SERVIZIO PUBBLICO/ Sgarbi e Meloni “riaccendono” il talk di Santoro

- Maestro Yoda

Ieri sera è andata in onda una nuova puntata di Servizio pubblico, la prima dopo la nomina di Mattarella al Quirinale. Il commento di YODA alla trasmissione di Santoro

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Vittorio Sgarbi (Infophoto)

Si toglie subito i sassolini dalla scarpa, Santoro: “Abbiamo avuto la fortuna di avere tra noi Giuliano Ferrara, che ci ha rassicurato sulla solidità del patto del Nazareno”. Con dissimulata perfidia gongola durante il suo pistolotto iniziale, potendo sottolineare notizie del giorno che smentiscono in pieno il mitico ex-direttore del Foglio. Dall’alto appare un insolitamente pacato e lucidissimo Sgarbi, nel ruolo del deus ex machina che di solito è di Cacciari. Stigmatizza l’errore base di Berlusconi, quello di scegliersi dei portaborse obbedienti che alla prima occasione lo tradiscono, sicché la vittoria di una legge elettorale che vede una grande maggioranza di nominati, che Verdini rivendica, è a suo parere il successo della sua personale aspirazione: essere rinominato, perché se si dovesse andare a prendere i voti sul territorio, secondo lui uno come Verdini nessuno lo voterebbe. Poi ne stigmatizza un altro: il mancato contropiede nel dichiarare qualche minuto prima dell’elezione, che Mattarella era anche suo candidato. Sul neopresidente afferma che se personalmente è senz’altro un galantuomo, dal punto di vista politico è un gemello della Bindi, che non ha ancora avuto modo di manifestarsi. Secondo lui, quando si manifesterà, avrà solo due possibilità: o si rivelerà una Bindi con i pantaloni, o sbroccherà come Cossiga. 

Venendo alle due ospiti in studio, Bonafè e Meloni, la prima, caruccia e ammodino, fa la trombetta del renzismo. Ben più aggressiva ma precisa, Georgia Meloni ricorda che Renzi, apparso come un rivoluzionario, in realtà si sta rivelando un grande restauratore, in quanto sostiene soprattutto la eurofinanza, i grandi gruppi, e ora ci ha regalato pure uno dei più vecchi arnesi demoscristiani.

L’opinionista De Angelis, giornalista dell’Huffington Post, ricorda che oggi Berlusconi ha subito mandato alcuni precisi messaggi a Berlusconi, facendo proporre un emendamento che potrebbe costare 50 milioni di nuovi oneri per le frequenze tv e allargando i confini della legge sul falso in bilancio. Televisamente interessante la recente introduzione della figura di Nazareno Renzoni, l’opinionista mascherato con una di quelle maschere da maiale che indossano nei film i rapinatori di banche: parla di Verdini come di un Padrino, vero dominus della situazione politica. Interpellato in merito, Sgarbi ricorda la storia di Verdini, riconoscendogli come unica dote la furbizia del faccendiere, e affermando che l’unica cosa che Berlusconi dovrebbe fare è liberarsene immediatamente, non avendo bisogno di un simile sensale per trattare con Renzi, visto che non ha alcuna competenza politica.

Tocca a Travaglio, neodirettore del Fatto Quotidiano, che sottolinea che il primo discorso di Mattarella gli è piaciuto. Poi però si diverte ad analizzare i titoli dei giornali che hanno subito cominciato a santificare da vivo il neopresidente, definendolo “normale”. Invero esilarante la lettura di un articolo de La Stampa che arriva a descrivere la normalità degli arredi del salotto normale della casa normale della famiglia Mattarella. Divertendo tutti, si diverte per primo lui a spigolare in quella che definisce la brodaglia retorica che ci hanno ammannito in questi giorni i giornali, e poi si domanda: “Ma perché si è lasciato dormire in un angolo per quarant’anni un simile gigante della politica?”.

La Palombelli, da sempre rappresentante della Roma chic, tende a ricrearsi un passato da premio Pulitzer affermando che un direttore che lei ebbe, come Montanelli, l’avrebbe licenziata se l’avesse colta a scrivere le cose che oggi i giornali scrivono di Mattarella. Si augura che il nuovo presidente dica agli italiani la verità, vale a dire che l’Italia è un Paese sull’orlo del fallimento, molto più simile alla Grecia di quello che si vuole far credere. Ricorda la bomba inesplosa dei derivati che in giro per il mondo rappresentano un valore dieci volte superiore a quello del Pil mondiale. Per quanto riguarda l’Italia, ricorda che Consob, Banca d’Italia e Corte dei Conti dovevano controllare su queste cose e non hanno controllato, salvo strapagare i propri dirigenti.

Giorgia Meloni ha buon gioco nel ricordare che anche la Corte Costituzionale ha i suoi difetti, arrivando a fare sentenze come quella che salva i diritti acquisiti di chi ha 90.000 euro di pensione al mese. E così anche la Corte è sistemata. La Meloni, pur nella sua romanità, è meno gradassa di Salvini, oggi suo alleato. Già, ieri sera stranamente non c’era Salvini, ospite perpetuo di tutti i talk-show, perché eccita gli animi, fa litigare gli intervenuti e quindi fa fare ascolti. A Yoda viene da osservare che la sua crescita nei sondaggi, oltre che per la sua determinata capacità di parlare alla pancia del Paese, è proprio dovuta al grande spazio televisivo che gli viene regalato dalla mattina alla sera. Così accade che, anchor man e giornalisti che fanno a gara nel giudicarne la disinvolta vena populista, sono quelli che fanno a gara per invitarlo in trasmissione. Ma questo è il livello del Paese: più che alla crescita dei valori, si bada alla crescita degli ascolti.

L’economista Dragoni, con la sua abituale chiarezza, si domanda cosa succederà della famosa norma del 3%, che significa in sostanza (dopo un semplice calcolo a base di proporzioni) che su 100 milioni di fatturato, un’azienda potrebbe fare 11 milioni di nero. E alla fine si domanda cosa farà Mattarella nel caso gli arrivasse da firmare una legge del genere. La Bonafè cerca di dimostrare che il 3% è inserito in un contesto di altre norme eccetera eccetera, che è ora di finirla di parlare solo dell’aspetto di una legge, e via con la propaganda governativa. Con molta maggiore precisione Meloni elenca tutti casi in cui il governo sta soccorrendo gli amici degli amici che sono tutti grandi gruppi o amici stretti di Renzi e di alcuni suoi ministri. Ricorda che sul 3% sarebbe assai facile sistemare la cosa mettendo un tetto, limitandolo agli errori che può fare uno che ha sbagliato a dichiarare su 10.000 euro. E non permettere a giganti come l’Eni, come ha detto Dragoni, di poter potenzialmente evadere 11 miliardi. Secondo De Angelis, la norma del 3% sarà la prima grana che arriverà nelle mani di Mattarella. Ma Nazareno Renzoni, l’opinionista mascherato, con voce suadente, afferma che il vecchio rappresentante della sinistra Dc farà di tutto per non fare arrivare alla firma una norma del genere.

Con molta efficacia Travaglio afferma che la riprova che nel patto del Nazareno c’era una salvaguardia per gli affari Berlusconi, è che oggi, appena l’ex Cavaliere ha annunciato che il patto è morto, Renzi gli ha mandato tre messaggi che lui definisce mafiosi, piantandogli spilloni su nervi molto sensibili come falso in bilancio e frequenze tv. Come a dire: guarda cosa ti succede se non ti precipiti a resuscitare il patto del Nazareno… Davvero flebile la difesa d’ufficio della Bonafè, assai caruccia, ma sempre più simile a un automino che ripete a memoria la lezioncina filogovernativa.

Sul finire, la trasmissione si infiamma grazie alla Meloni che ricorda cosa sta succedendo tra Europa e Grecia, mentre Travaglio ricorda che Renzi ha affermato che lui e Tsipras parlano la stessa lingua, e la Palombelli si domanda che ne sarà dei 40 miliardi che l’Italia ha prestato ai greci.

Come di consueto Yoda non commenta le vignette poco comiche di Vauro, che arriva pure a gelare lo studio con una vignetta che cita il pilota giordano bruciato vivo. Puntata piuttosto riuscita, con ospiti capaci di fare interventi brevi e chiari, con gli interessanti inserimenti dell’intervistatore mascherato e di intermezzi musicali inerenti i temi trattati, e soprattutto grazie alle azzeccate e raffinate analisi politiche di Vittorio Sgarbi.

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