RIFORMA PENSIONI LETTA/ Proietti (Uil): oltre agli esodati, il governo non si dimentichi della rivalutazione

Secondo DOMENICO PROIETTI, la riforma delle pensioni della Fornero è stata invasiva e penalizzante al punto da rendere le correzioni non solo lecite ma necessarie

02.05.2013 - int. Domenico Proietti
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pensioni (Fotolia)

Chi sperava, ai tempi della Fornero, che ci avrebbe pensato il governo successivo a porre rimedio alle imprecisioni e alle ingiustizie della sua riforma previdenziale, forse sarà accontentato. Enrico Letta sembra realmente intenzionato a modificarla. Senza stravolgerla, ovviamente. Ma correggendone alcuni connotati inaccettabili, quali l’assoluta rigidità che impone, indiscriminatamente, di lavorare fino a 70 anni. Domenico Proietti, segretario confederale della Uil con delega alle Politiche fiscali e previdenziali, ci spiega in cosa dovrebbe consistere la controfirma.  

Crede che sia legittimo metter nuovamente mano al sistema pensionistico?

In linea generale, i sistemi previdenziali, per funzionare bene, dovrebbero godere di certezza normativa e stabilità nel tempo. L’opposto di quello che è accaduto in questi anni, dove si è continuato a procedere con un nuovo intervento ogni sei mesi. Il che ha prodotto effetti opposti agli obiettivi. Penso, ad esempio, a quello della permanenza al lavoro: molte persone, avendo maturato i requisiti per andare in pensione, ma potendo continuare a lavorare, hanno preferito non rischiare, nell’ipotesi che da lì a sei mesi cambiasse nuovamente la disciplina e si inasprissero radicalmente i requisiti. E sono andate in pensione. Detto ciò, le misure della Fornero sono state talmente invasive che le correzioni non sono solamente lecite, ma necessarie per ripristinare un equilibrio che si è gravemente spezzato.

Letta ha parlato dell’introduzione di un criterio di flessibilità.

Siamo tutti d’accordo. Occorre ristabilire quel meccanismo inizialmente previsto dalla riforma Dini che consentiva di scegliere quando andare in pensione entro un range compreso tra i 62-63 anni e i 68 sulla base di disincentivi e incentivi.

Perché l’ipotesi è stata accantonata?

Anzitutto, la riforma Fornero è stata realizzata esclusivamente allo scopo di fare cassa e non per migliorare il sistema, anche dal punto di vista della sostenibilità economica. Le burocrazie e la ragioneria generale dello Stato, inoltre, si sono impuntate sull’ipotesi che troppe persone avrebbero sfruttato l’occasione per andare in pensione il prima possibile. E che questo non sarebbe stato tollerabile per i conti dell’Inps.

Effettivamente, l’introduzione della flessibilità non sarebbe a costo zero…

Il meccanismo di penalizzazioni e benefici a seconda dell’età di accesso al regime previdenziale limita notevolmente l’incidenza sulle casse dello Stato. In ogni caso, dobbiamo tenere conto del fatto che la rigidità dell’attuale sistema ha bloccato ulteriormente il turn-over. Le aziende non possono assumere giovani perché sono costrette a mantenere il posto di lavoratori anziani che, magari, vorrebbero pure andarsene in pensione. La flessibilità previdenziale contribuirebbe a rimuovere il blocco delle assunzioni. Si tratterebbe di un beneficio decisamente superiore agli eventuali costi. Altro punto sul quale sarebbe intervenire è la rivalutazione delle pensioni.

 

Ci spieghi meglio.

Considerando che il costo della vita continua ad aumentare, il governo dovrà rimuovere il blocco della rivalutazione, almeno per quelle fino a 4 volte la minima.  

 

Come valuta l’atteggiamento dell’esecutivo rispetto alla vicenda degli esodati?

Riteniamo altamente significativo che il premier abbia affrontato la questione nei medesimi termini adottati dal sindacato. Ha, infatti, fatto presente che oltre al danno economico ed esistenziale che si è creato per coloro che si trovano senza reddito da lavoro e da pensione, si è rotto il patto fiduciario tra Stato e cittadini. E’ positivo che le dichiarazioni di Letta vadano nella direzione di una salvaguardia graduale, attraverso le deroghe alla riforma Fornero, per tutte le persone interessate dalle penalizzazioni.

 

Questa volta, la politica riuscirà a non lasciarsi sopraffare dalla burocrazia e ad agire?

La politica ha sempre disposto del potere di agire. Quando si è abbandonata alla deriva tecnocratica, ha deciso deliberatamente di rinunciarvi.

 

Il premier è stato piuttosto generico rispetto a dove reperirà le risorse.

Il provvedimento Fornero ha realizzato un enorme risparmio, che è stato usato per coprire altre poste di bilancio che non si è voluto tagliare. Pensiamo, quindi, che attraverso una revisione selettiva di altri settori della spesa della pubblica amministrazione si possano recuperare le risorse necessaria. Senza dimenticare che è possibile tagliare ulteriormente i costi della politica e aumentare la lotta all’evasione fiscale. 

 

(Paolo Nessi)

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