LETTURE/ Charles Taylor, il vero bene può passare da tre crepe della modernità

- Danilo Zardin

Nel saggio “Il disagio della modernità” Charles Taylor suggerisce di scrutarla nelle sue pieghe più profonde, per imparare a scorgere quanto vi sia di “grande”

charles taylor 640x300
Charles Taylor

Charles Taylor può certamente essere riconosciuto come uno degli interpreti più acuti della modernità. Nel contesto italiano, la sua fama di studioso di livello internazionale è legata alla messa a fuoco della radicale ristrutturazione del rapporto con il religioso che è stata uno dei vettori fondamentali delle metamorfosi dell’Occidente degli ultimi secoli.

Qui l’approccio tipico della filosofia morale, arricchito dal dialogo con le scienze sociali e il pensiero politico, si è intrecciato con il metodo dell’analisi storica, sfociando nella ricostruzione di grandi quadri d’insieme che aiutano a cogliere le dinamiche di fondo del percorso attraverso cui siamo approdati al modellamento del nostro presente.

Il nodo centrale è la rilettura dell’avvento della secolarizzazione. La sua genesi e i suoi volti molteplici sono stati scandagliati, in particolare, nell’impegnativa monografia su “L’età secolare”. Ma l’attenzione a questi temi è rifluita anche in altri lavori collaterali, come “La modernità della religione”, “Incanto e disincanto. Secolarità e laicità in Occidente”, “La scommessa del laico”.

Rimettersi sulle orme di Max Weber e confrontarsi con le voci più autorevoli della cultura dell’ultimo secolo non è facile impresa. Ma a Taylor non fanno certo difetto la capacità di ragionare sui processi generali in cui si inserisce il divenire della società e il gusto di interrogarsi sulle questioni più cruciali, scavando in profondità dietro la superficie di ciò che appare in primo piano. Ci aiuta a vedere i problemi “in grande”, nella loro logica unitaria, facendo dei suoi strumenti di osservazione una lente per illuminare le condizioni in cui si svolge ed è sottoposta a sollecitazioni, non di rado stringenti, la nostra esperienza umana, nella realtà dell’oggi che ci definisce.

Un esercizio pregevole in questo senso è quello offerto da un agile saggio scritto una trentina di anni fa, ma che non ha perso la sua efficacia di provocazione e continua a essere oggetto di significativo interesse anche nei circuiti editoriali del nostro paese. Si tratta di “Il disagio della modernità”, tradotto da Laterza nel 1994 e più volte riproposto ancora in anni recenti (la riedizione che utilizzo è del 2018).

Il “malessere” di cui l’autore discute è quello generato da tre fronti problematici messi in speciale risalto: sono tre grandi linee di cedimento, tre crepe che Taylor vede disegnarsi con nettezza crescente nell’edificio del mondo moderno, interconnesse tra di loro, e che mettono a rischio la promozione del vero bene del soggetto umano nel futuro che si profila all’orizzonte. La diagnosi che ne viene formulata è severa, ma, nel suo onesto realismo, mi pare conservi tutto intero il fascino dell’attualità.

Il primo elemento di patologia è l’avanzata dell’individualismo. Nel contesto della modernizzazione spinta fino alle sue manifestazioni più mature, il ripiegamento egoistico corrode le relazioni tra le persone, svuotandole dall’interno, e le costringe a fissarsi sulla ricerca di una “autorealizzazione” chiusa in un orizzonte sempre più ristretto, scisso da criteri etici di giudizio oggettivo, separato dallo sfondo di finalità ideali condivise.

Il secondo fattore di criticità è il dilagare della ragione strumentale, che si appropria di ogni supporto offerto dalle conoscenze scientifiche e dagli apparati tecnologici per affermare il primato di un “fare” orientato, con tenace esclusivismo, al solo perseguimento dell’utile. Anche per questa via si rafforza l’eclisse dei significati e si atrofizzano i fini ideali, resi incapaci di imporsi come tali a una comunità sociale nel suo insieme.

Il terzo e ultimo segnale di fragilità sta nel fatto che il ripiegamento atomistico dell’individuo-consumatore moderno, teso allo sfruttamento di ogni risorsa disponibile per ricavarne la massima quota di vantaggio possibile, nello stesso momento in cui frantuma la coesione mina alle radici la partecipazione dei singoli alla gestione corresponsabile del bene pubblico. Ne derivano la limitazione degli spazi di effettiva libertà personale e la paralisi dei meccanismi alla base del modello democratico tipico dell’Occidente post-illuminista, a favore dell’ingabbiamento complessivo della società nelle reti di un “dispotismo morbido”, burocratizzato, impersonale e subdolamente invasivo che, anche rinunciando all’asprezza brutale del totalitarismo, rischia di inverare le profezie in negativo della scienza politica degli ultimi due secoli (come già Tocqueville aveva intravisto, ragionando sulle debolezze intrinseche del modello liberale ancora in via di elaborazione).

Nel volume di Taylor, l’analisi si sofferma sul primo aspetto delle cause di disagio. Ma il punto di vista adottato include una valutazione parallela degli altri versanti critici dell’assetto moderno, convergendo intorno a un’unica linea prospettica di riferimento. L’autore muove dal mettere continuamente in guardia contro le insidie dell’estremizzazione. È ingenuo lasciarsi illudere dalle sirene della modernità lanciata verso la conquista del mondo, con le sue promesse di dominio globale sull’esistente e di felicità senza limiti in risposta alle pretese, prima ancora che ai diritti eticamente fondati in senso razionale, di ogni singolo individuo isolato. Ma se l’ottimismo indiscriminato fa scivolare nella palude del conformismo alienante, altrettanto nocivo, ci viene richiamato, è il pessimismo rancoroso che si esprime nel rifiuto totale delle sfide della modernità.

Il passato non può ritornare, ammonisce Taylor con pacata fermezza. E ogni nostalgia restauratrice, che presuma di respingere i vizi del progresso moderno ripristinando l’antico ordine morale sottoposto a contestazione, è destinata per forza di cose a rovesciarsi in un grottesco fallimento. La “cultura della modernità” va, piuttosto, abbracciata, interagendo energicamente sul suo stesso terreno. Non si può semplicemente combatterla. Occorre allenarsi a scrutare nelle sue pieghe più profonde, per imparare a scorgere quanto vi sia di “grande”, di potentemente innovativo e fecondo, frammisto alle distorsioni delle forme più “appiattite e banalizzate” delle promesse scatenate dalla rivoluzione moderna.

Per rimettere in primo piano quest’anima positiva nascosta bisogna entrare “in una lotta continua” con le negazioni e i fraintendimenti che soffiano in direzione esattamente contraria. L’opera a cui accingersi non può essere quella della demolizione polemica, ma del “ripristino”, che miri a ricondurre ogni frammento di potenzialità condivisibile alla sua finalità più autentica, liberandolo dalle scorie della desertificazione unidimensionale.

Questo principio di metodo vale in modo egregio per l’ambivalenza contraddittoria dell’autorealizzazione a servizio dell’io individualizzato. L’autorealizzazione può essere l’anticamera del narcisismo più sfrenato, come sembra accadere nel mainstream dei modelli culturali dominanti nelle società opulente dell’ultima modernità. Ma la ricerca dell’appagamento del desiderio va anche vista come un “ideale degradato”: è una tensione che racchiude un’ultima istanza rivalutabile come inizio di uno spalancamento positivo, che dall’interno della storia dell’Occidente ha fatto emergere i limiti di un ordine etico imposto da una ragione “assolutistica”, vincolante per tutti come schema precostituito semplicemente da assecondare.

La forza critica della volontà di emancipazione, una volta liberata dalle trappole dell’egoismo istintivo autoreferenziale, può essere riscattata per farne la leva con cui trascinare al recupero del bisogno di “autenticità” del bene della persona, di cui è un imperfetto, ambiguo e ridotto, abbozzo anticipatore. Il ripristino dell’autenticità è la via di uscita indicata dalle dialettiche interne alla modernità per rifondare la costruzione del bene umano nel quadro delle relazioni con l’altro da sé, che sono costitutive. E il bene “autentico” non può che essere quello scoperto, e alla fine accolto, come risposta alle attese di compimento dell’io personale. Se non riparte dalla tutela del bisogno di soddisfazione compiuta della persona, il “vero” anche del più nobile e alto programma ideale non può sfondare il muro di sospetto creato dalla secolarizzazione del contesto moderno.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA