LETTURE/ Cambiare il welfare per salvare gli Stati (e la democrazia in crisi)

- Paolo Quercia

Nel suo ultimo libro, “La riparazione del capitalismo democratico”, Carlo Pelanda offre ai governi una strategia per salvare i capitalismi di massa occidentali

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(LaPresse)

La riparazione del capitalismo democratico. Nuovi modelli nazionali e architettura internazionale (Rubbettino 2021) è l’ultimo libro di Carlo Pelanda, scenarista e stratega di scuola liberal-realista. Pelanda è uno dei pochi scienziati politici italiani che ha mantenuto viva nel nostro Paese la scuola del pensiero strategico anticipatorio, dedicandosi da oltre trent’anni allo studio e alla ricerca dei macro-sistemi internazionali, rifiutando la deriva funzionalista del sapere accademico ed intellettuale, che ha racchiuso gli uomini di scienza in recinti di discipline sempre più specializzate ed autoreferenziali. 

La costante integrazione di elementi d’analisi provenienti dai campi più diversi come quello dell’economia, della politica, del diritto, della tecnologia, della sociologia e l’approccio sistemico internazionale hanno rappresentato la cifra della ricerca e del pensiero dell’autore fin dai suoi primi lavori. Tra i quali si ricordano l’anticipatore Il fantasma della povertà, scritto nel 1995 con Edward Luttwak e Giulio Tremonti, in cui veniva preavvisata la crisi dei modelli economici e sociali delle democrazie capitaliste su entrambe le sponde dell’Atlantico.    

Anche l’ultimo libro di Carlo Pelanda si inserisce nel solco dello studio dei macro-sistemi, cercando di identificare il filo rosso che unisce la crisi delle democrazie sul piano interno con la crisi del sistema internazionale, non più in equilibrio per via del tramonto del modello basato sulla pax-americana.

Tre sono i passaggi chiave che l’autore ci propone per tentare una restaurazione del modello occidentale: 1) la crisi interna delle democrazie e la regressione globale del capitalismo di massa; 2) la necessità di riprogettare un’alleanza globale tra le liberal-democrazie e Paesi assimilabili, includendovi anche Paesi proto-occidentali dell’America latina e dell’Asia, come la Russia (sulla cui assimilabilità l’autore mostra però dei dubbi; 3) ed infine la convinzione che lo strumento chiave per garantire questa rinnovata convergenza geopolitica sia centrata su una contemporanea revisione dei diversi ed inefficienti modelli di welfare nazionali occidentali, passando dall’inefficiente welfare distributivo europeo e da quello a garanzie insufficienti statunitense verso un nuovo modello che Pelanda definisce di “welfare di investimento”, ossia forme di welfare basate su un principio di ciclo produttivo del capitale.   

L’analisi geopolitica globale centrata sulla revisione dei modelli di welfare occidentali appare essere la parte più innovativa e dinamica del volume. L’autore intravede nell’attuale crisi l’opportunità per abbandonare il welfare protezionista, che finanzia i deboli lasciandoli tali, e quello con garanzie insufficienti, che alimenta il capitalismo elitario, per passare ad un welfare costruito attorno ad investimenti modernizzanti. Il primo dei quali dovrebbe essere quello sul capitale umano, trasformando radicalmente i sistemi educativi e formativi, anche con la massiccia introduzione di nuove tecnologie, alta connettività ed intelligenza artificiale.

In questo volume Carlo Pelanda si conferma un alfiere del pensiero liberal-realista, invocando un nuovo contratto fiscale nelle nazioni che capitalizzi la trasformazione dei deboli in forti affinché possano entrare come soggetti attivi e non passivi nel libero mercato. Quello del capitale umano competitivo è il presupposto affinché le politiche economiche liberiste degli Stati possano sussistere in maniera sostenibile, permettendo a questi ultimi di tenere le società aperte ed in crescita. Gli Stati che dovessero riuscire in questa non facile rivoluzione interna economica e sociale finirebbero per scegliere posture internazionali compatibili, attraendosi reciprocamente in una nuova polarizzazione geopolitica in cui le riformate democrazie capitaliste si terrebbero collegate tra loro nella ripartizione dei benefici di un grande mercato globale, che redistribuirebbe a ciascuna di esse coesione sul piano interno e sicurezza su quello internazionale. 

In questo modo Pelanda lancia lo sguardo molto in avanti, scrutando oltre la crisi della globalizzazione stessa ed immaginando una nuova globalizzazione parziale e selettiva che includa o escluda i Paesi non in base a criteri economici o di mero interesse nazionale ma in virtù di criteri politici: la nuova identità del domani su cui ricostruire la futura globalizzazione sarà la democrazia o il suo contrario e non il fatto di essere Paesi produttori o consumatori di determinati beni o piuttosto americani, europei, asiatici o sudamericani.

In questa sua visione di riparazione dei capitalismi di massa occidentali Pelanda intravede la possibilità di costruire una nuova e diversa globalizzazione, rispetto a quella attuale che redistribuisce ricchezza e potenza dall’Occidente liberale verso un anti-Occidente illiberale. La nuova globalizzazione dovrà avere dei confini, ed essi dovranno essere tracciati attraverso la creazione di nuovi standard globali da parte della rinnovata alleanza delle democrazie. Pelanda intravede l’unica strategia possibile per l’Occidente, quella di far massa geopolitica, ridefinendo verso uno stesso modello il patto sociale interno dei sistemi democratici che consenta l’affermazione di un potere normativo (sociale, ambientale, tecnico ed economico) globale che faccia acquisire alle democrazie il controllo sui meccanismi fondamentali del sistema internazionale. 

La visione che Pelanda costruisce in questo libro è certamente complessa, grandiosa e genialmente ambiziosa. Un affresco geopolitico in cui l’autore dimostra notevole coraggio intellettuale, assumendosi non pochi rischi, come d’altronde deve fare chi fa analisi strategica di lungo periodo, sistematizzando alla luce degli attuali processi di transizione cambiamenti micro e macro che si sono accavallati negli ultimi tre decenni. Per giunta, l’autore non lo fa con la neutralità asettica del realista puro – che tende a vivere nel medio termine in quanto punta sempre a rendere compatibile il proprio pensiero con le asperità, limitatezze e mediocrità del mondo reale – ma lo fa da un dichiarato pregiudizio di un liberalismo dubitativo. Volto cioè a correggere l’ideologia quando la realtà appare contraddirla, senza però perdere di vista gli obiettivi che ha dichiaratamente posto e l’approccio di lungo periodo.

Ci sono tante eccezioni e complicazioni che possono ovviamente intralciare o ostruire lo sguardo lungo di Carlo Pelanda. Ostacoli che, a nostro avviso, sono tutti interni al nucleo storico dell’Occidente e che possono rallentare la formazione dell’alleanza tra democrazie auspicata dall’autore: l’isolazionismo americano confermato da Biden, il disallineamento britannico prodotto dalla Brexit ed i travagli interni della Nato ormai non più limitati alla questione turca ma riesplosi con il tracollo afghano e riamplificati dalla crisi Francia-Aukus.  Se saranno solo movimenti di assestamento o vere e proprie faglie che possono bloccare l’auspicato sviluppo di una riconfigurazione geopolitica dell’Occidente dipenderà da tantissimi fattori. Forse il principale di essi sarà rappresentato dal livello di massimalismo su cui si attesterà la strategia anticinese che il mondo anglosassone deciderà di settare nei prossimi anni per contrastare l’ascesa strategica di Pechino.

Non si può dunque non ringraziare Carlo Pelanda per questo ennesimo stimolo politico-strategico, in cui l’autore non esita a spronare il pensiero politico ed economico italiano a dare segni di vita ed il proprio contributo a ridisegnare architetture globali. Anche in questo libro Pelanda conferma la sua visione secondo la quale l’interesse italiano si può vedere e tutelare solo da una prospettiva globale, dominio complesso, ma in cui sono nascoste le chiavi della ricchezza nazionale italiana ed europea.

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