LETTURE/ Il bambino di Dostoevskij e il gelo del cuore

- Vincenzo Rizzo

Nel “Diario di uno scrittore” Dostoevskij racconta una visione: quella di un bambino affamato e solo. Viene trattato come un imprevisto sgradito

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Claude Monet, Il carretto o Strada sotto la neve a a Honfleur (1865, particolare)

Nei testi dostoevskiani ricorre talvolta un’immagine: quella del bambino sofferente. Si trova in Povera gente, ne I demoni, ne I fratelli Karamazov, ecc. Nel Diario di uno scrittore (gennaio 1876) lo scrittore russo ci racconta una sua visione: quella di un bambino affamato e solo. È un non visto, un non guardato: “Passò un agente dell’ordine e si voltò dall’altra parte, per non notare il bambino”. Per il rappresentante delle istituzioni quel bambino non è un volto, ma un problema. Un fatto che balza agli occhi come un imprevisto non gradito.

Il bambino, tuttavia, con la sua inconsapevole ingenuità va avanti. Nonostante il freddo, cerca. È attratto dalla vita e dal Natale. E vede la gran festa del mondo. La vede non dal di dentro, ma dal vetro di una finestra. Un abete, luci, torte e ricche signore. Il bambino apre la porta, vuole entrare, ma non calcola il comune rifiuto: “tutti si misero a gridare e a gesticolare”. E neanche la carità pelosa di una mano che gli doni una copeca, per mandarlo via con secchezza.

Il bambino scopre così non solo il freddo gelido dell’inverno, ma il gelo del cuore. Prova, perciò, spavento e angoscia: si sente separato e incompreso. Non c’è posto per un ospite scomodo: ricorda la debolezza strutturale dell’uomo, di ogni uomo. Non si tratta, qui, di essere rifiutati su di una zattera e ributtati in mare, ma non presi in una modesta cabina di terzo ordine su di un possente yacht.

E così si addormenta, ma non come ogni volta. È un addormentarsi diverso, accompagnato da un invito sommesso, un tenero bisbiglio che chiama ad altro. E arriva a una festa, un’altra festa, una festa dell’altro mondo. Tutti lo chiamano per nome e lo baciano: ora non è un anonimo, uno scarto, un indesiderato. E vede un albero, diverso da quello che aveva visto dall’esterno. È “l’albero di Natale di Gesù”: un albero della vita viva.

E riconosce tutti gli altri bambini presenti: morti gelati nelle ceste perché rifiutati, soffocati, morti per la carestia di Samara, morti nei vagoni di terza classe  “e tutti sono ora qui, tutti sono come angeli, tutti da Gesù, ed Egli è in mezzo a loro, e stende le mani sopra di loro e benedice loro e le loro madri colpevoli”. Stanno finalmente bene: per sempre.

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