CHE SCUOLA È QUESTA? Fotogrammi di 50 anni di storia

- Rosario Mazzeo

L’anello debole del sistema scolastico italiano è la scuola secondaria di primo grado. Eppure alla sua nascita era un mito etico e politico. ROSARIO MAZZEO si interroga su cosa è successo

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Ricerche nazionali ed internazionali stanno confermando un dato già conosciuto da chi ci vive ogni giorno: l’anello debole, il “ventre molle”, il punto critico del sistema scolastico italiano è la scuola secondaria di primo grado. Eppure era stata subito salutata come “un mito etico politico, un canone”, la “pupilla” del sistema scolastico italiano. Cosa è successo in questi 50 anni?  


La scuola media attuale nasce nell’ultimo giorno del 1962. Proprio quell’anno, il 31 dicembre, sotto il Governo di centro-sinistra, viene approvata la legge 1859 istitutiva della Media unica, obbligatoria, secondaria di primo grado. Il parto non è facile, ma la neonata appare subito come una regina, quasi figlia della dea Minerva. Diventa subito un “mito etico politico, un canone”, “la chiave di volta della futura scuola italiana (Scotto di Luzio, 2007, p.343ss.) la pupilla del sistema scolastico italiano (Corradini, Fassin 1985, p.10), un’autentica rivoluzione.

In effetti la Media non è più il “ginnasio” propedeutico al liceo, ma una scuola nuova, con un curricolo più ampio, inclusiva delle istanze dell’avviamento professionale, che viene, tra l’altro, subito abolito. Ad essa si accede senza esami di ammissione, senza tasse o contributi di qualsiasi genere. Il suo orario è di 26 ore settimanali fino al 1977, successivamente di 30 ore. Ha un’appendice: il doposcuola di almeno 10 ore settimanali, istituito per lo studio sussidiario e per le libere attività complementari, la cui frequenza è facoltativa e anch’essa gratuita.

Proprio perché appare “giovane e bella” diventa immediatamente oggetto del desiderio di partiti, di mercati, di sindacati, di diversa ideologia. C’è chi pretende che la nuova scuola sia un riconoscimento e una scoperta dello Spirito Assoluto” (teorie neoidealiste); c’è chi la vuole sotto il segno dell’efficienza e quindi come “lo spazio educativo più idoneo per la formazione che è forgiatura intellettuale” (teorie pragmatiste e positiviste), in Larocca (1983, p.22).

C’è chi l’eleva a strumento per l’educazione delle masse in vista di un nuovo ordine economico, politico e sociale, secondo schemi a base democratico-universalistici, di tipo liberal-azionistico o social comunista. Sono, per esempio, coloro che attorno al latino, come davanti al cadavere di un eroe antico, ingaggiano duelli contro “lo spirito della romanità, il linguaggio delle gloriose origini” (Scotto di Luzio 2007, p.345). 

C’è anche, però, chi vede nella legge 1859 e nei successivi interventi legislativi (1977-79), i germi del disastro della nostra scuola. Nata dalle “ceneri di un sacrificio rituale” (la morte del latino), “esito, più che il punto di partenza, di una generalizzata pressione delle famiglie alla ricerca di un maggior benessere”, sotto il segno della “democrazia degli eguali”, la scuola media unica diventa a poco a poco non solo “il mero completamento dell’obbligo, ma il paradigma unitario di una generale riorganizzazione del sistema dell’istruzione.” (Scotto di Luzio 2007, p.353)

Pur essendo un ciclo breve tra due cicli lunghi (elementare e superiore), il suo modello attrae tutto il sistema scolastico di base: incide sulla riforma della scuola elementare (1985: Nuovi programmi, 1990: Istituzione dei moduli e dei team dei docenti) e sul biennio delle superiori. Grazie al suo fascino la scuola di base negli anni successivi si configura come “un lungo percorso scolastico dai sei ai sedici anni, unico e tenuto insieme dalla disciplina dell’obbligo”; un ciclo in cui offrire “un minimo di cultura comune a tutti come fondamento della cittadinanza” (Scotto di Luzio 2007, p.356). Ma è un’attrazione fatale con conseguenze negative su tutto il sistema scolastico e nello stesso tempo anche sull’identità della scuola media.

Scuola media” o “Scuola secondaria di primo grado”? “Scuola media unica, inferiore” o “Scuola di base”? “Scuola del preadolescente” o “Scuola delle discipline”? “Istituto comprensivo” o “Scuola secondaria del primo ciclo di istruzione”?

In nomen est omen, notavano gli antichi. Nel nome c’è il futuro di colui o della cosa a cui si dà quel nome e non un altro. È proprio vero per la Media. Nel nome c’è tutta l’incertezza e la crisi di identità attuale.

La scuola media unica dunque nasce mezzo secolo fa. Ma è rimasta in gestazione nel grembo dello statalismo e del dirigismo liberale per più di cento anni. È noto, infatti, che il sistema scolastico italiano è impiantato sull’ordinamento della legge Casati del 1859. Secondo due principi basilari. Il primo: la scuola elementare e la scuola media sono due percorsi nettamente distinti; il secondo: una è scuola degli “elementi” e confluisce nell’istruzione popolare e tecnica dalle molteplici ramificazioni in mestieri e professioni; l’altra sfocia nell’istruzione classica e porta agli studi universitari. Tale impostazione persiste fino alla riforma Gentile del 1923 e a quella successiva di Bottai 1939-40.

Prima della media unica la normativa prevedeva di fatto una scuola “tricipite”: media, avviamento professionale, post-elementare. La media era quella di Bottai, istituita nel 1940 in funzione del liceo, classico in particolare. L’avviamento professionale comprendeva diversi rami: industriale, commerciale, agricolo. La post-elementare riguardava i corsi dopo i quattro anni di scuola elementare. Le tre teste hanno continuato a convivere nel nuovo ordinamento fino a metà degli anni 70 tanto che non sono mancati istituti con sezioni di serie A (di fatto, media Bottai), di serie B (avviamento), di serie C (post-elementare). Ciò fondamentalmente per la natura stessa del sistema scolastico italiano condizionato ab ovo da due istanze fortemente contraddittorie: il dualismo (istruzione liceale – istruzione tecnica), che separa nettamente la formazione dell’élite da quella dei quadri intermedi, soprattutto tecnici; e “l’idea della scuola secondaria come luogo deputato all’unificazione, su base prevalentemente retorico-letteraria” (Scotto di Luzio 2007,p.24).

 

Nel dualismo (istruzione liceale e scuola per preparare al lavoro), strutturale al sistema scolastico italiano, sboccia e cresce l’immagine della Media come un luogo di transizione e di collaudo, in funzione o dell’istruzione superiore liceale o della preparazione a sbocchi più immediati sul mercato del lavoro. Purtroppo l’immagine della scuola come corridoio permane, anche dopo il 1962, nell’immaginario collettivo e nel vissuto di molti docenti e genitori fino a dettare comportamenti sociali e scelte di orientamento professionale. Ne sono sintomi, per esempio, gli usi delle valutazioni da parte di certi docenti e di molti genitori rispetto al dopo terza media. Per costoro il voto alto (ottimo, distinto oppure dieci, nove, otto) significa qualsiasi liceo; voto medio (buono, 7) istituto tecnico, voto basso (sufficiente, 6) istituto professionale. In altre parole, si pensa ancora ad una scuola media con percorsi di serie A, B e C, quasi si dovesse indirizzare alla scelta del dopo terza media praticando la selezione e non esercitando l’arte della personalizzazione per promuovere istruzione e cultura.

A 15 anni la scuola media, consapevole di sé e del suo fascino, assume una fisionomia più aggressiva e matura. Ora, nel 1977 (Legge 348), appare davvero “unica” (del gemello sfortunato – l’avviamento professionale – non si ricorda più nessuno) e può permettersi il lusso di superare la distinzione tra materie obbligatorie e materie facoltative. Si arricchisce, inoltre, di altre due materie: educazione musicale ed educazione tecnica. Il totale ora è 9 insegnamenti obbligatori (più religione), con sette/otto docenti.

Nello stesso anno, ad agosto, la Legge n. 517 modifica il sistema e gli strumenti della valutazione, cancella gli esami di riparazione, elimina le classi differenziali, comincia ad accogliere gli alunni portatori di handicap, accetta la programmazione educativa e didattica, gode degli Organi Collegiali (consiglio di classe, collegio dei docenti, consiglio d’istituto).

Due anni dopo, nel 1979, “con la promulgazione dei nuovi Programmi, la scuola del preadolescente è perfetta. Perfetta in senso burocratico- amministrativo, non certo in termini didattici e organizzativi (… ). In tal modo l’educazione del ragazzo di oggi e di domani nella lettera e nello spirito si avvicina alla stessa idea dell’educazione alla democrazia.” (Larocca 1983, p.9). 

Perfetta”, con una precisa carta di identità: è scuola della formazione dell’uomo e del cittadino, che “colloca nel mondo”, “adeguata all’età e alla psicologia dell’alunno”, gratuita, orientativa, secondaria nell’ambito dell’istruzione obbligatoria. 

Ha un neo vistoso, però, che si rivelerà pericoloso: è succube della psicologia sociale e comportamentista (per il momento), cognitivista e costruttivista (successivamente). Il modello normativo dell’insegnante oscilla tra quelli dello psicologo, dell’assistente sociale, dell’“ingegnere” dell’apprendimento programmato. Guarda più alla cultura e alla scuola anglosassone ed americana che alla tradizione pedagogica e didattica italiana. 

Nel testo dei “Programmi del 79” con la sua lunga ombra sulle “Indicazioni Nazionali” del 2003 e sulle “Indicazioni per il curricolo” del 2007 c’è un virus pericoloso. In esso, infatti, viene affermata l’unità delle discipline come articolazioni del sapere, accostamento alla realtà, conquista, sistemazione e trasformazione di essa. Si tratta, però, di unità come giustapposizione, di una somma più che di una “summa”. Infatti nei “Programmi” è assente un principio unificatore di senso, in quanto tutte le materie sono elencate, una dopo l’altra, come in un’enciclopedia, per cui l’enfasi sull’unità delle discipline e l’invito alla pratica dell’interdisciplinarietà sono sterili, anzi nocivi quando rasentano lo scientismo, annegano nelle analiticità dei contenuti e delle tecniche. 

Proprio l’appiattimento delle discipline e l’enciclopedismo dei programmi diventeranno fattori sempre più potenti della crisi di identità della scuola media e non solo. Chi vi insegna deve saperlo per potersi applicare in modo consapevole, concreto e creativo all’esercizio della sintesi, alla ricerca e alla proposta dell’essenziale, all’insegnamento implicito ed esplicito del metodo di studio, superando le pretese sia della psicologia sociale sia del costruttivismo, entrando nell’orizzonte dell’educazione attraverso l’istruzione.

 Alla fine del secondo millennio la Media compie quasi quaranta anni. E li dimostra tutti. Si guarda allo specchio. È diventata “spazio dell’assistenza sociale (…), luogo privilegiato di applicazione del paradigma della cura, consumando così l’estremo paradosso di un’istituzione che mira a produrre autonomia personale nelle forme di una relazione di dipendenza, (…) persegue in maniera programmatica la dilazione del conseguimento della maggiore età” (Scotto di Luzio 2007, p.362). È in crisi nera. Occorre che qualcuno intervenga. Ci provano tutti i Ministri degli ultimi quindici anni, molti studiosi ed uomini di cultura. Tanti suoi prof.

Purtroppo la scuola media cambia solo in parte ed in modo superficiale.

Berlinguer (Legge 30/2000) prova ad uniformarla alla scuola elementare: suo intento è offrire agli studenti italiani un percorso di otto anni, un continuum, che caratterizzi il primo ciclo di istruzione.

Moratti (Legge 53/2003) prova a darle uno scossone introducendo delle novità. Alcune appariscenti, come: l’articolazione interna della scuola media in un periodo biennale più una classe; l’introduzione di una seconda lingua straniera, di un percorso obbligatorio (891ore) e di uno facoltativo (198 ore). Una novità assoluta è l’introduzione del PECUP (Profilo educativo, culturale, professionale dello studente). Altre più profonde e di taglio culturale riguardano principi, che a mio parere sono fondamentali per il recupero di identità della scuola media: la centralità della persona e della dimensione educativa e didattica; il ruolo della famiglia “come soggetto che coopera concretamente e fattivamente alla definizione del percorso formativo del proprio figlio”; la specificità della Media come scuola “secondaria di primo grado” che “cura la dimensione sistematica delle discipline”; il riconoscimento della continuità, ma anche della rottura sul piano epistemologico e quindi metodologico con la scuola primaria. 

La riforma di Moratti viene sostanzialmente confermata dagli interventi legislativi dei successivi ministri. Dal punto di vista giuridico, infatti, le Indicazioni per il curricolo del 2007 sono un allegato al Dgls 59/04 e alla legge 53/03. Precedute da una lettera del Ministro Fioroni, che insiste sulla specificità della scuola come luogo, strumento e tempo per l’educare istruendo, esse ripropongono la questione del curricolo e gli obiettivi formativi con traguardi di competenza ben scanditi. In verità, il problema di fondo resta sempre lo stesso: non c’è nessuna gerarchizzazione delle discipline. C’è l’affermazione della centralità della persona, ma non c’è la personalizzazione come criterio metodologico dei piani di studi, principio per la riorganizzazione del tempo scuola, concretizzazione dell’interesse delle istituzione verso una scuola di tutti e di ciascuno. Ne è segno anche la stessa scomparsa del PECUP.

Con la Legge Gelmini (169/2008) e il suo piano programmatico viene riaffermata la necessità del superamento della frammentazione degli insegnamenti e l’intenzione di privilegiare le materie letterarie-umanistico, scientifico-tecnologiche e linguistiche. Un contributo notevole a ripensare la didattica viene anche dall’introduzione della valutazione in decimi e dal voto in condotta.

In questa situazione confusa, tra un avvicendarsi di Ministri e di proclami “rivoluzionari”, la scuola media unica dimostra tutti suoi anni e il suo lento declino. Ormai è lampante: la “scuola secondaria di primo grado” è il punto di maggiore criticità della filiera formativa italiana. Lo si vede nelle classifiche internazionali (Ocse- Pisa-Timss): negli apprendimenti in scienze, matematica e lettura, i nostri quindicenni occupano pessimi piazzamenti.

Che fare? La crisi non si supera solo con gli interventi legislativi e i dibattiti pubblici. Per una vera riforma occorrono docenti, capaci di dare una forma nuova alla loro professione, occorrono professionisti dell’educare insegnando, in quello specifico tratto di percorso scolastico che è la scuola secondaria di primo grado.

 

A.A. V.V. I nuovi programmi della scuola media, Brescia, La Scuola, 1983

Corradini L., Fassin I. Tempo prolungato e programmazione didattica, Mursia, Milano, p.10,  1985

Larocca F. La scuola media oggi, Brescia, La Scuola, 1983

Mazzeo R. La scuola del metodo, in “Scuola e Didattica” n.9, Brescia, La Scuola, 2010

Scotto di Luzio A. La scuola degli italiani, Il Mulino, Bologna, 2007

Vertecchi B.  Una cultura per la scuola media, Firenze, La Nuova Italia, 1987

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