moda, ha portato anche, come ci accennava, pure problemi di copie false dei suoi capi?

Sì. Ho un bruttissimo ricordo di una cliente di Verona che, una volta visto il mio campionario e aver fatto un ordine entusiasta, disse che era contentissima di averci finalmente trovati e di aver comprato miei capi due anni prima in Romania, mostrandomene uno. Ovviamente io riconosco subito una mia creazione, ogni modello e ogni tessuto, per cui si sorprese molto quando gli dissi che si trattava di un falso e lei mi fece vedere l’etichetta che, ovviamente, era stata riprodotta fedelmente. Il tessuto aveva subito trattamenti di sanforizzazione, cosa che io non faccio mai, preferendo lavorare con il lino grezzo come se scendesse direttamente dalla pianta. Che difatti è un’altra peculiarità dei miei modelli.

Riferendoci al piano elaborato da questo Governo dove si fa riferimento all’artigianato come elemento portante di qualità unica che dobbiamo preservare, che cosa può proporre per conservare e difendere questo “marchio Positano”?

Purtroppo siamo stati sempre un po’ individualisti e non abbiamo saputo unirci per crearlo, ed è un problema grave, perché alla fine nessuno vuole il bene di un altro e purtroppo in molti copiano i modelli di colleghi che hanno successo. Ciascuno dovrebbe avere la propria identità e solo con questo possiamo difenderci, ma in effetti sono delusa e mi piacerebbe sapere come preservarlo. Io continuerò a lavorare con la mia passione e procederò nella mia attività, pure se sono costretta a rinunciare a un sito internet per paura che poi i modelli possano essere copiati, preferendo inviare foto di campionario direttamente ai clienti. Poi invito i possibili nuovi qui a Positano per vedere direttamente le mie creazioni offrendogli anche l’alloggio in questo posto incantevole, anche perché credo ancora nell’importanza del rapporto umano e voglio conoscerli personalmente.

(Guido Gazzoli)

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