LO SCAFANDRO E LA FARFALLA/ Il film per una Pasqua alla riscoperta di sé e di un tu

- Leonardo Locatelli

Nel 2007 a Cannes veniva premiato per la miglior regia il film di Julian Schnabel tratto da una storia vera, che val la pena riguardare nel giorno di Pasqua

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Una scena del film

«Andrà tutto bene, glielo prometto» «Andrà tutto bene, vedrà» «Ci sono speranze, stia tranquillo»: frasi con le quali – in un modo o nell’altro – abbiamo avuto modo di familiarizzare da un mese e mezzo a questa parte. Le si possono incontrare tutte nell’incipit de Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon, 2007, Julian Schnabel, premiato per la miglior regia al Festival di Cannes di quell’anno), pronunciate dal personale medico che a turno si para di fronte al volto di Jean-Dominique Bauby – il giornalista francese protagonista della vicenda (vera: l’omonimo libro autobiografico è del 1997) al centro di questo film – che, nella pienezza dei suoi quarant’anni, rimane paralizzato in seguito a un gravissimo incidente vascolare cerebrale che lo fa sprofondare in coma per quasi tre settimane: al risveglio, tutto il corpo dalla testa ai piedi (tranne l’occhio e la palpebra sinistri) è bloccato.

Egli non può quindi muoversi né parlare, ma la sua mente è rimasta perfettamente intatta, quella mente che gli fa domandare subito dopo le prime rassicurazioni di circostanza: «È questa la vita? È questa la vita?». Una protesta che potrebbe ben rappresentare l’epitaffio da incidere sulla sua esistenza da quel momento in poi e che invece si segnalerà come un punto di partenza – un battito di palpebra dopo l’altro – per la riscoperta di sé, la riconquista del proprio io, l’inizio «del viaggio immobile di un naufrago arenatosi sulle rive della solitudine», attaccandosi a ciò che fa di lui un uomo, all’uomo che è in lui (come lo invita a fare una delle prime visite che riceve in ospedale). Un toccante «diario» audiovisivo – «niente di meno che la rinascita del cinema» secondo David Denby (“The New Yorker”, 26 novembre 2007) – indicato sia per l’attuale emergenza che per l’odierna giornata.

In particolare sono due le sequenze su cui ci si vuole soffermare. La prima è legata all’inizio di questa nuova coscienza da parte di Bauby, quando le note del “Largo” del Concerto per pianoforte n. 5 BWV 1056 di Bach e le scene del distacco di enormi masse di ghiaccio accompagnano le sue parole: «Ero cieco e sordo, o mi serviva necessariamente la luce di un’infermità per vedere la mia vera natura?». Il pittore, sceneggiatore e regista statunitense così ne ha racconta la genesi: «Avevo visto delle immagini e avevo sentito delle musiche molto tempo prima di iniziare il film. Per poter raccontare la storia volevo veder cadere a pezzi degli ecosistemi. Volevo vedere dei ghiacciai, le corride, che non erano previsti dal copione. […] Poi avevo già registrato quella musica di Bach sin dal 1987. Volevo utilizzarla insieme alle immagini del ghiacciaio. Poi ho trovato anche le parole di Jean-Do adatte: “Ero cieco e sordo, o mi serviva necessariamente la luce di un’infermità per vedere la mia vera natura?”. Quella frase avrebbe avuto un senso con le immagini del ghiacciaio. Sarebbe stata l’illuminazione che l’avrebbe portato a decidere che se non si impegnava a fare qualcosa, sarebbe annegato nello scafandro».

La seconda sequenza si svolge in camera mentre Jean-Dominique è aiutato nel disbrigo della corrispondenza da Céline («non è mia moglie, è la madre dei miei figli», come la voce del protagonista tiene a precisare fin dall’inizio del film) e riceve la chiamata di Inès, l’amante, che in lacrime chiede di potergli parlare, ma non c’è nessuno che possa fare da interprete al di fuori dell’unica altra persona presente: «So che hai tutta la tua famiglia attorno a te. Vuoi che venga? Vuoi che venga? Eh, vuoi che venga?». La risposta che le arriva (grazie a Céline) dalla palpebra di Bauby è uno schietto e lancinante «Ogni giorno io ti attendo» («Chaque jour je t’attend»).

A proposito di questa scena, sempre Schnabel spiega come «[l]a verità è che la sua amante ha passato molto tempo in ospedale. […] Le parole che gli dice nella stanza sono quelle che aveva detto davvero. Per un po’ di tempo non si erano più visti. Poi si è ammalata anche lei e le condizioni di lui sono peggiorate. […] Quando lei gli ha chiesto se voleva che venisse, lui ha risposto: “Ogni giorno io ti attendo”. L’ho messo nel film per lei. Non so se è abbastanza, ma volevo dimostrare che lui l’amava. Alla fine del film la faccio entrare nell’ospedale e nemmeno questo era previsto dal copione. La verità è che lei c’era, ma sua moglie no. Ma più importante del legame tra tutte queste donne era il fatto che lui raccontava tutto dal suo punto di vista».

Un viaggio da fermo lungo le rive della solitudine, una inattesa (ma opportuna) immobilità per partire alla riscoperta di chi si è e l’indistruttibile attesa quotidiana della compagnia di un tu: «È difficile spiegare qual è il senso, la sostanza della bellezza di qualcuno. Si tratta di qualcosa che forse non si sa cos’è o come si chiama, però è qualcosa che si riconosce quando lo si vede. Quindi basta tenere aperti gli occhi». Parola (e immagini) di Julian Schnabel.



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