IL CASO/ Università e lavoro, un “flop” che non c’entra con Fabrizio Corona

- Nicolò Boggian

NICOLÒ BOGGIAN, rispondendo al viceministro del Lavoro Martone, spiega come in Italia, il migliore dei laureati, sa che, molto probabilmente, non sarà mai valorizzato nel proprio lavoro

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Immagine di archivio

A.A.A. Rivoluzione scolastica cercasi (disperatamente). Il crollo delle iscrizioni alle università dipenderebbe dall’“effetto Corona”, che porta molti giovani a imitare esempi sbagliati. Così il Vice Ministro del Lavoro Michel Martone ha interpretato il fenomeno in un’intervista a Il Corriere della sera, aggiungendo che una laurea italiana può essere spendibile anche all’estero, a patto che la si conquisti nei tempi corretti.

Dal mio punto di vista, la dichiarazione è discutibile. Basti pensare che le università cinesi e indiane sfornano laureati a ripetizione con livelli di competenza elevatissimi, perché adattano costantemente la loro offerta formativa alle richieste del mercato internazionale. A Singapore l’eccellenza in termini di istruzione viene riconosciuta e premiata fin dalla più giovane età.

Probabilmente le motivazioni del calo delle iscrizioni alle università nostrane devono essere ricercate in maniera più approfondita. Innanzitutto la crisi ha portato a restringere le capacità di spesa delle famiglie: ogni voce di costo del bilancio familiare deve sottendere qualcosa di indispensabile e tradursi in un ritorno concreto. L’istruzione rischia di diventare una sorta di bene di lusso, che le famiglie non possono più permettersi.

Tra l’altro gli stessi giovani vivono l’università come un investimento rischioso, che non darà loro in automatico reali possibilità di guadagno e carriera. Questa delicata situazione non è stata determinata solo dalla scuola, ma è strettamente dipendente dal nostro mercato del lavoro. In Italia sono pochi i settori nei quali è la qualità a fare la differenza. Più spesso la competizione si gioca in modo sleale con un banale aggiustamento dei prezzi al ribasso e con il ricorso all’illegalità.

Merito e valore non possono essere premiati, perché non ci sono i presupposti per tenerli in considerazione. La conseguenza più ovvia è la fuga dei giovani talenti all’estero, perché in Italia il miglior esperto di comunicazione, il più brillante dei laureati in ingegneria o in risorse umane, il più specializzato degli informatici non riescono a emergere rispetto all’impiegato iperprotetto dalla legge, al mediocre dipendente “figlio di”, al raccomandato senza talento.

Molte università e istituzioni scolastiche si rifiutano di aggiornare la didattica e le metodologie di insegnamento. Il personale docente non sempre sa adattare i percorsi teorici alle reali esigenze del mercato. Ho potuto constatare personalmente che in molti istituti, fatte le dovute, lodevoli eccezioni, l’autoreferenzialità regna sovrana. Mi sono offerto più volte, entrando in contatto con docenti di varie materie, di insegnare gratuitamente i fondamenti della Meritocrazia, di portare agli studenti esempi concreti per supportare l’imminente ricerca del primo lavoro. In risposta sono state rarissime le iniziative concrete, volte a migliorare l’efficacia dei programmi e degli insegnamenti: l’unica preoccupazione è quella di salvaguardare il posto di lavoro, di salvare i finanziamenti e gli equilibri politici.

L’istruzione deve garantire degli insegnamenti importanti da un punto di vista qualitativo. Non servono altri docenti o più finanziamenti, se prima non si attua una vera e propria rivoluzione delle metodologie di insegnamento e dei contenuti erogati dalla didattica. La base scolastica dovrebbe partire dall’insegnamento del merito come concetto etico – ideale ma non irrealizzabile – e come leva per la competizione economica.

Non si può più prescindere dall’utilizzo del web e degli strumenti digitali per l’insegnamento. I metodi didattici dovrebbero privilegiare la costruzione del sapere, il dibattito e la comunicazione rispetto alla solita lezione frontale, dando agli studenti un ruolo più attivo. Servono più competenze tecniche, ma soprattutto più “scienze della vita”. Bisogna insegnare l’etica del merito e del rispetto delle regole, proponendola come componente civica e dinamica di una società sana.

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