LA STORIA/ L’imprenditore milanese che ha portato il pane tra i terremotati di Haiti

GIACOMO GNATTA e la sua impresa sono arrivati anche a Haiti, dopo il devastante terremoto: “L’immagine di un un bambino che mangiando un biscotto ti sorride è indimenticabile”

02.06.2011 - La Redazione
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"Noi il pane ce l'abbiamo nel dna" (Imagoeconomica)

«Noi il pane ce l’abbiamo nel Dna. La nostra famiglia ha iniziato con i primi impianti per la panificazione e ha sempre considerato il pane, sia per ragioni cristiane che per ragioni puramente alimentari, il vero principe dell’alimentazione». Giacomo Gnatta, intervistato da Ilsussidiario.net è l’amministratore di 3G L’Arte Bianca che dalla fine degli anni Cinquanta fornisce attrezzature e impianti completi per aziende nel campo dell’alimentare: «La nostra azienda nasce tra il ’57 e il ‘58 ad opera di mio padre Carlo, venuto a mancare qualche mese fa. Negli anni Novanta io e i miei fratelli siamo entrati in azienda. Abbiamo ampliato i nostri settori d’interesse e oggi, oltre al pane, ci occupiamo di tutto il mondo dell’alimentazione, dalla gastronomia alla ristorazione, dal gelato alla media industria».

Dove opera principalmente la vostra azienda?

«In Lombardia, Valle D’Aosta, nel basso Piemonte e in Liguria, ma abbiamo fatto impianti in tutto il mondo: Giappone, Stati Uniti, Santo Domingo e Sud America, Mauritius e Hawaii. Collaboriamo anche con tanti enti religiosi che ci chiedono di creare impianti piccoli, semplici che vengono destinati a orfanotrofi, ospedali o comunità che offrono il loro aiuto in paesi disagiati».

Che tipo di contributo offrite?

«Quando ci vengono richiesti questi interventi, su cui spesso lavoriamo gratuitamente, ci impegniamo anche più del solito perché cerchiamo di creare qualcosa che sia facilmente utilizzabile, in luoghi dove si possano produrre numeri spesso importanti di prodotti e insegnare la cultura del pane. In molti paesi, al di fuori dell’Europa, il pane non viene molto considerato e iniziando a darlo ai bambini possiamo offrire, oltre a una alimentazione sana, un accenno della nostra cultura».

Un esempio di questa vostra attività?

«Abbiamo contribuito alla creazione del panificio per la fondazione Rava a Haiti che fortunatamente, dopo il terribile terremoto, non è andato distrutto così ha potuto dare da mangiare ai bambini di Port-au-Prince, che è stata quasi rasa al suolo. Abbiamo offerto dei macchinari e dei forni per tutta la produzione del pane e in questo specifico caso abbiamo anche inviato, e inviamo ancora adesso, un panificatore che insegna alle persone addette del luogo sia a usare gli impianti che l’arte della panificazione».

Cosa significa vivere un’esperienza del genere?

«Dieci giorni fa ero a Santo Domingo. Sono andato a vedere uno degli orfanotrofi gestito dalla fondazione Rava, a cui abbiamo fornito qualche impianto e devo ammettere che vivere di persona queste situazioni ti lascia dentro qualcosa di indescrivibile: vedere un bambino che prende in mano un biscotto e ti guarda sorridendo è un’immagine molto appagante, senza dubbio indimenticabile».

In che modo avete affrontato la crisi economica?

«La crisi non è ancora finita, però l’abbiamo affrontata sotto molteplici aspetti: iniziando a verificare tutte le spese aziendali, cercando di tagliare i costi, ma non i posti di lavoro e in più andando incontro alle esigenze della clientela. Non riuscendo a ottenere i finanziamenti dalle banche, molti dei nostri clienti si sono trovati in difficoltà, sia nei pagamenti sia nella volontà di acquistare. Noi ci siamo esposti operando come una specie di banca».

In che senso?

«Spesso le aziende con cui trattiamo sono molto piccole, a gestione famigliare. Abbiamo cercato di mettere in campo una specie di sussidiarietà, cioè andare incontro a tutte queste esigenze esponendoci in prima persona nella parte finanziaria. Abbiamo allungato i pagamenti, tornando anche a vecchi sistemi come le cambiali, e creando una rete con i nostri fornitori. Il problema che ci sono dei limiti: se si tratta di cifre importanti è chiaro che diventa molto difficile gestirle. Noi cerchiamo di affrontare queste difficoltà finanziando praticamente la clientela, quindi un pagamento che normalmente dovrebbe avvenire in dieci giorni viene allungato a dodici mesi».

E i risultati?

«Devo ammettere che è andata bene: abbiamo avuto un 2010 eccezionale. I due anni precedenti sono stati di transizione, mentre stiamo scommettendo sul 2011, anche se sembra quasi che la crisi stia mordendo ancora di più. Comunque il nostro primo interesse è salvaguardare i posti di lavoro, mantenere la clientela e cercare di andare incontro alle esigenze, sviluppando anche prodotti che abbiano un rapporto qualità-prezzo migliore. In questo momento bisognava tirarsi su le maniche e noi lo stiamo facendo, nella speranza che poi ci sia un reale supporto dalla parte politica del paese».

Progetti per il futuro?

«Abbiamo aperto qualche mese fa, nel mese di dicembre, un nuovo locale che si chiama Gusto Milano, un marchio che stiamo collaudando in una nuova branca del nostro lavoro. L’idea, anche con l’arrivo dell’Expo milanese, è di sviluppare un marchio milanese legato all’alimentazione».

In che modo siete collegati con l’Expo?

«Il tema dell’Expo 2015 sarà l’alimentazione e siamo stati chiamati per creare un prototipo di laboratorio all’interno della Triennale, nel corso della prima esposizione che annunciava il via della manifestazione. Mi aspetto dall’Expo un importante cambiamento della città: vado ogni tre anni in Germania per le fiere del nostro settore che avvengono in maniera alternata a Dusseldorf e a Monaco. E  ogni tre anni vedo queste due città trasformarsi, migliorarsi sotto ogni aspetto: nella lotta a smog e traffico, nell’allargamento delle aree verdi. L’Expo è una grande un’occasione, una scommessa che Milano deve vincere».

Quali sono i pregi e i difetti nel fare impresa a Milano?

«Viviamo e lavoriamo nell’area che, a quanto si dice, è la più ricca d’Europa e questo è molto importante perché, anche con una crisi economica così grave, si riesce comunque a trovare clienti. Il difetto di quest’area, invece, è il suo costo, sia per quanto riguarda la vita privata che quella lavorativa».

In che senso?

«Faccio un esempio: se dei nostri tecnici girano per Milano per offrire assistenza, riescono a fare tre o quattro interventi al massimo, pagando oltretutto cifre importanti per il parcheggio e magari per qualche multa. Se invece lavorano nelle zone del Comasco, del Varesotto, del Novarese o del Pavese, riescono a fare il doppio del lavoro con costi molto più contenuti. La città offre molto, ma chiede anche molto».

(Claudio Perlini)  

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