LAVORO E POLITICA/ Il problema dell’occupazione femminile da risolvere

- Alessandra Servidori

La ripresa dell’occupazione riguarda soprattutto gli uomini. Le donne sono ancora penalizzate dopo aver subito i maggiori danni della crisi pandemica

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L’occupazione cresce a ottobre trainata però soltanto dagli uomini. È quanto mette in evidenza l’Istat nei dati diffusi sul mercato del lavoro. In buona sostanza l’occupazione femminile non beneficia della lieve ripresa delle assunzioni a tempo indeterminato. Penalizzata nella prima fase della pandemia anche dagli accresciuti carichi familiari, la dinamica dell’occupazione femminile ha un po’ recuperato nel corso del 2021, ma soprattutto con contratti di lavoro temporanei, molti dei quali sono scaduti nei mesi autunnali: tra le donne oltre l’82% dei posti di lavoro creati nel 2021 erano a termine (72% tra gli uomini). Il lieve incremento del lavoro permanente ha invece favorito, seppur di poco, l’occupazione maschile: a settembre e ottobre le assunzioni a tempo indeterminato tornavano sui livelli pre-pandemici tra gli uomini mentre tra le donne erano di oltre il 3% inferiori rispetto al 2019.

Il processo di creazione di posti di lavoro si è concentrato nelle regioni centro-settentrionali, rallentando invece in quelle meridionali: il saldo negativo femminile soprattutto delle posizioni a tempo determinato è stato più ampio nel Sud e nelle Isole rispetto al resto d’Italia. Le assunzioni a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono rimaste ancora inferiori rispetto al periodo pre-pandemia, mentre al Centro-Nord sono aumentate a ritmi lievemente superiori e il ritardo delle regioni meridionali e insulari è stato marcato nella manifattura e nei servizi a maggior valore aggiunto.

In Italia, la pandemia ha avuto un impatto più accentuato anche per le imprese a conduzione femminile con la chiusura del 7,6% delle aziende condotte da donne rispetto al 2,5% di quelle guidate da uomini. Pesante anche la riduzione delle assunzioni: circa 2 milioni in meno per le donne; meno di un milione e mezzo per gli uomini. L’occupazione femminile diminuisce all’aumentare del numero di figli e anche di anziani di cui occuparsi (care burden) perché molte donne scelgono di non lavorare più per motivi familiari (tasso di inattività). Cresce invece la differenza di retribuzione con gli uomini (gender pay gap). La relazione tra redditi bassi e rinuncia al lavoro in favore di più tempo da dedicare alla cura della famiglia appare pericoloso perché riduce la libertà di scelta ed espone a rischi di povertà. Su 4 posti di lavoro persi nel 2021, 3 li hanno persi le donne.

Questa crisi a differenza di quella del 2008 ha colpito più le donne che gli uomini per l’effetto della chiusura di servizi e scuole, per cui si sono trovate a fare un doppio lavoro in contemporanea, doppio lavoro che di solito fanno in sequenza. Sulla perdita di lavoro femminile la tipologia di contratto ha influito pesantemente: il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione hanno salvaguardato, almeno in parte, soprattutto il lavoro dipendente a tempo indeterminato, mentre sono stati colpiti i posti di lavoro a termine e le varie forme di collaborazioni. La pandemia è di lunga durata e strisciante e l’incertezza è diventata il tratto distintivo del nostro vivere quotidiano. Un’incertezza costante, senza una previsione ragionevolmente certa della fine.

La reiterazione delle vaccinazioni fa sì che questa prospettiva della fine si sia molto allungata, delineando scenari di un mercato del lavoro che ci dicono che non è vero che tutto ciò che si è fermato riprenderà. Molte aziende, soprattutto quelle piccole, non hanno riaperto e questo in parte rappresenta anche una botta di realismo che si contrappone all’assenza di una valutazione realistica del mercato perpetuata nel tempo. Vero è che ci sono delle risorse che potremo utilizzare bene che negli ultimi decenni non c’erano e quindi, se usate con intelligenza, possono fornire quella leva necessaria non tanto per recuperare il perduto ma per guardare avanti: rimane il rischio che siano usate male. Bisogna evitare che la modalità di ripresa non accentui le disuguaglianze di classe sociale, istruzione, di genere.

Bene investire nel digitale, per chi ancora potrà cogliere questa occasione, per recuperare però bisogna investire subito adesso sull’occupazione femminile non facendo operazioni che guardano al 2026. Bisogna alleggerire la contribuzione sul lavoro femminile anche con quei 700 milioni in più che, con un emendamento di queste ore, ha irrobustito il Fondo nuove competenze che consente di rimodulare nuove esigenze organizzative; lavorare molto e di più sulla bilateralità che in un sistema di solidarietà può consentire a chi ha carichi familiari di poter affrontare una flessibilità sia oraria che di congedo senza perdite salariali, e soprattutto incentivare la contrattazione di prossimità a favore appunto dell’occupabilità femminile.

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