LETTURE/ “Quarantena”: miracoli, perdono e carità tra le catapecchie di Buenos Aires

- Giuseppe Frangi

In “Quarantena”, suo ultimo libro, Alver Metalli descrive la vita quotidiana nelle strutture messe in piedi da padre Pepe di Paola nella sua parrocchia di Buenos Aires

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Una villa miseria di Buenos Aires (LaPresse)

“Sei anni fa ha lasciato la sua bella casa in un quartiere residenziale di Buenos Aires per andare a vivere tra le catapecchie de ‘la Carcova’. Lo ha fatto perché è stato attratto dalla testimonianza di padre Pepe e ha sentito che così poteva meglio realizzare, con gioia, la sua vocazione cristiana, maturata alla scuola spirituale di don Giussani e dei suoi Memores”. C’è tutta la traiettoria di una vita in queste parole di papa Francesco: il papa sta presentandoci Alver Metalli, giornalista “dell’altro mondo”. Ce lo presenta scrivendo l’introduzione ad un piccolo libro la cui lettura, come lui stesso sottolinea, “ci fa bene”. Il libro è un semplice diario della quarantena (che è anche il titolo: Quarantena, edizioni San Paolo, ebook, 6,99 euro) vissuta in una villa miseria, letteralmente “città della miseria”, insomma quella distesa di casupole illegali e baracche di legno cresciute nella periferia della capitale argentina. Metalli ha deciso di trasferirsi qui per condividere la vita con uno dei preti tanto amati da Bergoglio: José Maria di Paola, detto padre Pepe.

Il libro racconta la quarantena da coronavirus (la peste, la chiama Metalli) nella villa miseria. È un diario scandito giorno per giorno, dove poco alla volta, flash dopo flash, si assiste ai miracoli che la fede e lo spirito di solidarietà hanno saputo realizzare in quel contesto così privo di tutto. Metalli racconta la mensa popolare, che in pochi giorni è cresciuta fino a dare un pasto caldo ad oltre duemila persone. Nei giorni della quarantena è nata anche la Hogar de los borrachines (la casa degli alcolizzati) che raccoglie uomini distrutti dal troppo bere. Anche loro non solo aiutati, ma aiutano lavando a distanza i pentoloni della mensa. C’è la casa per le mamme accolte insieme ai loro bambini altrimenti destinati all’aborto. C’è la Hogar de Cristo, per i ragazzi tossicodipendenti. E c’è anche un rifugio per i più anziani, i più esposti alla pandemia: a loro è stato offerto un letto e un rifugio dove stare fino alla fine della malattia.

A dare fascino a questo libro ci pensa poi la scrittura di Metalli, così sobria, ma sempre pronta a intercettare a cogliere i segni commoventi di questa rete di mutuo aiuto che si è messa in movimento attorno alla parrocchia di padre Pepe. Sono parole capaci di restituirci un contesto anche nei dettagli minimi, quelli che solo può cogliere chi vive lì giorno dopo giorno, come le orme dei piedini dei bambini che ad una certa ora della sera, “la più funesta”, rientrano a casa.

Tra le pagine si fa fatica a distinguere chi sta aiutando e chi invece sta ricevendo aiuto. Sono tutti parte di uno stesso popolo, sottoposto alla violenza di una pandemia che sconvolge la quotidianità. “Per tutti il lavoro è sospeso”, annota Metalli. “Danno il loro tempo e le loro energie al bisogno degli altri. Senza niente in cambio eccetto un piatto di quella stessa minestra che cucinano per chi viene a mangiare nella parrocchia di padre Pepe. I poveri, i bisognosi, fanno la fila davanti al cancello del Milagro e se ne vanno con il bottino in mano ancora fumante”. Il cancello prende il nome dalla cappella del Milagro, dove padre Pepe dice messa: e raramente la parola “miracolo” sembra suonare così reale, così verificabile ogni giorno. “C’è più comprensione nella villa”, rileva Metalli. “La vita è apprezzata come mai prima. Dei torti che opponevano uno con l’altro si sono sciolti, delle lontananze sono sparite, delle separazioni mitigate e talune divisioni sono meno intransigenti. Il perdono, nei giorni della peste, si è imposto come l’esperienza umana più pacificante”.

Tra i tanti tipi umani che si incontrano in questo viaggio nella quarantena della Carcova, una menzione a parte la merita padre Pepe. Metalli lo sorprende nel gesto che ripete ogni mattina: “Esce dalla stanza quando il sole non è ancora spuntato, come tutte le mattine di quarantena. Attraversa il cortile fino alla vasca della lavanderia. Piega la testa in avanti e apre il rubinetto. Lascia scorrere l’acqua per un buon tempo. Inizia in questo modo un altro giorno di bene, lavando i suoi lunghi capelli stinti dalle intemperie”. Una stupenda istantanea che ci restituisce lo sguardo di un uomo che non lascia indietro nessuno…

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