LETTURE/ Le parole, le cose e quelle due ideologie che dividono gli Usa

- Paolo Valesio

Il rettore di una prestigiosa università dell’Ivy League apre una sua lettera-manifesto alla facoltà rivolgendosi ai “Blacks and Latinxs”. Due dittature avanzano

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A Seattle (LaPresse)

Ci hanno detto da tempo che Le parole sono pietre (Carlo Levi, 1955) e che fra Le parole e le cose (Michel Foucault, 1966) corrono rapporti complessi e problematici. Allora, guardiamo al mondo in cui viviamo: cioè a parole-pietre e parole-cose in situazioni specifiche. Nel breve spazio di un paio di mesi (dai primi di giugno a questo inizio d’agosto) sembra che un vento tumultuoso abbia percorso le istituzioni universitarie, e insieme con esse l’intellighenzia pubblicistica e saggistica, americane. Le avevamo appena lasciate, queste istituzioni, avvolte in un’atmosfera solenne, con discorsi improntati alla gravitas; ma adesso l’aria è cambiata: si comincia a usare un certo gergo, e sembra anche di sentire l’eco di pugni battuti sul tavolo.

Per esempio, il rettore di una delle grandi università private nello Stato di New York – chiamiamola l’Università di *** come si scriveva nei romanzi ottocenteschi – apre una sua recente lettera-manifesto alla facoltà rivolgendosi ai “Blacks and Latinxs”. Perplessità, seguita da un rapido controllo lessicografico: Latinx (plurale Latinxs) è uno di quelli che si chiamano “neologismi di neutralità di genere”; insomma, parlando dei latino-americani si vuole evitare la discriminazione che consisterebbe nel marcare la desinenza maschile -o contro quella femminile -a; e allora, ci si infila una bella –x.

Un capriccetto perditempo? No, questa mossa va presa sul serio (“tutte le cose sono di ugual grandezza e uguale importanza”, azzardava Oscar Wilde): perché, quando un anziano e potente professore adorna il suo discorso con questo tocco modaiolo, che peraltro sta già passando di moda, quello che emerge è il desiderio di rendersi gradito a una comunità percepita come imprevedibile e ribelle; dunque affiora, dietro le apparenze assertive, un’incrinatura nella leadership. Ma soprattutto, tale mossa va presa seriamente perché quando si comincia con il corrompere le parole (i puristi non avevano poi tutti i torti) si finisce con il corrompere le “cose”, cioè i rapporti fra gli esseri umani.

Infatti, questa lettera continua con una promessa che suona un po’ come un proclama: d’ora innanzi l’Università di *** potenzierà, con grande dispiego di mezzi e di energie, gli studi sul razzismo. Si spera allora che uno studioso serio e non ancora paralizzato dal terrorismo ideologico dominante nelle università americane, cominci con l’esaminare la grande vaghezza di questo termine, che può coprire forme di comportamento molto diverse; e continui con lo studiare il rapporto problematico fra un atteggiamento ideologico e psicologico (il “razzismo”) e l’effettiva politica (economica e non) delle varie comunità esposte a esso, nell’una direzione o nell’altra. Ci si augura infine che, nell’atmosfera attuale, questa impostazione problematica (se mai avrà luogo a procedere), tale che non confonda l’attivismo con l’analisi, non finisca con il mettere in pericolo i  fondi di ricerca di quell’ipotetico studioso o studiosa.  

Sì, perché in Usa, intorno al nesso di linguaggio e potere, lottano due ideologie contrapposte, entrambe tendenzialmente totalitarie. E, come se questa complicazione non bastasse: mentre la struttura sociale che inquadra la prima (chiamiamola l’ideologia della “Legge e Ordine”, e dei vari altri elementi della tradizione) è abbastanza chiara, quella che incornicia la seconda (l’ideologia della ribellione, ravvivata dall’animosità verso il “bianco”) non lo è.

Quest’ultima ideologia infatti ha il limite di essere un pensiero del “contra” piuttosto che un pensiero del “pro”. Inoltre questo pensiero rivoltoso non ha una base comunitaria ben definita: è trasversale. Ma questa trasversalità, sarà la sua forza o la sua debolezza? (domanda tutt’altro che oziosa: l’esito delle incombenti elezioni dipenderà in buona parte dalla risposta).

Queste frange trasversali, che hanno sviluppato un forte potere, sono: la frangia dei più o meno giovani ribelli nelle strade e nelle piazze; e, unita (fino a un certo punto) con loro, la frangia degli ipercritici e moralisti, più o meno di mezza età, che, dal tavolino o dalla cattedra, vorrebbero buttare a mare la maggior parte della loro stessa tradizione culturale. Ma per non farla troppo lunga, citiamo soltanto alcuni esempi di parole-pietre.  

Primo esempio, che ha a che fare con l’uso degli aggettivi: i quali (in inglese così come in italiano) hanno naturalmente l’iniziale minuscola.  “Naturalmente”? Beh, non più. Oggi infatti si sta diffondendo l’abitudine di usare la maiuscola con l’aggettivo Black, contrapposto all’aggettivo white che invece non gode di  questo onore. Un dettaglio puntiglioso? No, è qualcosa di più grave: perché questo è un cambiamento imposto all’ortografia, la quale fa parte dell’ideologia di una lingua.

Gli ultimi esempi hanno a che fare con la poesia – e qui si potrebbe tirare un sospiro di sollievo: finalmente  arrivano i poeti, a salvaguardare il linguaggio dell’armonia e dell’umano! Ma le cose non sono così semplici. Chi riceve ogni giorno una poesia proposta dall’Accademia Americana dei Poeti, che per buona parte è una macchina di propagazione della correttezza politica, ha già capito da tempo che l’Accademia  permette la poesia socialmente critica soltanto se essa mira in una sola direzione. Un esempio è questo verso, che direi disumanizzante, in una poesia apparsa il 31 luglio: “Sta piovendo giù una cosa soltanto: poliziotti non-bianchi”; come dire: costoro, in quanto poliziotti, non sono veramente neri; sono soltanto “non-bianchi”.

Ma l’ultimo esempio, tratto dal commento di un altro autore alla sua stessa poesia pubblicata tre giorni prima nella stessa sede, è più serio e pensoso: “Il potere di una sola persona, il piccolo fuoco acceso da una mente singola, forse un poeta, potrebbe cambiare il volto di tutto il reame; specialmente un reame di carta, come l’America”.

Certo, l’ultima frecciata, con il suo maoismo in ritardo (l’America è un impero, ed è tutt’altro che cartaceo), manca nettamente il bersaglio. Ma il richiamo all’individuo e al “poeta” preso in senso lato, cioè, al di là della tecnica letteraria, all’individuo creatore in ogni campo (secondo l’etimo greco antico), esprime bene la speranza che ci resta.

Guardiamo dunque agli sparsi focherelli accesi dagli individui pensanti, nella notte partitico-ideologica, per acquistare una visione più equilibrata di questo periodo di tensioni sociali. In questo paesaggio, le statue mutilate hanno già fatto sentire le parole silenziose delle pietre (c’è anche quel tipo di parola); inoltre, non tutte le pietre di parole che oggi vengono raccattate da terra mirano a distruggere: ci sono anche quelle che servono a costruire.

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